Attualità
Hong Kong condanna la memoria di Tiananmen: sette anni di carcere per tre organizzatori delle veglie
Un tribunale per la sicurezza nazionale di Hong Kong ha condannato tre dirigenti della Hong Kong Alliance a pene dai cinque ai sette anni di carcere per aver organizzato le veglie commemorative del massacro di Tiananmen.

Il 11 settembre 2026, un tribunale per la sicurezza nazionale di Hong Kong ha condannato tre ex dirigenti della Hong Kong Alliance a pene dai cinque ai sette anni di carcere. La loro colpa: aver organizzato, ogni 4 giugno, la veglia a lume di candela che raccoglieva a Victoria Park la memoria delle vittime della repressione di piazza Tiananmen, nel 1989. L'avvocatessa Chow Hang-tung, quarantun anni, si vede infliggere sette anni e tre mesi; il sindacalista Lee Cheuk-yan, sessantanove anni, sette anni; l'ex deputato Albert Ho, settantaquattro anni, che si è dichiarato colpevole, cinque anni e due mesi. I giudici li hanno riconosciuti colpevoli di «incitamento alla sovversione» per aver chiesto di «porre fine alla dittatura del partito unico»; l'associazione, scioltasi da sé nel settembre 2021, è inoltre colpita da un'ammenda di 1,5 milioni di dollari di Hong Kong.
I magistrati hanno pur tuttavia riconosciuto che il caso «non comportava né violenza né minaccia di violenza» e che gli imputati non avevano avanzato «alcun mezzo concreto né calendario»; hanno nondimeno giudicato l'infrazione «di natura grave», passibile di dieci anni in virtù della legge sulla sicurezza nazionale entrata in vigore nel 2020. Chow e Lee sono detenuti da quasi cinque anni, Ho da circa tre anni e mezzo. Tollerata per decenni come l'ultima commemorazione pubblica di Tiananmen in terra cinese, la veglia era stata vietata nel 2020 con il pretesto di restrizioni sanitarie, poi di nuovo nel 2021. Il numero dei morti del 4 giugno 1989 non è mai stato stabilito: le stime vanno da diverse centinaia a diverse migliaia.
La memoria dei morti e i confini del potere
Pregare per i morti e farne memoria non è un'opinione politica: è un dovere che la Scrittura chiama santo. «Santo adunque, e salutare è il pensiero di pregare pei defunti, affinchè siano sciolti da' loro peccati» (2 Maccabei, XII, 46). Il Catechismo del Concilio di Trento annovera tra le opere di misericordia la cura dovuta ai defunti, e insegna che i vivi devono soccorrere i morti con la preghiera. Chi accende un cero per migliaia di uccisi non turba l'ordine: compie un atto di pietà che ogni legge giusta ha il dovere di proteggere.
L'autorità civile viene da Dio, ma non è senza confini. San Tommaso d'Aquino insegna che una legge contraria al bene e alla giustizia non obbliga la coscienza e non è più una legge, ma una violenza (Somma teologica, I-II, questione 96, articolo 4). Il potere che castiga non il male ma il lutto, che chiama «sovversione» la memoria delle vittime, esce dalla sua carica e rivolge la spada contro l'innocente. Il profeta l'aveva detto: «Guai a voi, che dite il male bene, e il bene male» (Isaia, V, 20).
Il regime che qui giudica è quello del partito unico comunista. Ora la Chiesa, prima del Concilio, ha pronunciato su di esso un giudizio senza appello. Pio XI ha dichiarato che «il comunismo è intrinsecamente perverso, e non si può ammettere su alcun terreno la collaborazione con esso da parte di chiunque voglia salvare la civiltà cristiana» (enciclica Divini Redemptoris, 1937). Un sistema che vieta di piangere i propri morti conferma, meglio di ogni discorso, ciò che la Chiesa aveva discernuto della sua natura.
La misura
Tenuta contro questa regola, la sentenza si giudica da sé. Non si punisce un delitto: si punisce un ricordo. I giudici concedono l'assenza di ogni violenza e di ogni piano, poi colpiscono con cinque-sette anni di carcere uomini di quarantuno, sessantanove e settantaquattro anni, per parole e per ceri. Chow Hang-tung ha detto di non meritare «neppure un solo giorno» dietro le sbarre, e la giustizia naturale le dà ragione: là dove non vi è né violenza né danno, non vi è materia di castigo, ma di libertà. Vietare la memoria dei morti significa confessare che si teme la verità che essa porta.
Per il fedele, la lezione è duplice. Anzitutto, ciò che la preghiera per i defunti ha di sacro non dipende da alcun permesso dello Stato: là dove le veglie sono proibite, il dovere rimane, e la Chiesa l'ha sempre compiuto, se occorre nelle catacombe. Poi, un potere che criminalizza il lutto si smaschera: non combatte la sedizione, combatte la memoria, perché la memoria delle ingiustizie è già un giudizio. Non chiamiamo né alla rivolta né alla disperazione, ma a tenere la fede quale la Chiesa l'ha sempre insegnata, e a pregare per i morti che altri vorrebbero cancellare.
Fonti. 2 Maccabei, XII, 46 (Vulgata); Isaia, V, 20; Catechismo del Concilio di Trento (1566), delle opere di misericordia e della preghiera per i defunti; san Tommaso d'Aquino, Somma teologica, I-II, q. 96, a. 4; Pio XI, enciclica Divini Redemptoris (1937).