Attualità
All'ONU il cardinale Parolin chiede la pace a Gaza e in Ucraina
Davanti all'Assemblea generale dell'ONU, il cardinale Parolin ha chiesto la fine dei combattimenti a Gaza e in Ucraina e denunciato la persecuzione dei cristiani; lo misuriamo sulla dottrina perenne della pace e della guerra giusta.

Il 26 settembre 2026, davanti all'81ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite riunita a New York, il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità a Gaza e in Ucraina. Trasmettendo il saluto di papa Leone XIV, ha definito il tema della sessione, «Ristabilire la fiducia, gestire la trasformazione», un «imperativo morale e politico urgente». Su Gaza ha denunciato la distruzione di ospedali, infrastrutture energetiche e abitazioni come una «grave violazione del diritto internazionale umanitario» e ha messo in guardia da una «terribile crisi umanitaria» segnata da sfollamenti di massa.
Sull'Ucraina, dopo più di quattro anni di guerra, ha constatato un bilancio di vittime che non cessa di aumentare e ha chiesto «un cessate il fuoco immediato, completo ed effettivo». Ha salutato il recente «Accordo quadro trilaterale» tra Stati Uniti, Israele e Libano, ha denunciato la persecuzione dei cristiani «in molte parti del mondo» e ha messo in guardia dai sistemi d'arma letali autonomi, la cui responsabilità «non può essere delegata a processi opachi o automatizzati».
La misura di sempre: la pace è l'ordine, non il solo silenzio delle armi
La tradizione non misura una guerra sul calendario né sull'indignazione, ma sulla giustizia. Sant'Agostino definisce la pace «la tranquillità dell'ordine» e insegna che non si combatte per combattere: si fa la guerra per ottenere la pace, mai il contrario. La dottrina della guerra giusta, ricevuta da sant'Agostino e fissata da san Tommaso d'Aquino, esige l'autorità legittima, la causa giusta e la retta intenzione, e vieta di colpire l'innocente. Il Catechismo del Concilio di Trento, esponendo il quinto comandamento, proibisce l'omicidio a tutti senza eccezione e pone tra gli omicidi vietati l'uccisione dell'innocente, mentre riconosce ai pubblici poteri il diritto di punire il colpevole e di proteggere gli innocenti. Quanto alla persecuzione, non è cosa nuova sotto il sole: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi», dice Nostro Signore, e «Beati quei, che soffrono persecuzione per amore della giustizia».
La misura dell'appello
Provato a questa regola, l'appello a far tacere le armi e a risparmiare gli ospedali, le case e i viveri delle popolazioni si accorda con la legge eterna: colpire l'innocente e affamarlo sono, secondo il quinto comandamento, mali che nessuna ragion di Stato giustifica. Parimenti, esigere che la responsabilità dell'uso della forza resti sotto un controllo umano «consapevole e responsabile» e non sia rimessa alla macchina, è ridire ciò che la morale ha sempre tenuto: l'atto umano, e la colpa che vi si lega, presuppongono l'intelligenza e la volontà di un uomo; un'arma che uccide senza un agente responsabile dissolve il giudizio morale stesso. Su questi punti, le parole del cardinale raggiungono la dottrina ricevuta, e lo diciamo senza giri di parole.
Una parola di prudenza, tuttavia. La pace vera non è il solo silenzio dei cannoni, ma «la tranquillità dell'ordine», di un ordine fondato sulla giustizia e, in ultima istanza, sul riconoscimento di Dio. Chiedere il cessate il fuoco è giusto; esso diventa pace duratura solo se l'ordine ristabilito è un ordine giusto, e questa misura vale per tutte le parti, senza eccezione. È ciò che la tradizione impone a chi invoca la pace: non una tregua che rinnova l'ingiustizia, ma l'ordine che Dio vuole tra le nazioni.
Fonti. Catechismo del Concilio di Trento (1566), sul quinto comandamento. Sant'Agostino, La Città di Dio, libro XIX, cap. 13, e Lettera 189 a Bonifacio. San Tommaso d'Aquino, Somma teologica, IIa-IIae, q. 40, sulla guerra. Vangelo secondo san Giovanni, XV, 20, e secondo san Matteo, V, 10 (Vulgata).