Fede
Il Paradiso: la nostra patria eterna
Cos'è il paradiso secondo la fede cattolica: la visione beatifica di Dio, chi vi accede e come si va in paradiso. La gloria dei beati, la comunione dei santi e la nostra vera patria, alla luce della Scrittura e del Catechismo.

Il paradiso è la vita eterna e perfettamente felice presso Dio: la patria che ci attende oltre la morte, dove i beati lo vedono «faccia a faccia» e regnano con Lui per sempre. Non è un luogo immaginario né uno stato di vago benessere, ma il fine ultimo per cui siamo stati creati. Diamo subito la risposta essenziale a chi cerca di sapere cos'è il paradiso e come vi si accede; poi entriamo, alla luce della Scrittura e del Catechismo, nel cuore di questo grande mistero.
Cos'è il paradiso
Il paradiso, insegna il Catechismo di san Pio X, è quell'altra vita che ci attende dopo la presente, «eternamente felice per gli eletti». È il sommo bene per i buoni, l'ultimo dei quattro Novissimi — Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso — verso cui tende tutta l'esistenza cristiana.
La sua felicità è tale che la nostra mente, finché siamo quaggiù, non riesce a comprenderla. Il Catechismo è esplicito:
«Non possiamo comprendere la felicità del paradiso, perché essa supera le conoscenze della nostra mente limitata, e perché i beni del cielo non si possono paragonare ai beni di questo mondo.»
Già san Paolo lo aveva detto ai Corinzi, con parole che restano la più alta descrizione del cielo che ci sia data:
«Né occhio vide, né orecchio udì, né entrò in cuor dell'uomo, quali cose ha Dio preparate per coloro, che lo amano.» (1 Corinzi 2, 9)
Il paradiso, dunque, non si misura sulle gioie terrene: le supera tutte, infinitamente.
Paradiso terrestre e paradiso celeste: il paradiso perduto
Nella Sacra Scrittura la parola «paradiso» indica anzitutto due realtà distinte, che è bene non confondere. Vi è il paradiso terrestre, cioè il giardino dell'Eden in cui Dio pose i nostri progenitori, Adamo ed Eva, nello stato di innocenza originale: «E il Signore Dio aveva piantato fin dal principio un paradiso di delizie» (Genesi 2, 8). E vi è il paradiso celeste, la patria eterna dei beati, di cui parla questo articolo.
Il paradiso terrestre è il paradiso perduto: con il peccato originale Adamo fu scacciato dall'Eden, e «il Signore Dio lo mandò fuori dal paradiso di delizie» (Genesi 3, 23). Da allora il genere umano è esule, privato di quei doni preternaturali — l'immortalità, l'assenza di sofferenza, l'integrità — che erano legati all'innocenza primitiva. Quel paradiso, come luogo terreno dell'innocenza perduta, non ci sarà restituito.
Ma proprio questo è il cuore della speranza cristiana: ciò che è stato perduto in Adamo ci è ridonato, in misura incomparabilmente più alta, in Cristo, nuovo Adamo. Non torniamo all'Eden; siamo chiamati a qualcosa di più grande, il paradiso celeste, dove non si tratta più di vivere in un giardino, ma di vedere Dio faccia a faccia. Il poema che la tradizione letteraria chiama «paradiso perduto» canta appunto questo dramma: la caduta dall'Eden e l'attesa di una redenzione. Per la fede, la redenzione è già venuta nel Sangue di Cristo, e ci riapre non il giardino antico, ma il Cielo.
La visione beatifica: vedere Dio
Il cuore del paradiso non sono anzitutto i beni del cielo, ma Dio stesso. La felicità essenziale dei beati consiste nel vederlo così com'è: è quella che la teologia chiama la visione beatifica. Gesù la promette a chi ha il cuore puro:
«Beati coloro, che hanno il cuor puro: perché questi vedranno Dio.» (Matteo 5, 8)
Vedere Dio non significa contemplarlo da lontano, ma essere immersi nella sua luce e nel suo amore, conoscendolo e amandolo senza più velo. Da questa visione sgorga ogni altra gioia del cielo: la pace, il riposo, la compagnia degli angeli e dei santi, la perfetta sazietà del desiderio. San Giovanni, nell'Apocalisse, contempla questa patria dove Dio dimora in mezzo ai suoi:
«Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, e abiterà con essi. Ed essi saran suo popolo, e lo stesso Dio sarà con essi Dio loro.» (Apocalisse 21, 3)
«E asciugherà Dio dagli occhi loro tutte le lagrime: e non saravvi più morte, né lutto, né strida, né dolore vi sarà più, perché le prime cose sono passate.» (Apocalisse 21, 4)
È una città che non ha bisogno di sole né di luna, «conciossiaché lo splendore di Dio la illumina, e sua lampana è l'Agnello» (Apocalisse 21, 23). Lì i beati «regneranno pe' secoli de' secoli» (Apocalisse 22, 5).
Come si va in paradiso
Se il paradiso è la nostra patria, la domanda decisiva è: come vi si arriva? La risposta della fede è semplice e impegnativa insieme. Si va in paradiso morendo in grazia di Dio, cioè uniti a Lui dalla carità, liberi dal peccato mortale, avendo creduto, sperato e amato, e avendo perseverato fino alla fine nel bene.
Il cammino ordinario passa per i mezzi che il Signore stesso ha disposto:
- la fede professata e vissuta, che ci fa conoscere Dio e la via per andare a Lui;
- l'osservanza dei comandamenti, perché Gesù ha detto: «se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti»;
- i sacramenti, e in particolare la confessione, che rialza chi è caduto, e l'Eucaristia, pegno della gloria futura;
- la preghiera perseverante e le opere di carità verso il prossimo.
Gesù ci assicura che il posto è già pronto: «Nella casa del Padre mio vi sono molte mansioni... Vo a preparare il luogo per voi» (Giovanni 14, 2). E al buon ladrone, pentito sulla croce, promette il cielo per quel giorno stesso: «In verità ti dico, che oggi sarai meco nel paradiso» (Luca 23, 43). È la prova che nessuna conversione è mai troppo tardiva, finché si è in vita.
Va detto con onestà che il passaggio al paradiso non sempre è immediato. Le anime che muoiono in grazia ma non ancora del tutto purificate passano prima per il Purgatorio, dove vengono purificate ed espiano i debiti rimasti, finché non sono pronte a entrare nella visione di Dio. Il Purgatorio non è un'alternativa al paradiso: ne è l'anticamera. Per questo la Chiesa raccomanda la preghiera per i defunti, che affretta il loro ingresso nella gloria.
Chi è già in paradiso: i santi
In paradiso non vi sono solo Dio e gli angeli, ma la moltitudine immensa dei santi: tutti coloro che hanno terminato la corsa e regnano con Cristo. Sono i martiri, i confessori, le vergini, e gli innumerevoli giusti che nessun calendario potrà mai contenere. La festa di Ognissanti, il 1° novembre, li celebra tutti insieme come la Chiesa trionfante.
Il Catechismo precisa che la felicità dei beati, pur uguale nella sua sostanza e nella sua eterna durata, non è identica in tutti: «nella misura o nel grado» è «maggiore o minore secondo i meriti» di ciascuno. Ognuno, però, è perfettamente felice, perché ciascuno è colmo secondo la propria capacità.
Va aggiunto che, per ora, il paradiso è goduto dalle sole anime: la pienezza verrà dopo la risurrezione della carne, quando gli eletti saranno beati «in corpo e anima» per sempre. La gloria, allora, sarà completa.
La comunione dei santi: una sola famiglia
Il paradiso non ci è estraneo: vi abita la parte migliore della nostra famiglia. È il dogma della comunione dei santi, che unisce in un solo Corpo le tre parti della Chiesa: la Chiesa trionfante (i santi del cielo), la Chiesa purgante (le anime del Purgatorio) e la Chiesa militante (noi, ancora pellegrini sulla terra).
Per questo i beati non sono lontani da noi: ci vedono in Dio, intercedono per noi, ci attendono. Onorarli e invocarli — come facciamo nelle Litanie Lauretane, dove salutiamo la Vergine Regina di tutti i Santi — non ci distoglie da Dio, ma ci avvicina alla nostra meta. Il paradiso, in fondo, è già cominciato per noi ogni volta che, nella grazia, viviamo uniti a loro e a Lui.
Dov'è il paradiso
Domanda spontanea: dov'è il paradiso? La risposta della teologia è prudente. Il paradiso celeste non è anzitutto un «luogo» misurabile nello spazio, come una regione del cielo fisico: è soprattutto uno stato, la condizione di chi vive nella visione e nel possesso di Dio. La Scrittura usa il linguaggio dell'«alto» — «il Cielo» — non per indicare una distanza geografica, ma la trascendenza e la perfezione di quella vita.
Ciò non toglie che vi sia anche una realtà reale e corporea legata al paradiso: vi dimorano già, in corpo glorioso, Nostro Signore Gesù Cristo asceso al Cielo e la Beata Vergine Maria assunta in corpo e anima. Dopo la risurrezione finale, tutti gli eletti vi parteciperanno con il corpo glorificato. Per questo, pur essendo essenzialmente uno stato, il paradiso non è una pura idea: è la pienezza concreta e definitiva della creatura redenta in Dio.
La felicità del paradiso è uguale per tutti?
Tutti i beati sono pienamente felici, ma non tutti nella stessa misura. Il Catechismo insegna che la beatitudine è «maggiore o minore secondo i meriti» di ciascuno: chi ha amato di più, vede e gode Dio più intensamente. Eppure nessuno è invidioso e nessuno manca di nulla, perché ognuno è colmato secondo la propria capacità, come vasi di diversa grandezza tutti pieni fino all'orlo. La diversità dei gradi non rompe la pace del cielo: la rende più bella, come le molte voci di un solo coro.
Domande frequenti
Cos'è il paradiso secondo la fede cattolica?
Il paradiso è la vita eterna e perfettamente felice presso Dio. La sua gioia essenziale è la visione beatifica, cioè vedere Dio faccia a faccia, e da essa derivano la pace, la compagnia dei santi e ogni altro bene del cielo.
Come si va in paradiso?
Si va in paradiso morendo in grazia di Dio, cioè con la fede, l'osservanza dei comandamenti, l'uso dei sacramenti, la preghiera e la carità, perseverando nel bene fino alla fine. Le anime non ancora del tutto purificate passano prima per il Purgatorio.
Com'è il paradiso?
Il paradiso supera ogni immaginazione: «né occhio vide, né orecchio udì» (1 Corinzi 2, 9) ciò che Dio prepara a chi lo ama. La Scrittura lo descrive come una città piena della luce di Dio, dove non vi è più morte, né lutto, né dolore (Apocalisse 21, 4).
Chi è già in paradiso?
In paradiso vivono Dio, gli angeli e tutti i santi: la moltitudine immensa dei beati, conosciuti e sconosciuti, che la Chiesa celebra insieme nella festa di Ognissanti come Chiesa trionfante.
Come capire se un defunto è in paradiso?
Solo Dio conosce con certezza la sorte delle anime; la Chiesa la afferma con sicurezza unicamente per i santi canonizzati. Per questo, per i nostri cari defunti, non presumiamo né disperiamo: li affidiamo alla misericordia di Dio con la preghiera e i suffragi, certi che la carità non va mai perduta.
Che differenza c'è tra paradiso terrestre e paradiso celeste?
Il paradiso terrestre è il giardino dell'Eden, dove Dio pose Adamo ed Eva nello stato di innocenza, e da cui furono scacciati con il peccato originale: è il «paradiso perduto». Il paradiso celeste è invece la patria eterna dei beati, la visione di Dio, che Cristo ci ha riaperto. Non torneremo all'Eden: siamo chiamati a qualcosa di più grande, il Cielo.
Dov'è il paradiso?
Il paradiso non è anzitutto un luogo collocabile nello spazio, ma uno stato: la condizione di chi vive nella visione e nel possesso di Dio. Vi dimorano però già, in corpo glorioso, Gesù asceso al Cielo e la Vergine Maria assunta in corpo e anima; dopo la risurrezione finale, anche gli eletti vi parteciperanno con il corpo glorificato.
La felicità in paradiso è uguale per tutti?
Tutti i beati sono perfettamente felici, ma non nella stessa misura: la beatitudine è «maggiore o minore secondo i meriti» di ciascuno. Nessuno però manca di nulla, perché ognuno è colmato secondo la propria capacità, e la diversità dei gradi non turba la pace del cielo.
Fonti.
- Catechismo della Dottrina Cristiana di san Pio X (la vita eterna; i Novissimi).
- Sacra Scrittura, secondo la versione di mons. Antonio Martini: Genesi 2–3; 1 Corinzi 2; Matteo 5; Luca 23; Giovanni 14; Apocalisse 21–22.
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