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Fulton Sheen beatificato: pregava per la libertà dei suoi persecutori
Beatificato a Saint-Louis, l'arcivescovo Fulton Sheen lascia la testimonianza di un pastore biritualista rivolto alle Chiese d'Oriente perseguitate.

Il 24 settembre 2026, a Saint-Louis, sotto la volta dell'America Center, l'arcivescovo Fulton J. Sheen è stato proclamato beato. Vi fu svelato il suo ritratto di beatificazione, e grandi schermi riproposero le sue predicazioni televisive degli anni Cinquanta e Sessanta. Il 25 e il 26 settembre, sette Messe di ringraziamento furono cantate nella cattedrale di Peoria; il 26, monsignor Robert M. Pipta, dell'eparchia rutena di Parma, vi celebrò la Divina Liturgia bizantina.
Sheen infatti era biritualista, e questo legame non era ornamentale. Il 3 settembre 1955, durante un pellegrinaggio mariano a Uniontown, in Pennsylvania, egli celebrò per la prima volta la Divina Liturgia bizantina, con il permesso che teneva dal papa Pio XII. Fece registrare quella liturgia e la fece diffondere oltre la cortina di ferro, in inglese piuttosto che in slavonico: una delle prime volte che la Divina Liturgia giungeva così alle orecchie delle Chiese captive. Ai loro oppressori diceva: «Non vi odiamo. Non vogliamo distruggervi. Preghiamo per la vostra libertà». Un'icona scritta dal padre Thomas Loya fu intronizzata a Peoria a testimonianza del suo stato biritualista: lo mostra con la mitra romana e insieme la corona episcopale bizantina, una lavagna al suo fianco, e reca queste parole: «In questi tempi travagliati, dobbiamo diventare santi».
La regola non risale a questo mese. Il Signore ha comandato: «Orate pro persequentibus et calumniantibus vos» — pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano. Pregare per la libertà del persecutore, e non per la sua rovina, è obbedire alla lettera. E mai la Chiesa ha tenuto i suoi riti orientali per un ornamento: li tiene per suoi, una sola fede sotto liturgie diverse. Pio XII, nell'enciclica Orientales omnes Ecclesias (1945), pianse la Rutenia cattolica consegnata all'oppressione e ricordò che queste Chiese appartengono al corpo intero di Cristo.
A questa misura si misura l'uomo. Ciò che egli fece nel 1955, portare la Divina Liturgia in lingua viva fino ai captivi, fu un atto di carità verso la Chiesa sofferente, non un calcolo di ascolti. «È per questo che si è allineato con noi, è per questo che è diventato uno dei nostri, biritualista», ha detto il padre Loya. E monsignor Pipta, a Peoria: «Pensa con noi, sente con noi, prega con noi, piange con noi. Riconosce meglio di noi la turbolenza del nostro tempo, e non cessa di chiamarci ad abbracciare la pienezza della nostra vocazione battesimale e a essere santi; sì, a essere santi». La santità non è uno stato riservato: è il precetto comune, e vale ancora.
Fonti. Vangelo secondo san Matteo, V, 44 (Vulgata); Catechismo del Concilio di Trento (1566), sul quinto comandamento, a proposito dell'amore dei nemici; Pio XII, enciclica Orientales omnes Ecclesias (1945), sulle Chiese orientali cattoliche nella persecuzione.