Attualità
Messa latina tradizionale: l'ultima parola spetta al papa, non al prefetto
Il presidente della conferenza dei vescovi degli Stati Uniti sostiene che l'ultima parola sulle restrizioni che colpiscono la messa latina tradizionale spetta al papa, ancora silenzioso, contro un prefetto che le diceva mantenute.

Il presidente della conferenza dei vescovi degli Stati Uniti ha pubblicamente contraddetto una dichiarazione del cardinale Arthur Roche, prefetto del dicastero per il Culto divino, il quale affermava che il papa regnante non intende modificare le restrizioni imposte alla messa latina tradizionale. Nel corso di un'intervista televisiva, l'arcivescovo di Oklahoma City, alla guida della conferenza dal novembre 2025, ha sostenuto che l'ultima parola spetta al papa, il quale non si è ancora pronunciato: «Non sono certo che abbiamo udito l'ultima parola di questo pontificato su Traditionis custodes. Il cardinale Roche ha parlato, ma finché il papa Leone non ha parlato, non sono sicuro che sappiamo con certezza quale sarà la via da seguire.»
Il cardinale Roche aveva dichiarato, in un'intervista alla stampa, che «no, il papa Leone non cambierà Traditionis custodes, e non tornerà a Summorum Pontificum». Il suo mandato quinquennale alla guida del dicastero è giunto a scadenza nel maggio 2026, e si parla di una sua sostituzione.
Attorno alla stessa questione le voci divergono: un cardinale, già prefetto del medesimo dicastero, ha pubblicamente chiesto al papa Leone di tornare alla situazione di Summorum Pontificum; l'arcivescovo di San Francisco ha messo in dubbio che le restrizioni possano reggere di fronte ai giovani che la messa tradizionale attira; un altro cardinale invita i fedeli a «far conoscere ai loro vescovi, e soprattutto al Santo Padre, il loro desiderio di celebrare secondo questa forma, senza mettere in causa la validità del concilio Vaticano II». L'arcivescovo di Oklahoma City ha rilevato che una diocesi del Texas aveva, quella stessa settimana, allentato le sue restrizioni, e ritiene che altri vescovi potrebbero seguirla.
Ha inoltre evocato il «dilemma» dei fedeli ai quali si vieta di assistere alle liturgie della Fraternità San Pio X: dopo le consacrazioni episcopali che questa ha conferito il 1º luglio 2026, egli stesso aveva messo in guardia la propria arcidiocesi contro tali liturgie, orientando i fedeli verso la Fraternità San Pietro. Il papa, dal canto suo, non si è espresso pubblicamente sulla messa tradizionale; il suo ultimo appello in materia liturgica, il 14 agosto 2026, riguardava la fedeltà ai riti approvati.
Ciò che la tradizione insegna
La messa latina tradizionale non è un gusto né una sensibilità: essa porta il santo sacrificio, rinnovamento incruento di quello della Croce, che il concilio di Trento ha definito nella sua ventiduesima sessione contro i novatori, colpendo con l'anatema chiunque lo neghi. Il rito che la serve fu dato per durare: san Pio V, promulgando il Messale romano nel 1570, ne concesse l'uso a ogni sacerdote «in perpetuo», vietando che alcuno fosse mai molestato per attenervisi. E la questione di sapere chi decide in ultima istanza non è aperta: Cristo ha edificato la sua Chiesa su Pietro, e a Pietro solo furono consegnate le chiavi. Il concilio Vaticano, nel 1870, ha definito che il successore di Pietro riceve il primato di giurisdizione sulla Chiesa intera: non un dicastero, non un prefetto, ma il papa.
La misura
Sul punto di diritto, la tradizione dà ragione a chi ricorda che l'ultima parola spetta al papa. L'attesa di un prefetto, per quanto sicuro di sé e per quanto alta sia la sua carica, non è un atto pontificio: nessun motu proprio, nessun decreto, nessun rescritto è stato pubblicato dopo Traditionis custodes. Dire «il papa non cambierà» e «non tornerà indietro» descrive una previsione, non una decisione presa; e un mandato scaduto non vincola il pontefice che resta a parlare.
Non ci pronunciamo sulle intenzioni del Santo Padre, che tace: constatiamo soltanto che il dibattito è aperto, non chiuso, e che coloro che lo dicono chiuso anticipano una sentenza che nessun testo reca. Resta il conflitto di fondo, che non è anzitutto tra uomini ma tra atti: là dove Quo primum voleva perpetuo l'uso del rito romano, una restrizione recente lo tratta come privilegio revocabile. Questa tensione permane, chiunque sia colui che, domani, dirà l'ultima parola.
Per i fedeli
Attendere la parola del papa non è indifferenza, e tenere alla messa di sempre non è ribellione. Il fedele formato nella tradizione domanda questa liturgia là dove essa può legittimamente essere ottenuta, presso i sacerdoti e le comunità in piena comunione, e forma i suoi figli a questo tesoro senza mettere in causa l'autorità della Chiesa. Il «dilemma» delle liturgie celebrate fuori da questa comunione è reale e doloroso; non si risolve né col disprezzo dell'autorità né con la rottura, ma con la fedeltà paziente a ciò che la Chiesa ha sempre creduto e pregato. È là, e non nell'agitazione, che si custodisce il deposito.
Fonti. Concilio di Trento, sessione XXII (1562), dottrina e canoni sul santo sacrificio della messa; san Pio V, bolla Quo primum tempore (1570); concilio Vaticano, costituzione dogmatica Pastor æternus (1870), sul primato del Sommo Pontefice; Vangelo secondo san Matteo XVI, 18-19 (Vulgata).