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Esecuzione in diretta a Fort Hood: l'arcivescovo militare rifiuta lo spettacolo
Un arcivescovo militare americano si oppone alla trasmissione in diretta di un'esecuzione per plotone a Fort Hood; la tradizione giudica la spada, non lo spettacolo.

Il 12 ottobre 2026 mons. Timothy P. Broglio, arcivescovo dell'ordinariato militare degli Stati Uniti, ha reso pubblica una dichiarazione contro l'esecuzione di Nidal Malik Hasan. Ex psichiatra dell'esercito, Hasan è stato condannato per aver ucciso tredici persone e ferite altre trentadue nella sparatoria di Fort Hood, nel 2009; si muove su una sedia a rotelle. Il presidente Donald Trump ha approvato un'esecuzione mediante plotone; il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha annunciato l'8 ottobre che si terrà a Fort Hood il 3 dicembre e sarà resa pubblica, con queste parole: «Faremo in modo che la gente possa guardarla, che sia pubblica.» Se fosse trasmessa in diretta, sarebbe la prima esecuzione diffusa al pubblico negli Stati Uniti; l'ultima esecuzione pubblica nel Paese risale al 1937. Alcuni giuristi osservano tuttavia che dei ricorsi potrebbero spostare la scadenza oltre il 3 dicembre.
L'arcivescovo, che guida l'ordinariato militare dal 2008, si è espresso poche ore dopo un'udienza con papa Leone XIV. Egli obbliga ogni cattolico assegnato al plotone a chiedere di esserne dispensato: «Come farei nel caso di un aborto procurato, obbligo ogni cattolico assegnato al plotone d'esecuzione a chiedere di essere dispensato da quest'atto contrario all'insegnamento della Chiesa.» E domanda: «Vogliamo davvero imitare i terroristi di questo mondo e fare uno spettacolo pubblico dell'uccisione barbara dei nostri avversari?» e «Si è anche solo tenuto conto della ferita morale che i membri del plotone potrebbero subire?» «La dignità della persona umana è di nuovo in gioco», conclude, invocando l'opposizione della Chiesa alla pena di morte e una recente chiarificazione della dottrina.
Ciò che la Chiesa ha sempre insegnato
La tradizione non annovera la pena capitale tra gli omicidi che il quinto comandamento proibisce. Il Catechismo del Concilio di Trento insegna che il magistrato, depositario legittimo della spada, può punire con la morte i colpevoli: lungi dal violare il precetto «Non uccidere», gli obbedisce, poiché il fine di questo comandamento è la protezione della vita umana. Il testo è netto: tra gli omicidi permessi vi sono «gli omicidi ordinati dai magistrati che hanno diritto di vita e di morte per infierire contro i criminali che i tribunali condannano, e per proteggere gli innocenti», e i castighi inflitti dai magistrati, «che sono i vendicatori legittimi del crimine», osservano la Legge di Dio invece di violarla.
La Scrittura lo dice senza mezzi termini: «Chiunque spargerà il sangue dell'uomo, il sangue di lui sarà sparso» (Genesi IX, 6); e il principe «non indarno porta la spada. Imperocché ella è ministra di Dio vendicatrice per punire chiunque mal fa» (Romani XIII, 4). San Tommaso d'Aquino lo conferma: togliere la vita a un malfattore spetta all'autorità pubblica, per il bene comune, e non alla mano privata.
La misura
Su un punto l'arcivescovo si unisce alla tradizione, e nettamente. La spada è un atto di giustizia, mai un divertimento. Farne uno spettacolo trasmesso significa sostituire la crudeltà alla giustizia e imitare proprio la barbarie che si pretende di castigare. La tradizione ha sempre distinto la pena inflitta per l'ordine e la sicurezza degli uomini dalla messa a morte data in pasto alla folla; la diretta, invece, non serve né la riparazione né la difesa, ma la curiosità. Su questo terreno, la dichiarazione tiene.
Due appoggi, invece, cedono all'esame. Presentare la pena capitale in quanto tale come «contraria all'insegnamento della Chiesa» e appoggiarsi a una recente chiarificazione della dottrina significa opporre all'insegnamento costante una novità: Trento, la Scrittura e i dottori riconoscono al potere legittimo il diritto della spada, e nessuna autorità anteriore al 1958 lo ha revocato. E paragonare l'esecuzione di un assassino giudicato a un aborto procurato cancella la distinzione stessa su cui poggia il quinto comandamento: quella dell'innocente e del colpevole. L'aborto uccide un innocente; la sentenza capitale colpisce un condannato. Tenerli per un solo e medesimo atto significa perdere il filo che la tradizione non ha mai lasciato.
Il fedele ritenga i due tempi. Che un soldato ripugni a servire uno spettacolo degradante è giusto, e la ferita morale invocata è reale; ma il motivo ne è la crudeltà della messa in scena, non un rifiuto del diritto dello Stato di punire. Si può condannare la diretta senza negare la giustizia; si deve tenere l'uno e l'altra.
Fonti. Catechismo del Concilio di Trento (1566), sul quinto comandamento, circa il diritto del magistrato di punire con la morte i colpevoli. San Tommaso d'Aquino, Somma teologica, IIª-IIae, q. 64, a. 2 e 3. Genesi IX, 6; Lettera ai Romani XIII, 4 (Vulgata, versione Martini).