Fede
Sette peccati capitali: quali sono, ordine e virtù opposte
Quali sono i sette peccati capitali, o vizi capitali, nell'ordine del Catechismo di San Pio X, perché si chiamano così, da dove viene l'elenco e quale virtù si oppone a ciascuno.

I sette peccati capitali, detti anche sette vizi capitali, sono, nell'ordine del Catechismo di San Pio X: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia. Si chiamano capitali non perché siano i peccati più gravi, ma perché sono «capo e origine degli altri vizi e peccati»: le radici da cui nascono le altre colpe. A ciascuno si oppone una virtù: l'umiltà, la liberalità, la castità, la pazienza, la temperanza, l'amore fraterno e la diligenza nel servizio di Dio. Qui spieghiamo ciascuno di essi, la storia dell'elenco e il modo di combatterli.
Quali sono i sette peccati capitali
Il Catechismo della dottrina cristiana pubblicato per ordine di san Pio X (1912) mette i sette vizi capitali tra le formule che ogni cristiano deve sapere a memoria, in quest'ordine:
- Superbia
- Avarizia
- Lussuria
- Ira
- Gola
- Invidia
- Accidia
È l'ordine che i catechismi italiani hanno sempre insegnato. «Peccati capitali» e «vizi capitali» indicano la stessa cosa; l'espressione più esatta è la seconda, come vedremo.
Perché si chiamano «capitali»
L'equivoco è diffuso: molti credono che «capitale» voglia dire «gravissimo», come nella pena capitale. Non è così. Il Catechismo risponde: «I vizi principali sono i sette vizi capitali, chiamati così perché sono capo e origine degli altri vizi e peccati» (domanda 261). La parola viene dal latino caput, «capo»: sono vizi capofila, ciascuno alla testa di una schiera di peccati. Dalla superbia nascono la vanagloria, il disprezzo degli altri, la disobbedienza; dall'avarizia la frode, il furto, la durezza verso i poveri; dall'ira le risse, le ingiurie, la vendetta.
Per lo stesso motivo sono propriamente vizi più che peccati. «Il vizio è l'abitudine di fare il male, acquistata ripetendo atti cattivi» (domanda 260): non un atto che passa, ma un'inclinazione che resta e continua a produrre peccati finché non viene sradicata. Chi taglia un frutto cattivo lo vede ricrescere; chi taglia la radice secca tutta la pianta.
Un peccato capitale è sempre mortale?
No. Un vizio capitale può produrre peccati mortali o veniali, secondo la materia e secondo l'avvertenza e il consenso. Un moto di impazienza è ira, ma è veniale; l'odio deliberato che desidera il male grave del prossimo è ira, ed è mortale. Il criterio è lo stesso per tutti i peccati, ed è spiegato nella pagina sui peccati mortali e veniali. In inglese si dice seven deadly sins, «sette peccati mortali», ma il nome è impreciso: la tradizione dice capitalia, capitali.
Da Cassiano a san Gregorio Magno: da dove viene l'elenco
L'elenco non è nato tutto in una volta. È frutto dell'esperienza dei monaci, affinata in molti secoli.
Nel IV secolo Evagrio Pontico, monaco del deserto egiziano, descrisse otto «pensieri cattivi» che assalgono l'anima. Il suo discepolo san Giovanni Cassiano portò questa dottrina in Occidente: nelle Istituzioni cenobitiche e nelle Conferenze elenca otto vizi principali, la gola, la lussuria, l'avarizia, l'ira, la tristezza, l'accidia, la vanagloria e la superbia.
Alla fine del VI secolo san Gregorio Magno, nei Moralia in Job (libro XXXI), diede all'elenco la sua forma decisiva. Mise a parte la superbia, come regina e radice di tutti i vizi, secondo la parola della Scrittura: «Il primo di tutti i peccati ell'è la superbia» (Ecclesiastico 10, 15, versione del Martini). Da essa fece nascere sette vizi principali: la vanagloria, l'invidia, l'ira, la tristezza, l'avarizia, la gola e la lussuria. Gregorio dunque conservò la vanagloria e la tristezza, aggiunse l'invidia, e fece rientrare l'accidia nella tristezza.
San Tommaso d'Aquino (Somma teologica, I-II, q. 84, a. 4) riprese lo schema di Gregorio, ma nominò l'accidia al posto della tristezza. Infine l'insegnamento comune contò la superbia stessa fra i sette, al posto della vanagloria: così si fissò l'elenco che i catechismi trasmettono ai fedeli. Lo stesso ordine dei sette, con qualche variazione, struttura le cornici del Purgatorio di Dante, che sale dalla superbia, attraverso l'invidia, l'ira, l'accidia e l'avarizia, fino alla gola e alla lussuria.
Ciascun vizio capitale e la sua virtù opposta
Il Catechismo del 1912 insegna che a ogni vizio capitale si oppone una virtù: «l'umiltà, la liberalità, la castità, la pazienza, la sobrietà, la fraternità e la diligenza nel servizio di Dio» (domanda 262). Combattere un vizio non è soltanto evitarlo: è coltivare la virtù contraria.
Superbia e umiltà
La superbia è l'amore disordinato della propria eccellenza: volersi mettere sopra gli altri e, in radice, sopra Dio. Fu il peccato del demonio e la tentazione dei progenitori: «sarete come Dei» (Genesi 3, 5). Per questo è la madre degli altri vizi. «Alla caduta va innanzi la superbia, e avanti alla rovina si inalbera lo spirito» (Proverbi 16, 18). Le si oppone l'umiltà, che Cristo ha proposto come la sua lezione: «Imparate da me, che son mansueto, e umile di cuore» (Matteo 11, 29). Chi vuole chiederla ogni giorno può recitare le Litanie dell'umiltà, attribuite al cardinale Merry del Val.
Avarizia e liberalità
L'avarizia è l'amore disordinato del denaro e dei beni della terra: non il possederli, ma l'esserne posseduti. «Radice di tutti i mali è la cupidigia: per amor della quale alcuni hanno deviato dalla fede» (1 Timoteo 6, 10). Ne nascono la durezza di cuore, la frode, l'inquietudine continua. Le si oppone la liberalità, che usa i beni con generosità ordinata e li condivide con chi ha bisogno.
Lussuria e castità
La lussuria è il desiderio disordinato dei piaceri della carne, contro il sesto e il nono comandamento. Il Signore ne ha colpito la radice nel cuore: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso in cuor suo adulterio con essa» (Matteo 5, 28). Ne nascono la cecità della mente, la precipitazione, l'attaccamento al mondo. Le si oppone la castità, custodita con la preghiera, la fuga delle occasioni e la modestia degli occhi.
Ira e pazienza
L'ira, come vizio, è il desiderio disordinato della vendetta. Non ogni sdegno è peccato: «Se vi adirate, guardatevi dal peccare: non tramonti il sole sopra dell'ira vostra» (Efesini 4, 26). Ma l'ira che cova rancore e cerca di far male è condannata dal Signore: «Chiunque si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio» (Matteo 5, 22). Ne nascono le risse, le ingiurie, le bestemmie. Le si oppone la pazienza, che sopporta e perdona.
Gola e temperanza
La gola è l'eccesso disordinato nel mangiare e nel bere. «Vegliate sopra voi stessi, onde non avvenga, che siano i vostri cuori depressi dalle crapole, e dalle ubbriachezze» (Luca 21, 34). Appesantisce lo spirito, toglie il gusto delle cose di Dio e apre la porta alla lussuria. Le si oppone la temperanza, che il Catechismo del 1912 chiama sobrietà; la Chiesa la esercita con il digiuno e l'astinenza.
Invidia e amore fraterno
L'invidia è la tristezza per il bene altrui, sentito come un torto fatto a noi. È il vizio del demonio: «per l'invidia del diavolo entrò nel mondo la morte» (Sapienza 2, 24). Ne nascono la mormorazione, la detrazione, la gioia del male altrui. L'invidia della grazia altrui è uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo. Le si oppone l'amore fraterno, che si rallegra del bene del prossimo come del proprio.
Accidia e diligenza nel servizio di Dio
L'accidia è il vizio più frainteso. Non è la semplice pigrizia fisica, ma il tedio e la svogliatezza nelle cose di Dio: san Tommaso la chiama «tristezza del bene divino». I monaci la riconoscevano nel «demonio del mezzogiorno» di cui parla il Salmo 90 (versetto 6), il torpore che assale l'anima nelle ore calde e la spinge a cercare qualunque distrazione pur di sottrarsi alla preghiera. Nei cruciverba si chiama a volte «indolenza». Si comincia trascurando la preghiera, si finisce per trovare insopportabile ogni dovere religioso. Le si oppone la diligenza nel servizio di Dio, cioè il fervore fedele, che prega anche quando non ne sente il gusto: «Va, o pigro, dalla formica, e il fare di lei considera, e impara ad esser saggio» (Proverbi 6, 6).
I sette vizi capitali e le virtù opposte, in una tabella
| Vizio capitale | Virtù opposta |
|---|---|
| Superbia | Umiltà |
| Avarizia | Liberalità |
| Lussuria | Castità |
| Ira | Pazienza |
| Gola | Temperanza (sobrietà) |
| Invidia | Amore fraterno (fraternità) |
| Accidia | Diligenza nel servizio di Dio |
I peccati capitali e i dieci Comandamenti
I Comandamenti dicono che cosa si deve fare e che cosa evitare; i vizi capitali descrivono le inclinazioni che spingono a trasgredirli. La lussuria muove contro il sesto e il nono comandamento, l'avarizia contro il settimo e il decimo, l'ira contro il quinto, l'invidia contro l'ottavo e il decimo, l'accidia contro il terzo e contro la preghiera richiesta dal primo. Per questo un buon esame di coscienza passa prima per i Comandamenti, che mostrano gli atti, poi per i vizi capitali, che mostrano le radici. Chi si accusa sempre degli stessi peccati spesso scopre lì il suo vizio dominante.
I sette peccati capitali nell'arte: il dipinto di Bosch
Il tema ha ispirato molta arte cristiana. L'opera più celebre è la tavola attribuita a Hieronymus Bosch, I sette peccati capitali e i quattro novissimi, conservata al Museo del Prado di Madrid. Al centro, in un grande cerchio che figura l'occhio di Dio, Cristo esce dal sepolcro mostrando la piaga del costato, con l'iscrizione Cave cave Dominus videt, «Attento, attento, il Signore vede». Intorno, sette scene di vita quotidiana mostrano i sette vizi; agli angoli, i quattro novissimi: la morte, il giudizio, l'inferno e la gloria. L'intenzione era morale: ricordare che ogni peccato, anche il più domestico, è veduto da Dio e sarà giudicato nel giudizio universale.
I simboli dei sette peccati capitali
La predicazione e l'arte medievali associarono a ogni vizio un animale che ne rendesse visibile la natura: il leone o il pavone alla superbia, il rospo o il lupo all'avarizia, il caprone alla lussuria, l'orso o il cinghiale all'ira, il maiale alla gola, il serpente o il cane all'invidia, l'asino o la lumaca all'accidia. Erano immagini catechetiche, variabili da un autore all'altro, senza alcun valore dottrinale: servivano a imprimere nella memoria la fisionomia di ogni vizio.
I sette peccati capitali in latino e in inglese
| Italiano | Latino | Inglese |
|---|---|---|
| Superbia | Superbia | Pride |
| Avarizia | Avaritia | Greed / Covetousness |
| Lussuria | Luxuria | Lust |
| Ira | Ira | Wrath / Anger |
| Gola | Gula | Gluttony |
| Invidia | Invidia | Envy |
| Accidia | Acedia | Sloth |
Il rimedio: virtù, preghiera e confessione
Il combattimento contro i vizi capitali ha tre armi. La prima è l'esercizio della virtù contraria, giorno per giorno, a partire dal vizio dominante. La seconda è la preghiera, perché nessun vizio si sradica con la sola volontà. La terza è la confessione frequente, che non solo perdona i peccati ma dà la grazia di evitarli: chi si confessa spesso impara a riconoscere le radici, e il confessore aiuta a colpirle. L'app Iter Fidei per la confessione esamina i sette vizi capitali dopo i Comandamenti, con domande concrete per ciascuno. A ogni confessione il proposito si esprime con l'atto di dolore, che promette «di fuggire le occasioni prossime del peccato»: è lì che i vizi si combattono davvero.
Domande frequenti
Quali sono i sette peccati capitali?
Superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia, nell'ordine del Catechismo di San Pio X.
Qual è la differenza tra peccati capitali e vizi capitali?
Nessuna: sono due nomi della stessa cosa. «Vizi capitali» è il più esatto, perché si tratta di cattive abitudini da cui nascono molti peccati, e così li chiama il Catechismo.
Perché si chiamano peccati capitali?
Perché, dice il Catechismo di San Pio X, «sono capo e origine degli altri vizi e peccati». La parola viene dal latino caput, «capo», e non significa «gravissimi».
Quali sono le virtù opposte ai vizi capitali?
Umiltà contro la superbia, liberalità contro l'avarizia, castità contro la lussuria, pazienza contro l'ira, temperanza (sobrietà) contro la gola, amore fraterno contro l'invidia, diligenza nel servizio di Dio contro l'accidia.
Qual è il più grave dei sette peccati capitali?
La tradizione considera la superbia la radice di tutti gli altri: san Gregorio Magno la metteva a parte, come regina dei vizi, perché spinge l'uomo a preferire se stesso a Dio.
Un peccato capitale è un peccato mortale?
Non necessariamente. Ogni vizio capitale può produrre peccati mortali o veniali: dipende dalla gravità della materia, dalla piena avvertenza e dal deliberato consenso.
Che cos'è l'accidia?
È il tedio e la svogliatezza nelle cose di Dio, che san Tommaso chiama «tristezza del bene divino»: non semplice pigrizia, ma disgusto per la preghiera e i doveri religiosi. Le si oppone la diligenza nel servizio di Dio.
Chi ha stabilito l'elenco dei sette peccati capitali?
Lo ha preparato la tradizione monastica (Evagrio e Cassiano contavano otto vizi), lo ha ordinato san Gregorio Magno nei Moralia in Job, e san Tommaso d'Aquino e l'insegnamento comune lo hanno fissato nella forma che i catechismi trasmettono.
L'app Iter Fidei contiene un esame di coscienza in quattro parti, con i sette peccati capitali, un quaderno privato e la guida passo passo al confessionale. Unitevi qui all'accesso anticipato.
Fonti. Catechismo della dottrina cristiana pubblicato per ordine di san Pio X (1912), formula n. 23 e domande 260-262; Catechismo del Concilio di Trento (1566); san Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche; san Gregorio Magno, Moralia in Job, libro XXXI; san Tommaso d'Aquino, Somma teologica, I-II, q. 84, a. 4, e II-II, q. 35; Sacra Bibbia nella versione di mons. Antonio Martini (Genesi 3, 5; Salmo 90, 6; Proverbi 6, 6; Proverbi 16, 18; Sapienza 2, 24; Ecclesiastico 10, 15; Matteo 5, 22.28; Matteo 11, 29; Luca 21, 34; Efesini 4, 26; 1 Timoteo 6, 10).