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La 72ª miracolata di Lourdes: «Un miracolo non appartiene a chi lo riceve»
Antonietta Raco, guarita a Lourdes nel 2009 da una malattia ritenuta incurabile, vede la Chiesa riconoscere la sua guarigione come il 72º miracolo del santuario.
Antonietta Raco, sessantotto anni, di Francavilla in Sinni, nella diocesi di Tursi-Lagonegro, era stata paralizzata da una sclerosi laterale primaria. Riacquistò l'uso delle gambe nel 2009, durante un pellegrinaggio a Lourdes compiuto con la sezione lucana dell'UNITALSI. La scienza non sa rendere conto di questa guarigione, che la Chiesa ha riconosciuto come scientificamente inspiegabile: il settantaduesimo miracolo attribuito all'intercessione di Nostra Signora di Lourdes. All'avvicinarsi della visita di papa Leone XIV a Lourdes, durante il suo viaggio in Francia, è tornata su ciò che ha vissuto.
Alle piscine, racconta, udì le parole «Non avere paura». Dapprima tenne per sé la scoperta di poter camminare di nuovo, e solo più tardi trovò la forza di parlarne. Oggi presta servizio come volontaria dell'UNITALSI: accompagna i malati, li ascolta, prega con loro, piuttosto che raccontare la propria guarigione, perché il silenzio, dice, «dà la possibilità di entrare nel cuore». Il suo vescovo, mons.
Francescantonio Noè, le aveva ricordato che quel dono non era suo soltanto: «Mi disse che quel dono non era per me, ma per tutti.» Lei stessa lo riassume in una frase: «Un miracolo non appartiene a chi lo riceve.» Dalla venuta del Papa attende un conforto per gli afflitti: «Credo dunque che tutto ciò che dirà a Lourdes potrà riempire il cuore di tante persone che soffrono in questo momento, nel corpo e nello spirito. Sarà certamente di grande aiuto per loro.»
Ciò che la Chiesa insegna del miracolo
Il miracolo non è né un prodigio gratuito né un favore privato. È un segno: un'opera che Dio solo può compiere, al di sopra di tutto l'ordine della natura creata, per attestare la verità della sua rivelazione e rafforzare la fede. Il Concilio Vaticano lo ha definito uno dei segni più certi della rivelazione divina, adatti all'intelligenza di tutti. Per questo la Chiesa non proclama mai un miracolo alla leggera: attende che la medicina abbia esaurito le sue spiegazioni, e riserva il suo giudizio con prudente lentezza. Questo rigore non è diffidenza verso Dio; è il rispetto dovuto alla sua opera.
La misura
Nulla qui contraddice questa regola; tutto la conferma. Una malattia ritenuta irreversibile cede senza causa naturale, i medici dichiarano di non poter spiegare, e la Chiesa, dopo l'esame, riconosce il fatto senza concludere troppo in fretta. Il segno è dato, ed è dato per ciò a cui i segni servono fin dal Vangelo: non per onorare colui che lo riceve, ma per condurre gli altri alla fede e alla speranza.
La guarita l'ha compreso meglio di molti commentatori: «Un miracolo non appartiene a chi lo riceve.» Tacendo sulla propria grazia per chinarsi sui malati, restituisce al dono il suo fine vero. E le parole che dice di aver udito, «Non avere paura», sono quelle che la Scrittura pone di continuo sulle labbra dell'angelo e del Salvatore, sulla soglia delle grandi grazie. Il fedele non ha dunque nulla da aggiungere né da togliere: rende grazie, e tiene fermo alla fede che la Chiesa ha sempre insegnato.
Fonti. Concilio Vaticano, costituzione Dei Filius (1870), sui miracoli come segni certissimi della rivelazione divina, adatti all'intelligenza di tutti; Catechismo del Concilio di Trento (1566), sul primo articolo del Simbolo e sull'onnipotenza di Dio; Vangelo secondo san Giovanni (Vulgata), XX, 30-31, sui segni scritti «affinché crediate»; il «Non temere» (Noli timere) ripetuto dalla Scrittura, in san Luca I, 30.