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Il II libro dei Maccabei
Il II libro dei Maccabei racconta la storia del Tempio di Gerusalemme sotto Antioco IV: il martirio del vecchio Eleazaro e dei sette fratelli con la loro madre, le vittorie di Giuda Maccabeo e il sacrificio offerto per i defunti, che la Chiesa ha sempre letto come una testimonianza del purgatorio. Qui sotto trovate i quindici capitoli nel testo di mons. Antonio Martini, con la Vulgata latina a fronte; la guida che segue ne spiega l'autore, la data, il riassunto e la dottrina.
Leggere 2 Maccabei: 15 capitoli
Il II libro dei Maccabei è l'ultimo libro dell'Antico Testamento nella Bibbia cattolica. Non continua il I libro dei Maccabei: riprende una parte degli stessi anni, all'incirca dal 176 al 161 avanti Cristo, con molti più particolari e con lo sguardo sempre rivolto all'opera di Dio nella storia. Vi si incontrano il pio sommo sacerdote Onia, il vecchio dottore della legge Eleazaro, la madre dei sette figli e Giuda Maccabeo che manda a Gerusalemme un'offerta «perchè si offerisse sagrifizio pei peccati di quei defunti». Proprio su questo passo, più che su ogni altro, si appoggia la preghiera della Chiesa per i morti. Ogni capitolo si legge qui, il Martini con il latino a fronte, a cominciare dal capitolo 1.
Chi ha scritto il secondo libro dei Maccabei?
Il libro dichiara da sé la sua fonte. Nella prefazione l'autore sacro scrive: «Queste cose comprese in cinque libri da Giasone di Cirene, abbiam noi tentato di restringere in un solo volume» (2 Mac 2,24). È dunque un compendiatore ispirato, di cui non conosciamo il nome, che lavora sulla storia in cinque libri di un giudeo di Cirene, nell'Africa settentrionale. Di questo Giasone non sappiamo altro.
Il compendiatore parla del suo lavoro con rara franchezza. Riassumere, dice, non è stata «leggera fatica», ma «un lavoro, che molta preparazione richiede, e sudore» (2 Mac 2,27), e chiude il libro chiedendo perdono se il racconto non è riuscito «con tutta dignità» (2 Mac 15,39). L'ispirazione divina non ha dispensato lo scrittore sacro dalla fatica di cercare e di scrivere, come san Luca, che dice di aver «diligentemente rinvergato dall'origine il tutto» (Lc 1,3); e la sua scusa finale riguarda lo stile, non la verità di ciò che narra.
Le due lettere poste in testa al libro (capitolo 1 e inizio del capitolo 2) furono inviate dai Giudei di Gerusalemme ai fratelli d'Egitto. La seconda porta, con il popolo e il senato, il nome di Giuda (2 Mac 1,10), ma il libro non si presenta come opera sua.
Quando è stato scritto?
Le lettere iniziali portano la data «L'anno cento ottant'otto» (2 Mac 1,10) dell'era dei Seleucidi, cioè il 124 avanti Cristo. Il compendio non può dunque essere anteriore a quell'anno, e probabilmente non ne è molto lontano; la storia di Giasone, che si ferma al 161, era più antica ancora. Molti studiosi moderni collocano il compendio un po' più tardi, nel I secolo avanti Cristo; la Chiesa non ha definito nulla su questo punto.
Il libro fu scritto in greco, come nota san Girolamo, che lo distingue dal primo, trovato in ebraico. Fu composto per i Giudei d'Egitto, per tenerli uniti all'unico Tempio di Gerusalemme e alla Legge.
Di cosa parla il secondo libro dei Maccabei? Riassunto
Le due lettere e la prefazione (capitoli 1-2)
Le due lettere invitano i Giudei d'Egitto a celebrare con quelli di Giudea, il venticinque del mese di Casleu, la festa della purificazione del Tempio (2 Mac 1,18). Ricordano come il fuoco sacro, nascosto dai sacerdoti al tempo della deportazione, fu ritrovato sotto Neemia mutato in «acqua densa», che si accese al sole sopra il sacrificio (2 Mac 1,20-22). Raccontano poi come il profeta Geremia nascose il tabernacolo, l'arca e l'altare dei profumi in una caverna del monte da cui Mosè aveva visto la Terra promessa: «Il luogo sarà ignoto, fino a tanto che Dio riunisca tutto il popolo, e faccia misericordia» (2 Mac 2,7). Segue la prefazione del compendiatore (2 Mac 2,20-33).
Eliodoro e il sommo sacerdote Onia (capitolo 3)
Al tempo del pio pontefice Onia, Gerusalemme «godeva una piena pace» (2 Mac 3,1). Il re Seleuco manda il suo ministro Eliodoro a impadronirsi del tesoro del Tempio. Gli appare «un cavallo, che portava un terribile cavaliere» e due giovani splendenti lo flagellano (2 Mac 3,25-26); sopravvive solo per la preghiera di Onia: «Rendi grazie ad Onia sommo Sacerdote, perocché per amore di lui il Signore ti dona la vita» (2 Mac 3,33). È la scena che Raffaello dipinse nella Cacciata di Eliodoro dal tempio, nelle Stanze vaticane.
Gli ellenizzanti e il saccheggio di Gerusalemme (capitoli 4-5)
All'avvento di Antioco «soprannominato Epifane», Giasone, fratello di Onia, compra il sommo sacerdozio e comincia «a far prendere a' suoi nazionali i costumi gentileschi» (2 Mac 4,10); osa costruire un ginnasio «sotto la stessa cittadella» (2 Mac 4,12). Menelao rilancia, ottiene la carica e fa uccidere Onia (2 Mac 4,34). Nel capitolo 5 Antioco prende la città e spoglia il santuario, e l'autore dà la chiave di tutto il libro: «Ma Dio non la nazione elesse per amore del luogo, ma il luogo per amore della nazione» (2 Mac 5,19). Giuda Maccabeo si ritira sui monti, dove vive di erbe con i suoi «per non entrare a parte alle profanazioni» (2 Mac 5,27).
La persecuzione e i martiri (capitoli 6-7)
Il capitolo 6 descrive la persecuzione: il Tempio dedicato a Giove Olimpio (2 Mac 6,2), il sabato proibito, le madri precipitate dalle mura con i bambini attaccati al seno. L'autore prega i lettori di non scandalizzarsi, ma di capire che quelle cose «furon destinate all'ammenda, e non per lo sterminio di nostra nazione» (2 Mac 6,12), perché Dio «non allontana giammai la sua misericordia da noi» (2 Mac 6,16). Seguono i due grandi martirii: quello del vecchio Eleazaro, di novant'anni (2 Mac 6,18-31), e quello dei sette fratelli con la loro madre (capitolo 7).
Le vittorie di Giuda e la purificazione del Tempio (capitoli 8-10)
Giuda raduna seimila uomini e sconfigge Nicanore, dicendo dei nemici: «quelli nelle armi confidano (diss'egli), e nell'audacia; ma noi nel Signore onnipotente confidiamo» (2 Mac 8,18); dopo la vittoria divide il bottino con gli storpi, gli orfani e le vedove (2 Mac 8,28). Il capitolo 9 racconta la morte orribile di Antioco, colpito «con piaga insanabile, e invisibile» (2 Mac 9,5), che riconosce troppo tardi: «Egli è giusto che l'uomo sia soggetto a Dio» (2 Mac 9,12). Nel capitolo 10 Giuda riprende il Tempio, costruisce un altare nuovo e celebra otto giorni di festa, con tirsi, rami verdi e palme (2 Mac 10,6-7).
Le guerre sotto Antioco Eupatore e la preghiera per i defunti (capitoli 11-13)
Il reggente Lisia marcia sulla Giudea; davanti all'esercito giudeo appare «un cavaliere vestito di bianco, con armi di oro» (2 Mac 11,8), e Lisia, sconfitto, fa la pace. Nel capitolo 12 Giuda combatte Timoteo e Gorgia; dopo la battaglia trova sotto le tuniche dei caduti oggetti consacrati agli idoli di Jamnia, che la Legge proibiva, e fa offrire a Gerusalemme un sacrificio per i loro peccati. Il capitolo 13 narra la spedizione del giovane re Eupatore e la fine di Menelao, condannato «a morire nella cenere» (2 Mac 13,8).
Nicanore, Razia e l'ultima vittoria (capitoli 14-15)
Sotto Demetrio, l'apostata Alcimo aizza Nicanore contro Giuda (2 Mac 14,3). Il vecchio Razia, che per il suo affetto «era chiamato il padre de' Giudei» (2 Mac 14,37), si dà la morte piuttosto che cadere nelle mani degli empi. Prima della battaglia Giuda vede in sogno Onia e il profeta Geremia che pregano per il popolo, e riceve una spada d'oro (2 Mac 15,12-16). Nicanore è ucciso, e il tredici di Adar diventa festa (2 Mac 15,37).
2 Maccabei 12: la preghiera per i defunti e il purgatorio
Il passo più celebre del libro, e uno dei più importanti di tutto l'Antico Testamento per la dottrina cattolica, si trova alla fine del capitolo 12. Ecco i fatti. Il giorno dopo la battaglia Giuda va con i suoi a raccogliere i corpi dei caduti per seppellirli. «E in seno degli uccisi trovarono delle cose donate agli idoli, che erano già in Jamnia, le quali sono cose proibite pe' Giudei secondo la legge; e tutti conobbero evidentemente, che per questo quegli eran periti» (2 Mac 12,40). I superstiti benedicono il giusto giudizio di Dio e si mettono a pregare, chiedendo «che fosse posto in dimenticanza il delitto commesso» (2 Mac 12,42).
Poi Giuda va oltre: «E fatta una colletta mandò a Gerusalemme dodici mila dramme d'argento, perchè si offerisse sagrifizio pei peccati di quei defunti, rettamente, e piamente pensando intorno alla risurrezione» (2 Mac 12,43). L'autore sacro spiega il suo gesto: «Perocché s'ei non avesse avuto speranza, che que' defunti avessero a risuscitare, superflua cosa, e inutile sarebbe paruta a lui l'orazione pei morti» (2 Mac 12,44), «e considerando, che per quelli che si erano addormentati nella pietà, serbavasi una grande misericordia» (2 Mac 12,45).
E conclude con la frase che la Chiesa non ha mai smesso di ripetere: «Santo adunque, e salutare è il pensiero di pregare pei defunti, affinchè siano sciolti da' loro peccati» (2 Mac 12,46). La Vulgata dice: Sancta ergo et salubris est cogitatio pro defunctis exorare, ut a peccatis solvantur.
Una nota sulla numerazione: il Martini, come la Vulgata, ha quarantasei versetti in questo capitolo. Le Bibbie moderne, tradotte dal greco, rendono l'ultima frase in modo diverso, come un'azione di Giuda che fa offrire il sacrificio di espiazione per i morti perché siano assolti dal peccato, e la numerazione degli ultimi versetti può variare di uno da un'edizione all'altra. Il passo è lo stesso.
Che cosa suppone il testo
Quei soldati erano morti combattendo per la Legge, «nella pietà», e tuttavia con una colpa sulla coscienza. Non erano perduti al punto che la preghiera non potesse nulla per loro, perché Giuda prega e fa pregare; non erano neppure così puri da non averne bisogno, perché egli chiede che il loro peccato sia cancellato. Il testo suppone dunque che dopo la morte alcuni peccati possano ancora essere rimessi, e che i vivi possano aiutarvi con le preghiere e con il sacrificio. La preghiera non giova ai dannati, e i beati non ne hanno bisogno: occorre un terzo stato, quello delle anime salve ma ancora da purificare. È ciò che la Chiesa chiama purgatorio.
Una pratica già ricevuta
Giuda non inventa questa preghiera: agisce da uomo pio che segue la fede del suo popolo, e nessuno intorno a lui se ne meraviglia. Il libro attesta così che nel II secolo avanti Cristo i Giudei fedeli pregavano e offrivano per i loro morti. La Chiesa ha ricevuto quest'uso: Tertulliano parla già delle offerte per i defunti nel giorno anniversario della loro morte, e santa Monica morente chiese ai figli una cosa sola, che si ricordassero di lei all'altare del Signore, come riferisce sant'Agostino nelle Confessioni (IX, 11).
I Padri e i concili
Sant'Agostino, nel trattato De cura pro mortuis gerenda, ricorda che nei libri dei Maccabei si legge che fu offerto un sacrificio per i morti, e aggiunge che, anche se l'Antico Testamento non ne dicesse nulla, basterebbe l'autorità di tutta la Chiesa, che pratica chiaramente quest'uso. Il Nuovo Testamento illumina la stessa verità quando san Paolo parla di chi «sarà salvato, così però, come per mezzo del fuoco» (1 Cor 3,15), e quando Nostro Signore parla di un peccato che non sarà perdonato «né in questo secolo, né nel futuro» (Mt 12,32), il che lascia intendere che altri lo saranno nel secolo futuro.
Il Concilio di Firenze (1439) e poi il Concilio di Trento, nel decreto sul purgatorio (sessione XXV, 1563), hanno insegnato, secondo le Scritture e l'antica tradizione dei Padri, che il purgatorio esiste e che le anime che vi sono trattenute sono aiutate dai suffragi dei fedeli, e soprattutto dal sacrificio dell'altare.
Pregare per i nostri defunti oggi
Il gesto di Giuda è quello di ogni cattolico che fa celebrare una Messa per un defunto, recita il De profundis, applica un'indulgenza alle anime del purgatorio o visita il cimitero in novembre. La dottrina è esposta nella pagina sul purgatorio; i testi da recitare, dall'Eterno riposo al De profundis (salmo 129 della Vulgata, 130 nelle Bibbie moderne), sono raccolti nella preghiera per i defunti. Per il mese di novembre c'è la novena alle anime del purgatorio, e sulle condizioni per ottenere un'indulgenza a favore di un defunto vedete l'indulgenza plenaria.
Temi e lettura cattolica
La risurrezione della carne
Nessun libro dell'Antico Testamento parla più chiaramente della risurrezione. Il secondo dei fratelli dice al re: «Tu, o uomo iniquissimo, distruggi noi nella vita presente, ma il Re dell'universo risusciterà per la vita eterna noi, che muoiamo per le sue leggi» (2 Mac 7,9). Il terzo stende le mani dicendo: «ho speranza, che mi saran rendute da lui» (2 Mac 7,11). Il quarto dice al re: «la tua risurrezione non sarà per la vita» (2 Mac 7,14). La Lettera agli Ebrei sembra pensare a loro quando loda quelli che «furono stirati, non accettando la liberazione, per ottenere una risurrezione migliore» (Eb 11,35).
La madre dei sette fratelli e la creazione dal nulla
La madre, «oltre modo ammirabile, e degna della ricordanza de' buoni» (2 Mac 7,20), vede morire i sette figli in un solo giorno e li esorta uno per uno «nel linguaggio della patria», unendo «alla tenerezza di donna» un «coraggio virile» (2 Mac 7,21). Le sue parole al più giovane sono l'affermazione più netta, in tutto l'Antico Testamento, della creazione dal nulla: «Io ti chieggo, figliuol mio, che tu guardi il cielo, e la terra, e tutte le cose, che vi si contengono, e sappi, che e quelle cose, e l'umana progenie creò Dio dal niente» (2 Mac 7,28). I predicatori l'hanno spesso accostata alla Madonna Addolorata ai piedi della Croce.
L'intercessione dei santi
Nella visione di Giuda, Onia, morto da tempo, «stendendo le mani faceva orazione per tutto il popolo dei Giudei» (2 Mac 15,12), e Geremia è presentato come «l'amico de' fratelli, e del popolo di Israele; questi è colui che prega fortemente pel popolo, e per tutta la città santa» (2 Mac 15,14). I teologi cattolici vi leggono la preghiera dei giusti defunti per quelli che sono ancora sulla terra: nel capitolo 12 i vivi pregano per i morti, nel capitolo 15 i santi pregano per i vivi.
Il martirio
I Padri hanno onorato i sette fratelli come martiri prima di Cristo. San Cipriano li propone come esempio nell'Esortazione al martirio; san Gregorio Nazianzeno e san Giovanni Crisostomo ne hanno pronunciato il panegirico. Il vecchio Eleazaro rifiuta persino di fingere di mangiare carne proibita, perché i giovani non pensino «che Eleazaro sui novant' anni abbia fatto passaggio alla maniera di vivere dell'altre genti» (2 Mac 6,24).
Il caso di Razia
Il libro riferisce la morte di Razia senza farne una regola. Sant'Agostino osserva che la Scrittura racconta quel gesto senza proporlo come esempio, perché la legge di Dio proibisce all'uomo di darsi la morte.
Versetti celebri del II libro dei Maccabei
- 2 Mac 12,46: il «pensiero di pregare pei defunti», da leggere nel suo contesto, dal versetto 38.
- 2 Mac 6,26: le parole di Eleazaro, «quand'anche io potessi adesso sottrarmi ai supplizj degli uomini, non potrei però né vivo, né morto, fuggir di mano all'Onnipotente» (2 Mac 6,26).
- 2 Mac 7,23: la madre ai figli: «il Creatore del mondo […] renderà egli a voi di bel nuovo per sua misericordia e spirito, e vita» (2 Mac 7,23).
- 2 Mac 15,16: «Prendi questa spada santa, dono di Dio, per mezzo del quale tu getterai per terra i nemici del mio popolo d'Israello» (2 Mac 15,16).
Il II libro dei Maccabei nel canone e nella liturgia
Il libro appartiene ai deuterocanonici, ricevuti dalla Chiesa con la Bibbia greca dei Settanta ma assenti dal canone ebraico fissato più tardi dalla Sinagoga. I concili di Ippona (393) e di Cartagine (397), il Concilio di Firenze (1442) e il Concilio di Trento (sessione IV, 1546) nominano i due libri dei Maccabei fra i libri santi.
Perché i protestanti non accettano il secondo libro dei Maccabei?
I Riformatori tornarono al canone ebraico più corto, e Lutero mise questi libri in appendice, come utili da leggere ma non pari alla Scrittura. Per il II libro c'era anche una ragione di dottrina: il capitolo 12 testimonia la preghiera e il sacrificio per i defunti, cioè quello che la Riforma rifiutava con la dottrina del purgatorio e delle Messe per i morti. La Chiesa non ha mai tolto questo libro dalla Bibbia; il Concilio di Trento ha colpito d'anatema chi non lo riceve come sacro e canonico.
Nel Messale e nel Breviario del 1962
- La Commemorazione dei defunti, 2 novembre. L'epistola della seconda delle tre Messe è 2 Mac 12,43-46 (la prima legge 1 Cor 15,51-57, la terza Ap 14,13). Lo stesso brano è l'epistola della Messa in anniversario dei defunti. Sul senso di questo giorno vedete la Commemorazione dei defunti.
- Il sabato delle Quattro Tempora di Quaresima. Una delle lezioni della Messa è la preghiera dei sacerdoti al tempo di Neemia, 2 Mac 1,23-27.
- La Messa votiva per la pace. La lezione è l'inizio della prima lettera, 2 Mac 1,1-5: «Apra egli il cuor vostro alla intelligenza della sua legge, e de' suoi comandamenti, e dia la pace» (2 Mac 1,4).
- I santi Maccabei, 1° agosto. Il calendario del 1962 fa memoria dei sette fratelli martiri il 1° agosto, con l'epistola di Ebrei 11,33-39; secondo la tradizione romana le loro reliquie sono venerate nella basilica di San Pietro in Vincoli.
- Il mese di ottobre. Al Mattutino del Breviario romano i libri dei Maccabei si leggono nelle settimane di ottobre, e i responsori di quel mese ne riprendono le parole: Adaperiat Dominus cor vestrum in lege sua et in praeceptis suis, et faciat pacem. Potete seguirli nel Breviario di Iter Fidei.
Come leggere il II libro dei Maccabei
Leggete prima il I libro per la cronaca sobria degli avvenimenti, poi questo per il loro senso interiore: i capitoli 4-7 del II libro corrispondono al capitolo 1 del I. Non saltate le riflessioni del compendiatore sul senso delle prove (capitolo 6): sono la chiave del libro. Tornate ai capitoli 7 e 12 in novembre, il mese dei defunti, e tenete il latino accanto all'italiano per il versetto 12,46, che la Chiesa cita da secoli nella sua lingua.
Domande Frequenti
Chi ha scritto il secondo libro dei Maccabei?
Il libro si presenta come il compendio, in un solo volume, di una storia in cinque libri scritta da Giasone di Cirene (2 Mac 2,24). Il compendiatore ispirato non dice il suo nome e resta sconosciuto. Il libro non è opera di Giuda Maccabeo, anche se la seconda lettera posta in apertura porta il suo nome.
Quando è stato scritto il secondo libro dei Maccabei?
Le lettere iniziali sono datate all'anno 188 dell'era dei Seleucidi, il 124 avanti Cristo, e il compendio non può essere anteriore. La storia di Giasone di Cirene, che si ferma al 161, è più antica. Molti studiosi moderni pongono il compendio nel I secolo avanti Cristo; la Chiesa non ha definito nulla.
Che cosa dice 2 Maccabei 12 sul purgatorio?
In 2 Mac 12,43-46 Giuda manda denaro a Gerusalemme perché si offra un sacrificio «pei peccati di quei defunti», e l'autore conclude: «Santo adunque, e salutare è il pensiero di pregare pei defunti, affinchè siano sciolti da' loro peccati». La preghiera non giova ai dannati e i beati non ne hanno bisogno: il passo suppone dunque uno stato in cui i defunti possono ancora essere purificati. La Chiesa, con sant'Agostino e con il Concilio di Trento, vi legge una testimonianza del purgatorio.
Perché pregare per i defunti?
Perché le anime che muoiono in grazia di Dio, ma non del tutto purificate, devono esserlo prima di entrare in cielo, e i vivi possono aiutarle con le preghiere, le elemosine, le indulgenze e soprattutto con il santo sacrificio della Messa. È ciò che fece Giuda Maccabeo, e la Scrittura ne conclude che è santo e salutare pregare per i defunti (2 Mac 12,46).
Chi sono i sette fratelli Maccabei e la loro madre?
Sono sette giovani giudei che, con la loro madre, furono torturati e messi a morte sotto Antioco Epifane per aver rifiutato di mangiare carne di porco, proibita dalla Legge (2 Mac 7). Le loro parole sono fra le più forti dell'Antico Testamento sulla risurrezione. La Chiesa li onora come martiri il 1° agosto. La Scrittura non dice i loro nomi.
Quanti capitoli ha il secondo libro dei Maccabei?
Quindici, nella Vulgata come nel Martini. Il racconto vero e proprio comincia con Eliodoro al capitolo 3, dopo le lettere e la prefazione. Il I libro dei Maccabei, per confronto, ne ha sedici.
Leggete il II libro dei Maccabei versetto per versetto, il Martini con il latino a fronte, anche nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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