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San Giosafat Kuncewycz: vescovo e martire dell'unità
Chi era san Giosafat Kuncewycz, arcivescovo di Polock e martire dell'unità con Roma: il monaco basiliano di Vilnius, la riforma della sua diocesi, le accuse dei suoi avversari, il martirio di Vitebsk del 12 novembre 1623, le reliquie in San Pietro, la festa del 14 novembre nel calendario del 1962 e la colletta del Messale.
San Giosafat Kuncewycz (verso il 1580-1623) fu un monaco basiliano di rito bizantino, poi arcivescovo di Polock, ucciso a Vitebsk il 12 novembre 1623 perché difendeva l'unione della sua Chiesa con la Sede di Pietro. Fu il primo santo delle Chiese orientali canonizzato con un regolare processo romano, e per questo la Chiesa lo venera come martire dell'unità. Nel calendario del 1962 la sua festa si celebra il 14 novembre, come festa di III classe.
Chi era san Giosafat
Giosafat nacque verso il 1580 (Butler esita tra il 1580 e il 1584) a Volodymyr, in Volinia, nell'allora regno di Polonia-Lituania, e al battesimo ricevette il nome di Giovanni. Il Breviario lo dice nato da genitori nobili e cattolici; la sua famiglia, i Kuncewycz, apparteneva alla borghesia cittadina. Il Breviario racconta anche un episodio della sua infanzia: mentre la madre gli parlava della Passione di Cristo, il fanciullo sentì come un dardo partito dal costato di un'immagine del Crocifisso ferirgli il cuore. Da allora, dice la lezione, si diede alla preghiera e alle opere di pietà fino a essere d'esempio ai ragazzi più grandi di lui.
Mandato a Vilnius come apprendista presso un mercante, il giovane si interessava più alla liturgia che al commercio: imparò lo slavo ecclesiastico per seguire meglio il culto divino e recitava ogni giorno una parte del lungo Ufficio bizantino. Il mercante, che lo stimava, gli offrì di diventare suo socio e di sposare una delle sue figlie. Giovanni rifiutò l'una e l'altra cosa: nel 1604 entrò nel monastero della Santissima Trinità di Vilnius, prendendo il nome di Giosafat.
Il contesto era quello dell'Unione di Brest (1595-1596): il metropolita di Kiev e diversi vescovi ruteni (gli antenati degli odierni ucraini e bielorussi) avevano deciso di ristabilire la comunione con Roma, conservando il loro rito bizantino, la loro lingua liturgica e le loro consuetudini. Giosafat era allora ancora un ragazzo: il Breviario e Butler dicono cattolici i suoi genitori, ed egli consacrò poi tutta la vita a quella unione.
Il monaco di Vilnius
A Vilnius Giosafat trovò un compagno d'eccezione, Giuseppe Velamin Rutskyj, convertito dal calvinismo, e i due giovani monaci progettarono insieme la riforma della vita monastica rutena e la promozione dell'unità. Ordinato diacono e sacerdote, Giosafat divenne presto un predicatore ricercato. La sua vita era di un'austerità impressionante: il Breviario ricorda che camminava a piedi nudi anche nei rigidissimi inverni della regione, non mangiava mai carne, beveva vino solo per obbedienza e portò il cilicio fino alla morte. Conservò intatta la castità che aveva votato fin da ragazzo alla Vergine Madre di Dio.
Quando Rutskyj divenne metropolita di Kiev, nel 1614, Giosafat gli succedette come archimandrita di Vilnius. Il lavoro di riforma che lui e Rutskyj avviarono nei monasteri ruteni è all'origine dell'Ordine di San Basilio Magno, i cui monaci si chiamano dal 1932 Basiliani di san Giosafat.
Arcivescovo di Polock
Nel 1617 Giosafat fu consacrato vescovo, con diritto di successione alla sede di Polock, che ebbe pochi mesi dopo, alla morte dell'anziano arcivescovo. Trovò una diocesi vastissima e in grande decadenza: chiese in rovina, benefici in mano ai laici, un clero poco istruito, monasteri rilassati. Si mise al lavoro: radunò sinodi, pubblicò un catechismo e ne impose l'uso, diede regole di vita al clero, rivendicò i beni ecclesiastici usurpati dai signori locali. E soprattutto dava l'esempio: predicava, amministrava i sacramenti, visitava i poveri, i malati, i carcerati e i villaggi più lontani.
La sua carità era senza misura. Il Breviario racconta che un giorno, non avendo nulla per soccorrere una vedova povera, fece dare in pegno il proprio omophórion, il pallio dei vescovi orientali. Nel giro di pochi anni la diocesi era in gran parte tornata all'unità.
Le accuse e le calunnie
Nel 1620 fu insediata accanto alla gerarchia unita una gerarchia dissidente, e a Polock fu mandato un arcivescovo rivale, Meletij Smotryckyj. Questi diffuse la voce che Giosafat «si era fatto latino», che tutto il suo popolo avrebbe dovuto fare lo stesso e che il cattolicesimo non era la fede tradizionale dei ruteni. Vitebsk, Mogilev e Orsha si schierarono con lui, e in più di un'occasione la vita di Giosafat fu minacciata.
Le accuse arrivarono anche da parte cattolica. Nel 1622 il cancelliere di Lituania, Leone Sapieha, preoccupato per i disordini, gli scrisse rimproverandogli di usare la violenza per mantenere l'unione. Butler osserva che queste accuse erano formulate in termini generali e che le testimonianze dell'epoca, di entrambe le parti, ne mostrarono l'infondatezza: l'unico fatto di questo genere ammesso è che Giosafat ricorse all'autorità civile per riavere la chiesa di Mogilev. A rendergli la vita difficile contribuì anche la sua fermezza nel difendere, davanti ai vescovi latini di Polonia, il diritto del clero e dei riti bizantini a essere trattati alla pari con quelli di Roma: Giosafat voleva l'unità, non la latinizzazione.
Chi oggi cerca «san Giosafat persecutore» o «calunnie degli ortodossi» incontra questa polemica, nata già all'indomani della sua morte. La Chiesa, dopo un lungo processo, ha giudicato diversamente: lo ha dichiarato martire.
Chi ha ucciso san Giosafat: il martirio di Vitebsk
Nell'ottobre 1623 Giosafat decise di tornare a Vitebsk, la città più ostile. Non volle scorta militare: «Se sarò trovato degno del martirio», disse, «non ho paura di morire». Per due settimane predicò nelle chiese e visitò tutte le case. In un sermone al popolo annunciò egli stesso la morte che lo attendeva: «Voi, gente di Vitebsk, volete uccidermi... Io sono qui in mezzo a voi come vostro pastore, e sarei felice di dare la vita per voi. Sono pronto a morire per la santa unione, per il primato di san Pietro e del suo successore, il Sommo Pontefice».
I suoi avversari prepararono il pretesto. Un sacerdote, Elia, venne più volte a insultare i servitori dell'arcivescovo; la mattina del 12 novembre 1623, mentre Giosafat andava in chiesa per l'Ufficio, lo insultò in faccia, e il diacono lo fece trattenere in una stanza della casa. Era il segnale atteso: le campane del municipio suonarono, la folla si radunò e fece irruzione nel palazzo arcivescovile, colpendo i familiari del vescovo. Giosafat uscì loro incontro. Le sue ultime parole, riferite dal Breviario, sono quelle di un pastore:
Figlioli, perché percuotete i miei familiari? Se avete qualcosa contro di me, eccomi.
Al grido di «Uccidete il papista!» fu colpito con un'alabarda e con un colpo d'arma da fuoco; il corpo, straziato, fu gettato nel fiume Dvina. Era nel suo quarantatreesimo anno di età. Il Breviario aggiunge che il corpo fu ritrovato sul fondo del fiume circondato da una luce meravigliosa, e che il sangue del martire giovò anzitutto ai suoi uccisori: quasi tutti, condannati a morte, abiurarono lo scisma e detestarono il loro delitto. Lo stesso Smotryckyj, in seguito, si riconciliò con la Santa Sede.
Beatificazione, canonizzazione e reliquie
Urbano VIII lo beatificò. Il 29 giugno 1867, durante le solenni celebrazioni centenarie dei Principi degli Apostoli, Pio IX lo canonizzò nella basilica Vaticana davanti a circa cinquecento vescovi di tutti i riti: fu, dice il Breviario, il primo santo orientale iscritto così nell'albo dei santi. Leone XIII estese poi la sua Messa e il suo Ufficio alla Chiesa universale. Nel 1923, terzo centenario del martirio, Pio XI gli dedicò l'enciclica Ecclesiam Dei, datata proprio 12 novembre.
Dopo lunghe peregrinazioni, il corpo del santo giunse a Roma, e nel novembre 1963 fu deposto nella basilica di San Pietro, sotto l'altare di san Basilio Magno: vicino alla tomba di Pietro, alla cui sede era rimasto fedele fino al sangue, e sotto la protezione del padre del monachesimo orientale. Riposa così accanto all'apostolo per il cui primato aveva dato la vita: sul ruolo di Pietro e dei suoi successori si veda la pagina su san Pietro, il primo Papa.
A Roma porta il suo nome anche il Pontificio Collegio Ucraino di San Giosafat, sul Gianicolo, che forma sacerdoti greco-cattolici ucraini.
San Giosafat 14 o 12 novembre?
Nel calendario del 1962 san Giosafat si festeggia il 14 novembre, festa di III classe, con un'orazione propria. Il giorno della morte, il 12 novembre, era allora occupato dalla festa di san Martino I, papa e martire. Con la riforma del calendario del 1969 la sua memoria è stata spostata al 12 novembre, giorno del martirio: per questo molti calendari moderni indicano quella data. Gli ucraini cattolici di rito bizantino lo celebrano secondo il proprio calendario. Chi segue il rito tradizionale lo festeggia il 14 novembre.
San Giosafat e san Barlaam: due figure diverse
Chi cerca «san Giosafat buddha» o «san Giosafat e san Barlaam» non sta cercando l'arcivescovo di Polock. La leggenda di Barlaam e Giosafat racconta di un principe indiano tenuto lontano dal mondo e convertito da un eremita, Barlaam: è un romanzo spirituale medievale, molto letto, che gli studiosi considerano una rielaborazione cristiana di una leggenda sulla giovinezza del Buddha (il nome stesso di Giosafat deriverebbe, attraverso una lunga catena di traduzioni, da bodhisattva). I due personaggi entrarono nel Martirologio Romano al 27 novembre, ma non hanno nulla a che vedere con san Giosafat Kuncewycz, vescovo storico del XVII secolo, la cui vita è documentata dagli atti del processo di beatificazione.
Preghiera a san Giosafat (colletta del 1962)
La preghiera più autorevole a san Giosafat è l'orazione della sua Messa nel Messale Romano. Chiede a Dio di suscitare nella Chiesa lo stesso Spirito che spinse il santo a dare la vita per il suo gregge.
Oratio
Excita, quǽsumus, Dómine, in Ecclésia tua Spíritum, quo replétus beátus Jósaphat Martyr et Póntifex tuus ánimam suam pro óvibus pósuit: ut, eo intercedénte, nos quoque eódem Spíritu moti ac roboráti, ánimam nostram pro frátribus pónere non vereámur. Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte ejúsdem Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum. Amen.
Orazione
Suscita, te ne preghiamo, o Signore, nella tua Chiesa lo Spirito, del quale ripieno il beato Giosafat, tuo martire e pontefice, diede la vita per le sue pecore: affinché, per sua intercessione, anche noi, mossi e fortificati dal medesimo Spirito, non temiamo di dare la vita per i fratelli. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che vive e regna con te nell'unità del medesimo Spirito Santo, Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
È la preghiera che si addice a chi soffre per l'unità della Chiesa, e in particolare per i cattolici orientali perseguitati, ai quali Pio XII dedicò nel 1946 l'enciclica Orientales omnes.
Il Vangelo della sua Messa è quello del buon pastore: Io sono il buon Pastore. Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle (Giovanni 10, 11). Chi vuole affidarsi anche agli altri apostoli dei popoli slavi può rileggere la storia dei santi Cirillo e Metodio, e invocare tutti i martiri insieme con le Litanie dei Santi.
Domande frequenti
Chi era san Giosafat?
Un monaco basiliano di rito bizantino, nato in Volinia verso il 1580, consacrato vescovo nel 1617 e poco dopo arcivescovo di Polock. Riformò la sua diocesi e difese l'unione dei ruteni con Roma, per la quale fu ucciso a Vitebsk nel 1623.
Chi ha ucciso san Giosafat?
Una folla di Vitebsk aizzata dagli avversari dell'unione con Roma, che fece irruzione nel palazzo arcivescovile il 12 novembre 1623. Fu colpito con un'alabarda e con un colpo d'arma da fuoco, e il suo corpo fu gettato nella Dvina.
Perché san Giosafat è diventato cattolico?
Secondo il Breviario e Butler era figlio di genitori cattolici. Era ancora un ragazzo all'epoca dell'Unione di Brest (1595-1596), con cui la Chiesa rutena ristabilì la comunione con Roma conservando il rito bizantino, e dedicò poi la vita a quella unione.
Quando si festeggia san Giosafat?
Il 14 novembre nel calendario del 1962, festa di III classe. Il calendario riformato del 1969 lo celebra il 12 novembre, giorno del martirio.
Dove sono le reliquie di san Giosafat?
Nella basilica di San Pietro in Vaticano, sotto l'altare di san Basilio Magno, dove furono deposte nel novembre 1963.
Chi sono i Basiliani di san Giosafat?
Sono i monaci dell'Ordine di San Basilio Magno, nato dalla riforma del monachesimo ruteno avviata da Giosafat e dal metropolita Rutskyj; dal 1932 portano ufficialmente il nome del santo.
San Giosafat è lo stesso della leggenda di Barlaam e Giosafat?
No. Il Giosafat della leggenda è un principe indiano di un romanzo spirituale medievale, ispirato alla giovinezza del Buddha. San Giosafat Kuncewycz è un vescovo storico, morto nel 1623.
Per gli altri santi dell'anno liturgico, si veda l'elenco dei santi cattolici mese per mese.
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Fonti. Breviario Romano, 14 novembre: lezioni di san Giosafat (nel Breviario del 1962 una sola lezione, contratta; le lezioni lunghe del II notturno sono quelle di prima del 1960). Messale Romano del 1962, festa di san Giosafat (14 novembre), orazione Excita, quǽsumus, Dómine. Calendario Romano del 1962. Butler's Lives of the Saints, 14 novembre. Sacra Scrittura nella versione di mons. Antonio Martini (Giovanni 10, 11).