Attualità
Vent'anni dopo la sua morte, l'adolescente che teneva l'Eucaristia per un anticipo del Cielo
Vent'anni fa moriva Carlo Acutis, a quindici anni; misuriamo la sua pietà eucaristica alla luce della tradizione romana anteriore al 1958.
La mattina del 12 ottobre 2006, in un ospedale vicino a Milano, un adolescente di quindici anni moriva di leucemia acuta promielocitica, meno di una settimana dopo la diagnosi. Si chiamava Carlo Acutis. Questo 12 ottobre 2026 segna il ventesimo anniversario della sua morte.
Da vivo, andava a Messa ogni giorno, si confessava ogni settimana, passava ore in adorazione eucaristica, e aveva costruito un sito internet che censiva i miracoli eucaristici riconosciuti in tutto il mondo. Il 1º ottobre 2006 si accascia a scuola mentre prepara una mostra su questi miracoli; la mostra si terrà senza di lui il 4 ottobre, durante il suo ricovero. Il cappellano dell'ospedale gli amministra l'unzione degli infermi e la santa comunione il 10 ottobre, la vigilia del coma provocato da un'emorragia cerebrale. Muore due giorni dopo, circondato dai suoi. Beatificato il 10 ottobre 2020, è stato canonizzato il 7 settembre 2025.
Dell'Eucaristia aveva scritto: «Più spesso riceviamo l'Eucaristia, più diventeremo simili a Gesù, cosicché, già su questa terra, avremo un anticipo del Cielo». Delle sue sofferenze, diceva di offrirle al Signore per il Papa e per la Chiesa, per non passare dal purgatorio e andare dritto in Cielo; si riferisce anche, rivolta a sua madre, una forma un po' diversa della stessa offerta, restando identico il senso.
Ciò che la Chiesa ha sempre insegnato
Nulla in questa pietà è nuovo; tutto vi è perenne. Il Concilio di Trento chiama la santissima Eucaristia il pegno della nostra gloria futura (sessione XIII, 1551): ciò che Carlo chiamava un anticipo del Cielo, la tradizione lo chiama pignus futuræ gloriæ, secondo l'antifona che san Tommaso compose per il Corpus Domini. E contro ogni tiepidezza, il decreto Sacra Tridentina Synodus di san Pio X (1905) ha rimesso in onore la comunione frequente e perfino quotidiana, volendo che i fedeli si accostino spesso alla mensa santa.
Sull'offerta delle sofferenze, la Chiesa non conosce altra dottrina che quella dell'Apostolo: «do nella carne mia compimento a quello, che rimane de' patimenti di Cristo, a pro del corpo di lui, che è la Chiesa» (Colossesi I, 24). Il Concilio di Trento insegna il purgatorio e il valore delle pene offerte in unione con Cristo (sessione XXV, 1563).
La misura
Misurata a questa stregua, la vita di questo adolescente non proclama nulla che vada corretto: la Messa quotidiana, la confessione settimanale, l'adorazione, gli ultimi sacramenti ricevuti in piena coscienza, l'offerta della sofferenza per il Papa e per la Chiesa. È, tratto per tratto, la pietà che la Chiesa raccomanda da sempre. Là dove tante novità cercano di reinventare la santità, questa si accontenta dei mezzi che i santi hanno sempre adoperato: i sacramenti, l'altare, la croce accettata.
Per il fedele, la lezione è sobria. La santità non ha età e non esige alcuna invenzione: domanda ciò che ha sempre domandato. Ricevere Nostro Signore con fede, purificarsi con la confessione, offrire la propria pena, tenersi pronti con gli ultimi sacramenti: ecco la via, e resta aperta a quindici anni come a ottanta.
Fonti. Concilio di Trento, sessione XIII (1551), sulla santissima Eucaristia; sessione XXV (1563), decreto sul purgatorio; decreto Sacra Tridentina Synodus di san Pio X (1905), sulla comunione frequente e quotidiana; san Paolo ai Colossesi, I, 24 (Vulgata); antifona O sacrum convivium dell'ufficio del Santissimo Sacramento.