La Sacra Bibbia · Martini · Biblia Sacra Vulgata
L'Apocalisse di san Giovanni
L'Apocalisse è l'ultimo libro della Bibbia: la rivelazione che Gesù Cristo diede a san Giovanni, esule a Patmos, sulla lotta e sulla vittoria della sua Chiesa. I ventidue capitoli sono qui sotto, nel testo del Martini tradotto dalla Vulgata, con il latino a fronte; la guida spiega chi l'ha scritta, ne dà il riassunto e la lettura cattolica, dai quattro cavalieri al numero 666.
Leggere Apocalisse: 22 capitoli
Il libro che chiude la Bibbia si apre con una beatitudine: «Beato chi legge, e chi ascolta le parole di questa profezia» (Ap 1, 3), e finisce con l'ultima preghiera della Scrittura: «Vieni, Signor Gesù» (Ap 22, 20). La parola greca apokalypsis, che la Vulgata conserva, non vuol dire catastrofe ma svelamento: il Martini traduce la prima parola del libro «Rivelazione di Gesù Cristo» (Ap 1, 1), e per questo alcune Bibbie moderne lo chiamano “libro della Rivelazione”. È l'unico libro profetico del Nuovo Testamento, scritto per consolare cristiani perseguitati e scuotere i tiepidi, non per fornire un calendario della fine del mondo.
Chi ha scritto l'Apocalisse?
La Chiesa ha ricevuto l'Apocalisse come opera di san Giovanni apostolo, figlio di Zebedeo, il discepolo che Gesù amava, autore del quarto Vangelo e di tre lettere. Il concilio di Trento, nell'elenco dei libri sacri della sessione IV (1546), la pone sotto il nome dell'apostolo Giovanni.
L'autore si nomina da sé: «Io Giovanni vostro fratello, e compagno nella tribolazione, e nel regno, e nella pazienza in Gesù Cristo, mi trovai nell'isola, che si chiama Patmos, a causa della parola di Dio» (Ap 1, 9). Parla senza altro titolo alle sette Chiese dell'Asia, che san Giovanni governava da Efeso, e condivide con il Vangelo un vocabolario proprio: Cristo vi è chiamato «Verbo di Dio» (Ap 19, 13) e soprattutto l'Agnello, come lo aveva indicato il Battista: «Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui, che toglie i peccati del mondo» (Gv 1, 29).
San Giustino verso il 150 (Dialogo con Trifone, 81), sant'Ireneo di Lione, discepolo di san Policarpo che aveva conosciuto l'Apostolo, il Canone muratoriano, Tertulliano, Origene e san Girolamo la attribuiscono all'apostolo Giovanni. Nel III secolo san Dionigi di Alessandria, colpito da un greco più ruvido di quello del Vangelo, l'attribuiva a un altro Giovanni, pur ritenendola ispirata; l'Occidente non ha mai dubitato. La tradizione nomina l'Apostolo.
Quando è stata scritta l'Apocalisse?
Verso l'anno 95, alla fine del regno di Domiziano. Sant'Ireneo, che scrive verso il 180, dice che la visione fu vista quasi ai suoi tempi, verso la fine del regno di quell'imperatore (Contro le eresie, V, 30, 3). San Girolamo pone l'esilio di Giovanni nel quattordicesimo anno di Domiziano e il suo ritorno a Efeso dopo la morte del tiranno. Prima ancora, racconta Tertulliano, l'Apostolo era uscito illeso a Roma dall'olio bollente: è san Giovanni davanti alla Porta Latina, festeggiato per secoli il 6 maggio, festa soppressa dalle rubriche del 1960. Il libro si addice a quel tempo di persecuzione: a Pergamo «Antipa martire mio fedele fu ucciso» (Ap 2, 13). Una minoranza di commentatori preferisce una data sotto Nerone, prima del 70.
Di cosa parla l'Apocalisse? Riassunto dei 22 capitoli
L'Apocalisse è un'unica grande visione, ricevuta «in giorno di domenica» (Ap 1, 10), e ordinata per serie di sette: sette lettere, sette sigilli, sette trombe, sette coppe. Fin da san Vittorino di Pettau, autore del più antico commento latino giunto fino a noi (fine del III secolo), si è notato che queste serie riprendono spesso la stessa storia da angoli diversi, invece di succedersi nel tempo. Il soggetto è uno solo: la vittoria di Cristo su Satana attraverso tutta la vita della Chiesa, fino all'ultimo giorno.
Il Figlio dell'uomo e le sette Chiese (capitoli 1-3)
A Patmos Giovanni vede in mezzo a sette candelieri d'oro «uno simile al Figliuolo dell'uomo» (Ap 1, 13) e cade ai suoi piedi come morto. Cristo lo rialza: «ecco, che sono vivente pei secoli de' secoli, ed ho le chiavi della morte, e dell'inferno» (1, 18). Detta sette lettere agli angeli, cioè ai vescovi, di sette Chiese: Efeso, Smirne, Pergamo e Tiatira nel capitolo 2, Sardi, Filadelfia e Laodicea nel capitolo 3. Efeso ha «abbandonata la primiera tua carità», Sardi ha «nome di vivo, e se' morto», Laodicea è tiepida: «comincerò a vomitarti dalla mia bocca» (3, 16). Ogni lettera si chiude con una promessa al vincitore.
Il trono, l'Agnello e i sette sigilli (capitoli 4-7)
Una porta si apre nel cielo (capitolo 4): Dio sul suo trono, ventiquattro seniori coronati d'oro e quattro animali che cantano senza sosta: «santo, santo, santo, il Signore, il Dio onnipotente, il quale era, il quale è, e il quale verrà» (4, 8). Nel capitolo 5 nessuno è degno di aprire il libro sigillato con sette sigilli, finché «il leone della tribù di Giuda» non appare sotto la forma di «un agnello su' suoi piedi, come scannato» (5, 6).
L'apertura dei sigilli, nel capitolo 6, scatena i quattro cavalieri, fa udire il grido dei martiri sotto l'altare e scuote il mondo. Prima del settimo sigillo, il capitolo 7 mostra i servi di Dio segnati sulla fronte, centoquarantaquattromila dalle tribù d'Israele, e poi «una turba grande, che nissuno potea noverare, di tutte genti» (7, 9).
Le sette trombe (capitoli 8-11)
All'apertura del settimo sigillo «si fè silenzio nel cielo, quasi di mezz'ora» (8, 1); un angelo offre l'incenso e le preghiere dei santi, poi sette angeli suonano la tromba. Come le piaghe d'Egitto, i flagelli colpiscono la terra, il mare, i fiumi e gli astri; vengono poi le locuste dell'abisso e l'esercito dell'Eufrate (capitolo 9), senza che i superstiti facciano penitenza. Giovanni divora un piccolo libro (capitolo 10). Il capitolo 11 racconta i due testimoni, uccisi dalla bestia e poi risuscitati; alla settima tromba il cielo proclama: «il regno di questo mondo è diventato (regno) del Signor nostro, e del suo Cristo» (11, 15).
La Donna, il dragone e le due bestie (capitoli 12-14)
È il cuore del libro. Una Donna vestita di sole partorisce un figlio che deve governare le nazioni, mentre un grande dragone rosso insidia il bambino (capitolo 12). San Michele e i suoi angeli cacciano dal cielo «quell'antico serpente, che diavolo appellasi, e satana» (12, 9), che va a far guerra agli altri figli della Donna. Nel capitolo 13 il dragone dà la sua potenza a una bestia salita dal mare, servita da una seconda bestia salita dalla terra. Di fronte, il capitolo 14 mostra l'Agnello sul monte Sion con quelli che «seguon l'Agnello, dovunque vada» (14, 4), poi la mietitura e la vendemmia della terra.
Le sette coppe e la caduta di Babilonia (capitoli 15-19)
I vincitori della bestia cantano «il cantico di Mosè servo di Dio, e il cantico dell'Agnello» (15, 3). Sette angeli versano le coppe dell'ira di Dio (capitolo 16), e i re sono radunati «nel luogo chiamato in Ebraico Armagedon» (16, 16). Il capitolo 17 mostra la grande meretrice seduta su una bestia scarlatta, ebbra del sangue dei santi; il capitolo 18 canta la sua rovina: «è caduta, è caduta la gran Babilonia» (18, 2). Il cielo risponde con l'Alleluia delle nozze dell'Agnello, e Cristo appare su un cavallo bianco, con scritto sulla veste «Re de' regi, e Signore di que' che imperano» (19, 16). La bestia e il falso profeta sono gettati nello stagno di fuoco.
I mille anni e il giudizio universale (capitolo 20)
Un angelo afferra il dragone e «lo legò per mille anni» (20, 2); le anime dei martiri regnano con Cristo: è «la prima risurrezione». Al termine Satana, sciolto per poco tempo, raduna Gog e Magog, ma il fuoco di Dio li divora. Poi viene il grande trono bianco: «furon giudicati i morti sopra di quello, che era scritto ne' libri secondo le opere loro» (20, 12). È la grande scena del giudizio universale.
La Gerusalemme celeste (capitoli 21-22)
«E vidi un nuovo cielo, e una nuova terra» (21, 1). La città santa scende dal cielo «come una sposa, che si è abbigliata per il suo sposo» (21, 2), e colui che siede sul trono dice: «ecco, che io rinnovello le cose tutte» (21, 5). Il capitolo 22 mostra il fiume d'acqua viva e l'albero della vita: la Bibbia, aperta sull'albero del paradiso terrestre, si chiude su quello della città celeste.
Significato dell'Apocalisse: come la legge la Chiesa
Un libro di simboli. I numeri, i colori e gli animali sono segni, quasi tutti presi dall'Antico Testamento: le bestie e il «tempo, due tempi, e per la metà d'un tempo» di Daniele 7, i quattro viventi di Ezechiele 1, i due olivi di Zaccaria, le piaghe dell'Esodo. Sette dice la pienezza, dodici il popolo di Dio, mille una durata immensa; tre anni e mezzo, quarantadue mesi o milleduecentosessanta giorni, la metà di sette, indicano un tempo di prova breve e contato.
Tutta la storia della Chiesa, e la sua fine. Il libro parla ai cristiani perseguitati dalla Roma dei Cesari, a ogni generazione che soffre per Cristo, e annuncia l'ultima prova.
I mille anni. Alcuni antichi, fra cui san Giustino e sant'Ireneo, attendevano un regno terreno di mille anni. Sant'Agostino, che l'aveva pensato in un primo tempo, insegna nella Città di Dio (XX, 7-9) che i mille anni sono tutto il tempo della Chiesa, fra la prima venuta di Cristo e l'ultima persecuzione: in esso Satana è legato e i santi regnano già con Cristo. La Chiesa ha seguito Agostino; nel 1944 il Sant'Uffizio ha dichiarato che il millenarismo, anche mitigato, non si può insegnare con sicurezza. Non conosce neppure un “rapimento” segreto dei fedeli: Cristo ritorna una volta sola, nella gloria.
Nessuna data. «Quanto poi a quel giorno, e a quell'ora nissuno la sa, nemmeno gli Angeli del cielo, eccetto il solo Padre» (Mt 24, 36). Cercare nell'Apocalisse l'anno della fine significa leggerla contro se stessa.
I quattro cavalieri dell'Apocalisse
I quattro cavalieri appaiono all'apertura dei primi quattro sigilli (Ap 6, 1-8), chiamati ciascuno da uno dei quattro animali: «vieni, e vedi».
- Il cavallo bianco. «quegli, che vi era sopra, aveva un arco, e fugli data una corona, e uscì vincitore per vincere» (6, 2). Da san Vittorino di Pettau in poi, molti vi hanno visto Cristo, o il Vangelo che parte alla conquista del mondo: lo stesso cavallo bianco ritorna nel capitolo 19, montato da colui che «si chiamava fedele, e verace» (19, 11). Altri vi leggono la conquista guerriera, prima delle calamità.
- Il cavallo rosso. A chi lo monta è dato «di togliere dalla terra, la pace, affinchè si uccidano gli uni gli altri» (6, 4): è la guerra.
- Il cavallo nero. Il suo cavaliere «aveva in mano la stadera», e una voce annuncia il grano e l'orzo a prezzo di carestia (6, 5-6): è la fame.
- Il cavallo pallido. «Ed ecco un cavallo pallido, e quella, che era sopra di esso, ha nome morte» (6, 8), seguita dall'inferno: è la morte in tutte le sue forme, per la spada, la fame, la pestilenza e le fiere, sulla quarta parte della terra.
Non sono personaggi da identificare né un evento unico da attendere. Figurano i flagelli che Dio permette lungo tutta la storia e che tiene in mano, poiché è l'Agnello che apre i sigilli. Il quinto sigillo ne dà il senso: sotto l'altare i martiri ricevono «una stola bianca» e attendono che sia compiuto il numero dei loro fratelli (6, 11).
La Donna vestita di sole (Apocalisse 12)
«E un gran prodigio fu veduto nel cielo: una donna vestita di sole, e la luna sotto i piedi di lei […] una corona di dodici stelle» (Ap 12, 1). Ella partorisce nel dolore un figlio che è rapito presso il trono di Dio, fugge nel deserto, e il dragone fa guerra a lei e a «quei, che restavano del seme di lei, i quali osservano i precetti di Dio» (12, 17).
I Padri vi vedono anzitutto la Chiesa, che genera Cristo nelle sue membra in mezzo alle persecuzioni. Ma il figlio maschio è Cristo, e sua madre secondo la carne è la Vergine Maria: la tradizione l'ha riconosciuta in questa Donna, nuova Eva levata contro «l'antico serpente», come annunciava la Genesi: «Porrò nimicizia tra te, e la donna, e tra il seme tuo, e il seme di lei» (Gn 3, 15).
Il versetto precedente mostra «l'arca del suo testamento nel suo tempio» (11, 19): le litanie lauretane invocano Maria come Foederis arca. San Pio X, nell'enciclica Ad diem illum (1904), scrive che nessuno ignora che questa Donna significa la Vergine Maria, e Pio XII, definendo l'Assunzione (1950), ricorda che i dottori scolastici l'hanno vista qui prefigurata; la Messa del 15 agosto si apre con l'introito Signum magnum, tratto da questo versetto. Le due letture non si oppongono: Maria è la madre e la figura perfetta della Chiesa.
La bestia, il suo marchio e il numero 666 (Apocalisse 13)
Le due bestie. La prima sale dal mare, «che aveva sette teste, e dieci corna» (13, 1); il dragone le dà la sua forza, ed essa fa guerra ai santi. Riunisce le bestie di Daniele: è la potenza politica levata contro Dio, per i primi lettori l'Impero che esigeva il culto di Cesare. La seconda sale dalla terra; ha «due corna simili all'Agnello, ma parlava come il dragone» (13, 11), compie prodigi e impone il culto della prima. Il libro la chiama poi «il falso profeta» (16, 13; 19, 20): la seduzione religiosa e intellettuale al servizio del potere.
Il marchio. Essa fa sì «che tutti quanti, e piccoli, e grandi, e ricchi, e poveri, e liberi, e servi, abbiano un carattere nella loro mano destra, o nella loro fronte» (13, 16), senza il quale nessuno può comprare o vendere. È la contraffazione del sigillo di Dio posto sulla fronte dei suoi servi (7, 3) e del nome dell'Agnello scritto sulla fronte dei centoquarantaquattromila (14, 1). La fronte e la mano dicono il pensiero e l'azione: ciascuno porta il segno di colui che adora.
Il numero 666. «Qui consiste la sapienza. […] è numero d'uomo: e il suo numero seicento sessanta sei» (13, 18). In greco come in ebraico le lettere servono da cifre, e un nome dà un numero. Sant'Ireneo conosceva già manoscritti che portavano 616, e li respingeva; esaminava nomi come Lateinos o Teitan, poi consigliava di non affermare nulla e di attendere il compimento della profezia (Contro le eresie, V, 30).
Molti moderni notano che “Nerone Cesare” in lettere ebraiche dà 666, e 616 nella forma latina: il primo grande persecutore figurerebbe tutti gli altri. Vi si legge anche il sei, che non raggiunge mai il sette della pienezza divina, ripetuto tre volte: l'uomo che si fa dio senza riuscirci. La Chiesa non ha fissato alcuna identificazione, e tutti quelli che hanno messo sotto questa cifra un nome del loro tempo si sono sbagliati.
La bestia e l'Anticristo. La parola “anticristo” non è nell'Apocalisse, ma nelle lettere di san Giovanni: «anche adesso molti sono diventati Anticristi» (1 Gv 2, 18). La tradizione accosta la bestia a «l'uomo del peccato, il figliuolo di perdizione» (2 Ts 2, 3): i persecutori di ogni secolo prefigurano un ultimo avversario, che Cristo vincerà (Ap 19, 20).
Temi e lettura cattolica
La liturgia del cielo. Ciò che Giovanni vede in cielo è un culto: un altare, l'incenso, i cantici, e l'Agnello immolato al centro del trono. La Chiesa vi riconosce la sua Messa: il Sanctus unisce il canto dei quattro animali a quello dei serafini di Isaia 6, «Santo, santo, santo il Signore Dio degli eserciti», l'Agnus Dei adora l'Agnello, e la preghiera Supplices te rogamus del Canone chiede che l'offerta sia portata dal santo Angelo sull'altare del cielo, come l'angelo che offre l'incenso «delle orazioni di tutti i santi sopra l'altare d'oro, che è dinanzi al trono di Dio» (Ap 8, 3).
I santi e gli angeli. I seniori tengono «nappi d'oro pieni di materie odorifere, che sono le orazioni de' santi» (5, 8): gli eletti presentano a Dio le preghiere della Chiesa della terra. La battaglia di san Michele arcangelo contro il dragone (12, 7) ispira la preghiera che Leone XIII fece recitare dopo le Messe basse.
I novissimi. Nessun libro mostra più nettamente il giudizio secondo le opere, lo stagno di fuoco che è «la seconda morte» (20, 14) e la consolazione dei salvati: «E asciugherà Dio dagli occhi loro tutte le lagrime: e non saravvi più morte, né lutto» (21, 4). E la parola “penitenza” ritorna di continuo: fino all'ultimo, i flagelli sono appelli. La meta è il Paradiso, dove i servi di Dio vedranno il suo volto.
Dante e l'Apocalisse. Il lettore italiano la ritrova nella Divina Commedia. Nel canto XXIX del Purgatorio sfila nel paradiso terrestre una processione presa dall'Apocalisse e da Ezechiele: i sette candelabri, i ventiquattro seniori, i quattro animali e il carro della Chiesa; e Dante stesso rimanda a Ezechiele per l'aspetto dei viventi, aggiungendo che quanto alle ali “Giovanni è meco”.
Versetti celebri dell'Apocalisse
- L'alfa e l'omega: «Io sono alfa, e omega, primo, e ultimo, principio, e fine» (Ap 22, 13), le lettere che il sacerdote incide sul cero pasquale.
- Cristo alla porta: «Ecco, che io sto alla porta, e picchio: chi udirà la mia voce, e aprirammi la porta, entrerò da lui, e cenerò con lui, ed egli con me» (Ap 3, 20).
- I morti nel Signore: «beati i morti, che muoiono nel Signore. D'ora in poi già dice lo Spirito, che riposino dalle loro fatiche» (Ap 14, 13).
- Babilonia la grande: «la gran Babilonia, madre delle fornicazioni, e delle abominazioni della terra» (Ap 17, 5). I suoi sette monti (17, 9) indicavano ai primi lettori la Roma pagana, che san Pietro chiama già Babilonia (1 Pt 5, 13).
- L'Agnello degno: «è degno l'Agnello, che è stato scannato, di ricevere la virtù, e la divinità» (Ap 5, 12), l'introito della festa di Cristo Re.
L'Apocalisse nel canone e nella liturgia
L'Apocalisse è il ventisettesimo e ultimo libro del Nuovo Testamento, nelle Bibbie cattoliche come in quelle protestanti. Discussa per un tempo in Oriente, fu ricevuta in Occidente fin dall'origine, dal Canone muratoriano (verso il 170) ai concili di Roma (382), di Ippona (393) e di Cartagine (397), poi di Firenze e di Trento (1546). Lutero, nel 1522, non vi vedeva nulla di apostolico né di profetico e la relegò in fondo al suo Nuovo Testamento; le Bibbie protestanti l'hanno tuttavia conservata.
Il Messale romano del 1962 le prende l'epistola di Ognissanti (Ap 7, 2-12), quella di san Michele il 29 settembre (Ap 1, 1-5) con l'offertorio Stetit Angelus (Ap 8, 3-4), quella dei santi Innocenti (Ap 14, 1-5), della Dedicazione di una chiesa (Ap 21, 2-5) e della Messa quotidiana dei defunti (Ap 14, 13). L'introito di Cristo Re, l'ultima domenica di ottobre, è Dignus est Agnus (5, 12; 1, 6), quello dell'Assunzione Signum magnum (12, 1). Nel Breviario l'Apocalisse si legge al Mattutino del tempo pasquale, fra gli Atti degli Apostoli e le lettere cattoliche, perché canta la vittoria dell'Agnello risorto. Questi giorni sono segnati nel nostro calendario liturgico, e l'Ufficio si prega nel Breviario del giorno.
Come leggere l'Apocalisse
Leggetela prima tutta di seguito, in una o due volte, per vederne i grandi movimenti; poi capitolo per capitolo. Tenete aperti il libro di Daniele ed Ezechiele, da cui viene quasi ogni immagine. Lasciate stare le date; chiedetevi che cosa ciascuna delle sette lettere dice alla vostra anima. Tutta la Bibbia del Martini si legge in questo lettore, libro per libro.
Domande Frequenti
Che cos'è l'Apocalisse nella Bibbia?
L'Apocalisse è l'ultimo libro della Bibbia e l'unico libro profetico del Nuovo Testamento. Il suo nome significa «rivelazione»: san Giovanni vi riferisce le visioni ricevute a Patmos sulla lotta della Chiesa contro Satana e sulla vittoria finale di Cristo. Ha 22 capitoli, tutti nella griglia qui sopra.
Chi ha scritto l'Apocalisse?
La tradizione la attribuisce a san Giovanni apostolo, l'autore del quarto Vangelo, che dice di averla ricevuta nell'isola di Patmos (Ap 1, 9), verso il 95, sotto Domiziano.
Chi sono i quattro cavalieri dell'Apocalisse?
Appaiono quando l'Agnello apre i primi quattro sigilli (Ap 6, 1-8). Il cavallo bianco è spesso inteso come Cristo o il Vangelo; il rosso è la guerra, il nero la fame, il pallido la morte. Figurano i flagelli della storia sotto la mano di Dio, non personaggi da identificare.
Chi sono i 24 seniori e i quattro esseri viventi?
I ventiquattro seniori, o anziani, coronati d'oro attorno al trono (Ap 4, 4), sono intesi da molti Padri come l'intero popolo di Dio, dodici patriarchi dell'antica alleanza e dodici Apostoli della nuova. I quattro viventi, che il Martini chiama «animali», hanno l'aspetto di un leone, di un vitello, di un uomo e di un'aquila, come i cherubini di Ezechiele; san Girolamo vi ha visto i quattro evangelisti: l'uomo per Matteo, il leone per Marco, il vitello per Luca, l'aquila per Giovanni.
Chi sono i 144.000 dell'Apocalisse?
Sono i servi di Dio segnati sulla fronte, dodicimila per ciascuna tribù d'Israele (Ap 7, 4-8). È un numero simbolico, dodici per dodici per mille: il popolo di Dio nella sua pienezza. Subito dopo Giovanni vede infatti «una turba grande, che nissuno potea noverare» (Ap 7, 9); i 144.000 non sono un gruppo chiuso di eletti.
Che cosa significa il numero 666?
È “il numero della bestia”, un «numero d'uomo» (Ap 13, 18), ottenuto sommando le lettere di un nome. Molti vi leggono Nerone Cesare scritto in ebraico, altri l'uomo che vuole farsi dio senza raggiungere il sette della pienezza. La Chiesa non ha mai fissato un'identificazione.
Quando ci sarà l'Apocalisse? Annuncia la fine del mondo?
L'Apocalisse annuncia il ritorno di Cristo, la risurrezione dei morti, il giudizio universale e un cielo nuovo e una terra nuova, ma non dà alcuna data: il Padre solo conosce quel giorno. La Chiesa, con sant'Agostino, respinge il millenarismo e ogni calcolo dei tempi. L'“orologio dell'Apocalisse” di cui parlano i giornali non viene dalla Bibbia: è un simbolo creato dagli scienziati atomici americani nel 1947. Il libro di san Giovanni è anzitutto un appello alla fedeltà e alla penitenza.
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