Attualità
La Messa tradizionale esclusa da San Pietro per il 2026
La Messa pontificale tradizionale del pellegrinaggio Summorum Pontificum 2026 non è stata autorizzata nella basilica di San Pietro; sarà celebrata a Santa Maria Maggiore.

Il quindicesimo pellegrinaggio internazionale Summorum Pontificum si terrà a Roma dal 23 al 25 ottobre 2026. La sua Messa pontificale principale non sarà celebrata nella basilica di San Pietro. Una lettera del 7 agosto 2026, trasmessa dalla Nunziatura apostolica e firmata da mons. Paolo Rudelli, sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, ne ha negato l'autorizzazione per «quest'anno». La Messa sarà detta sabato 24 ottobre alle ore 15, all'altare maggiore della basilica di Santa Maria Maggiore, sotto la presidenza di mons. Athanasius Schneider.
I pellegrini non sono esclusi da San Pietro. Il sabato mattina la processione partirà verso le undici dalla chiesa dei Santi Celso e Giuliano, raggiungerà la basilica, e i fedeli vi sosteranno in preghiera alle tredici prima di dirigersi a Santa Maria Maggiore. Le due Messe pontificali del pellegrinaggio saranno celebrate da mons. Schneider, e non da un cardinale come negli anni precedenti. Nel 2025 la Messa principale aveva potuto tenersi in San Pietro per la prima volta dal 2022. Il rifiuto vale, secondo la lettera, soltanto per «quest'anno», senza un divieto permanente; gli organizzatori lo avevano sollecitato più volte, in dicembre, in aprile e in giugno, senza ottenerlo. Dal 2021 le celebrazioni secondo il messale del 1962 vi sono confinate a orari riservati e alla cappella Clementina, nelle grotte.
Ciò che la Chiesa ha sempre tenuto
Il 14 luglio 1570, con la bolla Quo primum tempore, san Pio V fissò il Messale romano e concesse «in perpetuo» che quel rito potesse essere celebrato liberamente e lecitamente in ogni luogo. Il Concilio di Trento, nella sua ventiduesima sessione, aveva insegnato che la Messa è il vero e proprio sacrificio, e colpito d'anatema chiunque tenga i riti e le cerimonie ricevuti e approvati dalla Chiesa nella celebrazione solenne per fermenti d'empietà. Questo rito non è una tolleranza concessa a una sensibilità: è il culto che la Chiesa romana ha reso a Dio per secoli, all'altare eretto sul sepolcro del principe degli Apostoli come in ogni altro luogo.
La misura
Negare a questo rito l'altare maggiore di San Pietro, pur ammettendovi i pellegrini per la preghiera ma non per il Sacrificio, si tiene in tensione con la perpetuità che san Pio V aveva voluto inalienabile. La difficoltà non riguarda una colpa liturgica: il messale messo da parte è proprio quello che Trento ha canonizzato e che Pio V ha dato per sempre. Riferiamo l'atto, non il cuore di coloro che l'hanno preso; e l'atto, così com'è scritto, vale soltanto per «quest'anno», dopo che nel 2025 la stessa Messa aveva ritrovato San Pietro. Resta che il luogo dove il rito romano fu fissato per l'universo gli è, ancora una volta, chiuso.
Per i fedeli
Il valore del santo Sacrificio non dipende dal marmo su cui è offerto: la Messa detta a Santa Maria Maggiore, la più antica basilica mariana di Roma, è la medesima che si direbbe a San Pietro. Il fedele formato nella tradizione tiene al rito perché tiene alla fede che esso esprime, non perché ne attenda un privilegio. Che vada a pregare al sepolcro di Pietro il mattino, e a offrire il Sacrificio a Santa Maria Maggiore il pomeriggio, senza amarezza e senza clamore. La Chiesa ha conosciuto prove più pesanti; il rito, invece, rimane ciò che san Pio V ha detto di lui: perpetuo.
Fonti. Bolla Quo primum tempore di san Pio V (14 luglio 1570); Concilio di Trento, XXII sessione (1562), dottrina sul santo Sacrificio della Messa e canone 7; Catechismo del Concilio di Trento (1566), sul Sacrificio perpetuo; Dom Guéranger, L'Anno liturgico, sul culto romano.