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Pena di morte: l'abolizione premiata a Washington, la tradizione tiene il diritto di spada
A Washington l'opposizione episcopale alla pena di morte è stata premiata; la dottrina perenne riconosce invece al magistrato legittimo il diritto di spada.

Il 21 ottobre 2026, presso la nunziatura apostolica di Washington, Mons. Paul Coakley, arcivescovo di Oklahoma City e presidente della conferenza dei vescovi degli Stati Uniti, ha ricevuto un premio conferito da una rete cattolica che milita per l'abolizione della pena capitale. Ricevendo il riconoscimento, ha richiamato un'esecuzione mal riuscita nel Tennessee e il progetto, annunciato e poi abbandonato, di trasmettere in diretta l'esecuzione di un condannato militare, per vedervi la prova dell'«inumanità» del castigo di morte; un messaggio letto a nome del cardinale segretario di Stato ha sostenuto che la dignità dell'uomo «non può mai essere perduta».
La dottrina perenne non trae questa conclusione. Il Catechismo del Concilio di Trento, esponendo il quinto comandamento, insegna che gli omicidi «ordinati dai magistrati che hanno diritto di vita e di morte per infierire contro i criminali che i tribunali condannano, e per proteggere gli innocenti» non violano il precetto «Non uccidere», ma, al contrario, chi li compie con equità «non solo non è colpevole di omicidio, ma osserva assai fedelmente la Legge di Dio che lo proibisce». La Scrittura l'aveva fissato fin dall'alleanza di Noè: «Chiunque spargerà il sangue dell'uomo, il sangue di lui sarà sparso» (Gn IX, 6), e san Paolo ricorda che l'autorità «non indarno porta la spada», poiché «è ministra di Dio vendicatrice per punire chiunque mal fa» (Rm XIII, 4).
La tradizione non ha però licenziato la crudeltà. Il giudizio di sangue, professava Innocenzo III, non può esercitarsi senza peccato mortale se non con giustizia e non per odio, con prudenza e non con precipitazione. Fare di una messa a morte uno spettacolo trasmesso, o infliggerla con una mano che la manca, offende questa misura. Ma il difetto riguarda allora il modo, non il diritto: condanna l'esecuzione barbara, non toglie all'autorità legittima il potere di punire il crimine capitale.
Ora il premio conferito, come il messaggio che invoca una dignità che «non può mai essere perduta», mirano a questo diritto stesso. Che un colpevole, per quanto odioso sia il suo crimine, non possa decadere da nulla, è precisamente ciò che la Genesi e il Catechismo romano contraddicono: l'omicida ha rimesso la sua vita alla giustizia. Il magistero addotto a sostegno dell'abolizione — la revisione del 2018 che dichiara la pena «inammissibile», l'enciclica del 2020, un messaggio video rivolto quest'anno agli abolizionisti — è tutto posteriore al 1958; lo riferiamo come l'oggetto dell'evento, non come la regola che lo giudica. La nostra regola resta la dottrina ricevuta fino alla morte di Pio XII, che non ha cessato di riconoscere alla città il diritto di spada.
Fonti. Catechismo del Concilio di Trento (1566), sul quinto comandamento, circa il potere di vita e di morte affidato al magistrato; Genesi IX, 6 ed Epistola ai Romani XIII, 4, secondo la Vulgata (versione del Martini); professione di fede prescritta da Innocenzo III ai Valdesi (verso il 1210); insegnamento costante fino a Pio XII.