Attualità
Leone XIV ai vescovi: il pastore non governa dietro una scrivania
Per il terzo centenario della canonizzazione di san Toribio di Mogrovejo, Leone XIV chiama i vescovi alla visita pastorale e rifiuta il governo «dietro una scrivania».
Leone XIV ha indirizzato una Lettera ai vescovi dell'America Latina e dei Caraibi per il terzo centenario della canonizzazione di san Toribio di Mogrovejo, arcivescovo di Lima e patrono dei vescovi del continente. Datata 8 settembre, nella Natività della Vergine, e resa pubblica il 19 settembre 2026, è costruita da cima a fondo sul rito di accoglienza di un vescovo nella sua cattedrale: la soglia varcata, il bacio al crocifisso, l'aspersione dell'acqua benedetta, l'adorazione davanti al Santissimo Sacramento, l'accostarsi all'altare, la proclamazione della bolla di nomina.
Già vescovo in Perù, il papa vi confida di aver «compreso meglio che cosa significhi essere pastore» e di essersi sentito vicino a questo santo spagnolo, nato a Mayorga nel 1538, morto a Lima nel 1606, soprannominato «il vescovo delle Ande». Ricorda che Toribio correggeva gli abusi, si faceva vicino ai popoli indigeni, ai poveri e ai sofferenti, e vigilava perché l'evangelizzazione adottasse le lingue locali. Chiede di curare particolarmente il seminario e i primi anni del ministero, e di fare dell'adorazione eucaristica una «priorità pastorale».
Al cuore della Lettera, un avvertimento: certi aspetti di una diocesi sfuggono a chi resta «dietro una scrivania». Il papa scrive che «l'abbandono del gregge può cominciare molto prima di una fuga visibile, quando la comodità, la paura o l'interesse proprio pesano più del bene dei fedeli. Il mercenario calcola ciò che può perdere; il pastore sa che dovrà consegnare qualcosa di sé per restare fedele».
Ciò che la Chiesa insegna sull'ufficio dei vescovi
Il Catechismo del Concilio di Trento lo dice senza giri di parole: i vescovi «sono posti a capo delle Diocesi, per governare non solo gli altri Ministri della Chiesa, ma ancora il popolo fedele e per occuparsi della loro salvezza con una vigilanza e una cura estreme». La Scrittura, aggiunge, per questo li chiama «i Pastori delle pecore». L'ufficio non è anzitutto un'amministrazione: è la custodia delle anime, e non si veglia su di esse da lontano.
La distinzione che il papa traccia tra il mercenario e il pastore non è del resto sua; è di Nostro Signore. «Io sono il buon Pastore. Il buon pastore da la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi [...] vede venire il lupo, e lascia le pecorelle, e fugge [...] perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle» (san Giovanni, X).
La misura
Su questo punto la Lettera non rompe con la tradizione: la ridice. Chiedere al vescovo di andare egli stesso incontro al suo popolo, di visitare, di conoscere le sue pecore, è reclamare ciò che l'ufficio del Pastore esige da sempre: la presenza, la vigilanza e la cura delle anime. Porre l'adorazione del Santissimo Sacramento in testa alle priorità è rimettere Dio là dove deve stare. Lo diciamo con la stessa nettezza con cui altrove rileviamo le rotture: qui l'appello è giusto, ed è misurato sul metro del buon Pastore del Vangelo.
Resta una sfumatura di forma, sul destinatario. Il testo si rivolge ai vescovi dell'America Latina e dei Caraibi; ha potuto essere presentato, qua e là, come una lettera ai soli vescovi del Perù. La differenza riguarda l'indirizzo, non la dottrina, che vale per ogni successore degli Apostoli.
Per i fedeli
Un vescovo presente, che corregge gli abusi, sta vicino ai poveri e antepone la salvezza alla comodità, non è una novità: è il segno perenne del suo ufficio, quello che san Toribio ha portato fino alle Ande. Il fedele può riconoscerlo, rallegrarsene quando lo vede, e chiederlo per i suoi pastori, perché è Cristo, e non l'epoca, ad aver fissato ciò che deve essere un pastore.
Fonti. Catechismo del Concilio di Trento (1566), del sacramento dell'Ordine, dell'Episcopato; Vangelo secondo san Giovanni, X, 11-13 (il buon Pastore e il mercenario), secondo la Vulgata.