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Il libro dell'Ecclesiaste (Qoèlet)
L'Ecclesiaste, che le Bibbie moderne chiamano Qoèlet, è il libro della «vanità delle vanità»: un re sapiente esamina tutto ciò che si fa sotto il sole e conclude che solo il timor di Dio dà senso alla vita. Qui sotto trovate i dodici capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue spiega chi era Qoèlet, il riassunto del libro, il suo significato e il posto che ha nella liturgia.
Leggere Ecclesiaste: 12 capitoli
L'Ecclesiaste è il libro più sconcertante dell'Antico Testamento, e uno dei più salutari. Un re che ha posseduto tutto, la sapienza, le ricchezze, i piaceri, le grandi opere, fa il bilancio di quello che all'uomo rimane «sotto del sole». E torna sempre alla stessa risposta: «Vanità delle vanità, disse l'Ecclesiaste: vanità delle vanità, e tutte le cose sono vanità» (Qo 1, 2). Ma il libro non si ferma al disincanto. Si chiude con una conclusione ferma, che dà la chiave di tutto il resto: «Ascoltiamo tutti egualmente la fine d'ogni discorso: Temi Dio, e osserva i suoi comandamenti» (Qo 12, 13).
Lo troverete sotto due nomi. La Vulgata, il Martini e la tradizione cattolica italiana lo chiamano Ecclesiaste; le Bibbie moderne, a cominciare da quella della CEI, preferiscono il nome ebraico, Qoèlet (scritto anche Qohelet o Qohèlet). È lo stesso libro, di dodici capitoli, posto tra i Proverbi e il Cantico dei Cantici. Non va confuso con l'Ecclesiastico, che le Bibbie moderne chiamano Siracide: è un altro libro, molto più lungo e più tardo, scritto da Gesù figlio di Sirach.
Chi era Qoèlet? Il nome e il suo significato
Qohelet è una parola ebraica che viene dalla stessa radice di qahal, l'assemblea: indica colui che raduna l'assemblea e le parla, il predicatore. La Settanta greca l'ha tradotta con Ekklesiastes, l'uomo dell'ekklesia, dell'assemblea; di qui il latino Ecclesiastes e l'italiano Ecclesiaste. San Girolamo, nel suo commento, spiega il nome proprio così: è colui che raccoglie il popolo per istruirlo. Qoèlet, dunque, non è propriamente un nome di persona, ma un titolo: il libro non dice “parole di Salomone”, ma “parole del predicatore”.
Quanto alla pronuncia, che molti cercano: in italiano si dice Co-è-let, con l'accento sulla seconda sillaba, come indica la grafia Qoèlet; la q iniziale rende una consonante ebraica (la qof) e si legge come una c dura.
Chi ha scritto il libro del Qoèlet?
La Chiesa ha ricevuto l'Ecclesiaste come opera del re Salomone, figlio di Davide, e il libro stesso ne dà le ragioni. Si apre con queste parole: «Parole dell'Ecclesiaste figliuolo di David, re di Gerusalemme» (Qo 1, 1), e l'autore parla da re, re d'Israele in Gerusalemme (Qo 1, 12). Un solo figlio di Davide ha regnato su tutto Israele da Gerusalemme.
Nel capitolo 2 descrive le sue case, le vigne, gli orti, le peschiere, i servi, i cantori, l'oro e l'argento: «Or io feci opere grandi, fabbricai delle case, e piantai delle vigne». È la gloria di Salomone come la racconta il III libro dei Re (1 Re), capitolo 4: «Diede di più Iddio a Salomone sapienza, e prudenza oltre modo grande». L'epilogo aggiunge che l'Ecclesiaste «con molto studio compose molte parabole» (Qo 12, 9).
I Padri concordano su questa attribuzione. San Gregorio di Nissa e san Girolamo commentano il libro come opera di Salomone, e san Gregorio Magno lo cita sotto il suo nome. Molti antichi autori hanno pensato che il re l'abbia scritto nella vecchiaia, dopo essersi pentito dei suoi traviamenti: il III libro dei Re, al capitolo 11, racconta infatti che «essendo egli già vecchio, fu per opera delle donne depravato il cuore di lui». Secondo questa lettura, l'Ecclesiaste è la confessione di un uomo che ha cercato la felicità in tutto ciò che è creato e, tornato in sé, ne ha conosciuto la vanità.
L'autore principale, come di tutta la Scrittura, è lo Spirito Santo. La maggior parte degli esegeti moderni ritiene che un saggio più tardo abbia scritto mettendo le sue parole in bocca a Salomone, come un artificio letterario; la tradizione della Chiesa si attiene a Salomone, e la Chiesa non ha definito nulla al riguardo. È dunque giusto dire che la tradizione attribuisce il libro a Salomone, e che la questione dell'autore umano resta discussa.
Quando è stato scritto?
Nella prospettiva tradizionale il libro risale alla fine del regno di Salomone, nel X secolo avanti Cristo: i castighi che seguirono la sua infedeltà, raccontati nel III libro dei Re, spiegherebbero il tono grave e disilluso dell'opera. Chi non accetta l'attribuzione a Salomone ha proposto date più basse, fino al III secolo avanti Cristo, fondandosi soprattutto sulla lingua dell'ebraico del libro. La Chiesa non ha fissato alcuna data.
Di cosa parla il Qoèlet? Riassunto
L'Ecclesiaste pone una sola domanda: «Che resta all'uomo di tutte quante le fatiche, ond'ei si carica sotto del sole?» (Qo 1, 3). “Sotto il sole” significa la vita presente, guardata con la sola ragione naturale. L'autore prova tutte le risposte che il mondo propone, e ogni volta trova «vanità, e afflizione di spirito». Non perché le creature siano cattive, ma perché nessuna può riempire il cuore né sopravvivere alla morte.
Prologo: tutto è vanità (1, 1-11)
Il capitolo 1 si apre sul tema del libro e sul quadro del ciclo senza fine della natura: le generazioni passano, il sole sorge e tramonta, il vento gira, «Tutti i fiumi entrano nel mare, e il mare non trabocca» (Qo 1, 7). Di qui la sentenza diventata proverbiale anche in italiano, niente di nuovo sotto il sole: «Nulla cosa è nuova sotto del sole» (Qo 1, 10), e nulla resta nella memoria degli uomini.
La vanità della vita privata: sapienza, piacere, lavoro (1, 12 – 3, 15)
Il re racconta la propria esperienza. Ha cercato la sapienza e ha scoperto che «la molta sapienza ha molto onde disgustarsi, e chi moltiplica il sapere, l'affanno moltiplica» (Qo 1, 18). Nel capitolo 2 prova il piacere e le grandi imprese, senza negare nulla ai suoi occhi, e riconosce alla fine «che niente dura sotto il sole» (Qo 2, 11).
La sapienza vale più della stoltezza, quanto la luce più delle tenebre; ma il saggio muore come lo stolto, e lascia il frutto delle sue fatiche a un erede che forse lo dissiperà. La sezione si chiude nel capitolo 3 con il celebre poema dei tempi della vita, «Ogni cosa ha il suo tempo», e con l'ordine divino che li governa: «Tutte le cose, che egli ha fatte, ciascuna a suo tempo sono buone» (Qo 3, 11).
La vanità della vita sociale: ingiustizia, ricchezze, incertezza (3, 16 – 7, 30)
Qoèlet si volge alla società. Vede l'empietà sedere nel luogo del giudizio, e afferma: «Dio farà giudizio del giusto, e dell'empio» (Qo 3, 17). Nel capitolo 4 piange sulle lagrime degli oppressi, sull'invidia che spinge gli uomini al lavoro, sull'avaro solitario che non si domanda mai per chi fatica. Il capitolo 5 insegna il rispetto nella casa di Dio, la sobrietà delle parole nella preghiera e la fedeltà ai voti, poi torna alle ricchezze: «L'avaro non si sazierà mai di far denaro» (Qo 5, 9), e l'uomo, nudo come uscì dal seno della madre, nudo se ne andrà.
Il capitolo 6 mostra il ricco incapace di godere ciò che possiede. Il capitolo 7 allinea sentenze gravi: il giorno della morte vale più di quello della nascita, la casa del lutto più della casa del banchetto, e «Non vi è certamente sulla terra uomo giusto, il quale faccia il bene, e non pecchi» (Qo 7, 21). Si chiude con una constatazione che riassume la storia del peccato: «Dio fece diritto l'uomo; ma questi si involse in immense questioni» (Qo 7, 30).
Regole di vita: temere Dio, lavorare, godere, ricordarsi (8 – 12, 8)
L'ultima parte dà consigli. Nel capitolo 8 l'Ecclesiaste raccomanda l'obbedienza al re e la fiducia nella giustizia di Dio, anche quando la sentenza tarda: «io ho compreso, che saran felici quelli che temono Dio, e stanno con timore dinanzi a lui» (Qo 8, 12). Il capitolo 9 guarda in faccia la morte, sorte comune del giusto e dell'empio, e risponde con l'ardore nel lavoro: «Tutto quello, che può operar la tua mano, fallo con sollecitudine» (Qo 9, 10). Il capitolo 10 mette a confronto il saggio e lo stolto nel parlare e nel governare.
Il capitolo 11 esorta all'elemosina generosa e avverte il giovane: «sappi, che per tutte queste cose ti chiamerà Dio in giudizio» (Qo 11, 9). Il capitolo 12 comincia con «Ricordati del tuo Creatore ne' giorni di tua giovinezza» (Qo 12, 1) e con una lunga allegoria della vecchiaia, le guardie della casa che tremano, le macinatrici ridotte a poche, il mandorlo che fiorisce, finché la polvere torna alla terra «e lo spirito ritorni a Dio, di cui fu dono» (Qo 12, 7).
Epilogo: la conclusione del discorso (12, 9-14)
Gli ultimi versetti lodano le parole dei saggi, che «son come pungoli, e come chiovi, che penetrano profondamente» (Qo 12, 11), e riassumono tutto l'insegnamento: «Temi Dio, e osserva i suoi comandamenti», perché «questo è tutto l'uomo» (Qo 12, 13). E Dio chiamerà in giudizio ogni azione, «o sia ella buona, ovver sia ella cattiva» (Qo 12, 14).
Il significato del Qoèlet: temi e lettura cattolica
“Vanità delle vanità”: che cosa vuol dire?
La parola che il latino rende con vanitas traduce l'ebraico hevel, che significa un soffio, un vapore che si dissolve. “Vanità delle vanità” è un superlativo all'ebraica, come “Cantico dei cantici”: la vanità più grande, il soffio più sottile. Non vuol dire che le creature siano cattive: sono opera di Dio e il libro stesso lo afferma, perché chi mangia, beve e vede il frutto delle sue fatiche ha ricevuto «dono di Dio» (Qo 3, 13). Vuol dire che passano, e che il cuore che si riposa in esse è ingannato. San Paolo usa la stessa parola della Settanta quando scrive: «il mondo creato è stato soggettato alla vanità» (Rm 8, 20).
La tradizione ascetica della Chiesa ha fatto della prima riga del libro un intero programma. L'Imitazione di Cristo si apre con queste parole: Vanitas vanitatum, et omnia vanitas, praeter amare Deum et illi soli servire, cioè: tutto è vanità, fuorché amare Dio e servire lui solo. San Girolamo, a Roma, aveva letto l'Ecclesiaste con Blesilla, figlia di santa Paola, per condurla al disprezzo del mondo, come ricorda nella prefazione del suo commento.
Il senso della vita: “questo è tutto l'uomo”
Molti cercano “Qoèlet e il senso della vita”, ed è proprio la domanda del libro. Qoèlet non risponde con una teoria, ma per esclusione: il senso della vita non è nella sapienza umana, né nel piacere, né nel successo, né nella ricchezza, perché tutto questo si ferma alla soglia della morte. Rimane ciò che la morte non tocca: il rapporto con Dio. Per questo la conclusione non è un'aggiunta pia, ma il punto d'arrivo di tutto il cammino: temere Dio e osservare i suoi comandamenti è “tutto l'uomo”, ciò per cui l'uomo è fatto. Sant'Agostino lo dirà all'inizio delle Confessioni: il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio.
La morte e la vita futura
Alcuni versetti fermano il lettore: «muojono gli uomini come le bestie» (Qo 3, 19), «i morti poi non sanno più nulla» (Qo 9, 5). San Gregorio Magno risponde nei Dialoghi (libro IV): l'Ecclesiaste, come dice il suo nome, raduna un'assemblea e presta la sua voce ai pensieri degli uomini carnali, per poi dare loro risposta. La formula finale, «Ascoltiamo tutti egualmente la fine d'ogni discorso», mostra che il libro fa parlare più voci prima di pronunciare il suo giudizio.
E quel giudizio afferma l'anima spirituale, lo spirito che «ritorni a Dio, di cui fu dono» (12, 7), come nel giorno in cui Dio formò Adamo «e gl'ispirò in faccia un soffio di vita» (Gn 2, 7); e afferma il giudizio di ogni opera (3, 17; 11, 9; 12, 14). Quando dice che i morti non sanno più nulla e non hanno più mercede, intende che non possono più acquistare né meritare nulla dei beni di questo mondo. Sul giudizio che attende ogni uomo, vedete il Giudizio universale e il giudizio particolare.
L'albero che cade
«Se l'albero cade verso il mezzodì, o verso settentrione, dovunque cada, ivi si resta» (Qo 11, 3). La tradizione vi legge lo stato dell'anima nel momento della morte: il tempo del merito è finito e la sentenza non cambia più. Questo non esclude la purificazione delle anime morte in grazia ma non ancora del tutto pure, come insegna la dottrina del Purgatorio. È un testo classico della meditazione sui Novissimi e sulla buona morte.
Il lavoro, il denaro e la gioia
L'Ecclesiaste non è nemico né del lavoro onesto né delle gioie semplici ricevute da Dio: «Va adunque, e mangia lietamente il tuo pane, e bevi con letizia il tuo vino, mentre le opere tue a Dio sono accette» (Qo 9, 7). Condanna l'avarizia e la fatica senza fine. Il ricco stolto del Vangelo, che dice all'anima sua «riposati, mangia, bevi, datti bel tempo» (Lc 12, 19) e quella notte stessa muore, mette in parabola la lezione di Qoèlet.
I tre libri di Salomone
Origene, nel prologo del suo commento al Cantico, vede nei tre libri di Salomone tre gradi dell'anima: i Proverbi insegnano la condotta retta, l'Ecclesiaste il giusto valore delle cose naturali, il Cantico dei Cantici l'unione con Dio. L'Ecclesiaste è il gradino di mezzo, quello del distacco: non si può salire all'amore di Dio senza aver prima conosciuto che tutto il resto passa.
Versetti celebri del Qoèlet
- Qo 1, 9-10, niente di nuovo sotto il sole: «Che è quello, che fu? quello, che sarà. Che è quello, che avvenne? quello, che accade.» E subito dopo: «Nulla cosa è nuova sotto del sole».
- Qo 3, 1-8, c'è un tempo per ogni cosa: «Ogni cosa ha il suo tempo, e dentro lo spazio ad esse assegnato passano tutte le cose sotto del cielo. Tempo di nascere, e tempo di morire, tempo di piantare, e tempo di sradicare quello che fu piantato.» Poi: «tempo di tacere, e tempo di parlare»; «tempo di guerra, e tempo di pace». Le Bibbie moderne traducono “C'è un tempo per ogni cosa”, ed è con queste parole che il passo è diventato familiare.
- Qo 4, 9-12, la corda a tre capi: «Se uno cade, l'altro il sostiene. Guai a chi è solo, perché caduto ch'ei sia, non ha chi lo rialzi» (Qo 4, 10); e alla fine: «una cordicella a tre fila si rompe difficilmente» (Qo 4, 12). Si applica volentieri al matrimonio cristiano, in cui gli sposi sono uniti da Dio.
- Qo 7, 2: «Val più il buon nome che i balsami più pregiati». Nelle Bibbie tradotte dall'ebraico è il versetto 7, 1.
- Qo 9, 4: «un cane vivo val più, che un lion morto».
- Qo 9, 11: «sotto del sole né la corsa è serbata pei lesti di gamba, né la guerra pei valorosi».
- Qo 11, 1: «Spargi il tuo pane sopra le acque, che passano; perocché dopo lungo tratto di tempo tel troverai», inteso tradizionalmente dell'elemosina.
- Qo 12, 12: «i libri si moltiplicano senza fine, e la meditazione continua è travaglio del corpo».
Il Qoèlet nel canone e nella liturgia
Un libro protocanonico
L'Ecclesiaste è un libro protocanonico dell'Antico Testamento: si trova nelle Bibbie cattoliche come in quelle protestanti ed ebraiche. Nella Bibbia ebraica fa parte degli Scritti ed è uno dei cinque “rotoli” letti nelle feste, precisamente nella festa dei Tabernacoli. Alcuni antichi rabbini ne avevano discusso, ma fu accolto definitivamente. I concili di Ippona (393) e di Cartagine (397) lo contano tra i “cinque libri di Salomone”, e il concilio di Trento, nella sessione IV (8 aprile 1546), lo nomina tra i libri sacri e canonici. Appartiene ai libri sapienziali, con Giobbe, i Salmi, i Proverbi, il Cantico, la Sapienza e l'Ecclesiastico.
San Girolamo lo tradusse dall'ebraico, insieme ai Proverbi e al Cantico, e ne scrisse anche un commento. La Vulgata segue in un punto una divisione dei versetti propria: il primo versetto del suo capitolo 7 è, nelle Bibbie tradotte dall'ebraico, l'ultimo del capitolo 6, e per tutto il capitolo 7 i numeri del Martini superano di uno quelli moderni (il 7, 2 è il 7, 1, il 7, 21 è il 7, 20). I rimandi di questa pagina seguono la Vulgata e il Martini.
Nel Breviario del 1962
Nel Breviario romano l'Ecclesiaste si legge al Mattutino nella seconda settimana di agosto, dopo i Proverbi e prima della Sapienza. Il primo giorno le letture danno il capitolo 1, e il secondo notturno un sermone di san Giovanni Crisostomo su Salomone tornato in sé dopo i suoi traviamenti: il re che costruiva palazzi e ammassava oro, rientrato in se stesso, pronunciò quella parola degna del cielo, “vanità delle vanità”. Il Messale del 1962, invece, non ne trae quasi nulla per la Messa: è un libro da meditare più che da proclamare.
Come leggere il Qoèlet
Leggetelo prima tutto d'un fiato, perché il libro si giudica dalla fine: i lamenti dei primi capitoli si capiscono solo alla luce della conclusione del capitolo 12. Rileggetelo poi un capitolo al giorno, chiedendovi ogni volta se l'Ecclesiaste dà il suo proprio giudizio, o se fa parlare l'uomo che vede soltanto ciò che accade «sotto del sole». Tenete presente l'ordine di Origene: prima i Proverbi, poi l'Ecclesiaste, poi il Cantico.
Il libro è un rimedio contro l'agitazione e l'illusione dei beni che passano, e si legge con frutto nei momenti di svolta della vita, nel lutto come nel successo. Unite alla lettura una preghiera semplice: chiedete a Dio di insegnarvi a usare delle cose come di doni, senza attaccarvi il cuore. Tutti i libri si trovano nella Bibbia di Iter Fidei, e il testo si legge anche nell'app Bibbia cattolica.
Domande Frequenti
Chi era Qoèlet?
Qoèlet non è un nome proprio ma un titolo ebraico: significa “colui che raduna l'assemblea”, il predicatore. Il libro lo presenta come figlio di Davide e re d'Israele in Gerusalemme, e la tradizione della Chiesa lo identifica con il re Salomone. Molti esegeti moderni vi vedono invece un saggio più tardo che scrive sotto il nome di Salomone.
Come si pronuncia Qoèlet?
Si pronuncia Co-è-let, con l'accento sulla e della seconda sillaba, come indica la grafia italiana Qoèlet. La q iniziale si legge come una c dura. Lo stesso libro si chiama anche Ecclesiaste, nome che viene dal greco.
Qual è la differenza tra Ecclesiaste ed Ecclesiastico?
Sono due libri diversi. L'Ecclesiaste, o Qoèlet, è un libro breve di dodici capitoli, attribuito a Salomone e presente in tutte le Bibbie. L'Ecclesiastico, o Siracide, è un libro di cinquantuno capitoli, scritto da Gesù figlio di Sirach nel II secolo avanti Cristo; è deuterocanonico e manca nelle Bibbie protestanti.
Che cosa significa “vanità delle vanità”?
È il ritornello del libro (1, 2 e 12, 8). “Vanità” traduce una parola ebraica che significa un soffio, un vapore che svanisce. Non vuol dire che le creature siano cattive, ma che nessun bene di questo mondo può riempire il cuore dell'uomo né sfuggire alla morte; solo Dio dà alla vita il suo peso vero.
Che cosa vuol dire “c'è un tempo per ogni cosa”?
È l'inizio del capitolo 3, che il Martini traduce «Ogni cosa ha il suo tempo». Qoèlet elenca quattordici coppie di contrari, nascere e morire, piangere e ridere, tacere e parlare, per mostrare che la vita dell'uomo è sottoposta a tempi che egli non domina. E conclude che le opere di Dio «ciascuna a suo tempo sono buone»: la sapienza sta nel ricevere ogni tempo dalla sua mano.
Quanti capitoli ha il Qoèlet?
Il Qoèlet ha dodici capitoli. La numerazione dei versetti della Vulgata, seguita dal Martini, differisce di un'unità da quella delle Bibbie moderne nel capitolo 7, perché la Vulgata apre quel capitolo un versetto prima.
Qual è il messaggio del Qoèlet?
Che nulla di ciò che passa può dare senso alla vita, e che l'uomo trova se stesso solo in Dio: «Temi Dio, e osserva i suoi comandamenti», perché «questo è tutto l'uomo». Il libro non predica la disperazione, ma il distacco, la gioia semplice dei doni di Dio e il pensiero del giudizio.
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