Attualità
Leone XIV: la riforma liturgica del Vaticano II «nel solco della tradizione vivente della Chiesa»
All'udienza generale del 26 agosto 2026, Leone XIV ha chiuso il suo ciclo sulla Sacrosanctum Concilium difendendo la riforma liturgica del Vaticano II e invitando a rigettare gli abusi.

Il 26 agosto 2026, all'udienza generale tenuta nella basilica di San Pietro, Leone XIV ha svolto l'ottava e ultima catechesi di un ciclo dedicato alla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium. Vi ha difeso la riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II, dicendola collocata «nel solco della tradizione vivente della Chiesa», e ha invitato a «rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano».
La tradizione non si prova con la parola, ma con l'atto. Il Concilio di Trento insegna che i riti ricevuti e approvati della Chiesa, in uso nella solenne amministrazione dei sacramenti, non possono essere disprezzati, né omessi senza peccato, né mutati in altri nuovi da qualsiasi pastore (sessione VII, canone 13). Sul santo sacrificio, lo stesso Concilio ha colpito con l'anatema chi ritenesse le cerimonie, i paramenti e i segni ricevuti fermenti d'empietà anziché stimoli di pietà (sessione XXII). San Pio V, promulgando il Messale Romano, lo ha fissato «in perpetuo». E Pio XII, nella Mediator Dei, pur distinguendo gli elementi divini immutabili da quelli umani mutabili, ha condannato l'archeologismo che tiene per migliore una forma solo perché più antica, e ha giudicato «né saggio né lodevole» ricondurre tutto all'antichità.
Per illustrare la riforma, Leone XIV si è appoggiato alla terza «Lettera dal Concilio» che il cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI e allora arcivescovo di Milano, indirizzò ai suoi fedeli il 28 ottobre 1962, dicendoli chiamati a «non rimanere più muti e passivi», poiché la loro «materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza».
Ha collegato la riforma ad atti anteriori al Concilio: l'enciclica Mediator Dei di Pio XII (1947), la costituzione apostolica Divini Cultus di Pio XI, il ripristino da parte di Pio XII dei riti della Settimana Santa ricollocati nelle ore degli eventi pasquali, e il motu proprio Rubricarum instructum di Giovanni XXIII (25 luglio 1960). Ha ribadito che la partecipazione dei fedeli «non può essere passiva», citando la Sacrosanctum Concilium (n. 48), che chiede che essi non assistano «come estranei o muti spettatori», e ha indicato i pastori, i vescovi e ogni sacerdote come primi garanti di una liturgia che risplenda «per nobile semplicità».
Che la mutabilità degli elementi umani sia reale, la tradizione non l'ha mai negato; che essa autorizzi a rifare il rito ricevuto, l'ha sempre negato. Il rimedio agli abusi non è il principio che li ha resi possibili, ma il rito che la Chiesa ha ricevuto e custodito.
Fonti. Concilio di Trento, sessione VII, canone 13, sui riti ricevuti e approvati dei sacramenti, e sessione XXII, sul santo sacrificio della Messa; Catechismo del Concilio di Trento (1566); bolla Quo Primum di san Pio V (1570); Pio XII, enciclica Mediator Dei (1947), contro l'archeologismo liturgico.