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Il libro di Giobbe
Il libro di Giobbe è il grande poema biblico della sofferenza del giusto: un uomo integro perde i beni, i figli e la salute, discute con i suoi amici e infine ascolta la risposta di Dio. Qui sotto trovate i quarantadue capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini con la Vulgata latina a fronte; la guida che segue spiega chi era Giobbe, chi ha scritto il libro, il riassunto, il significato e il suo posto nella liturgia.
Leggere Giobbe: 42 capitoli
Il libro di Giobbe pone la domanda più antica e più dolorosa: perché soffre il giusto? Un uomo «semplice, e retto, e timorato di Dio», ricco di beni e padre di dieci figli, perde tutto in un giorno, poi viene colpito nella carne. Tre amici vengono a consolarlo e finiscono per accusarlo. Egli protesta la propria innocenza, grida verso Dio, chiede di essere ascoltato. Dio risponde infine, non con una spiegazione, ma mostrandosi. Giobbe tace, fa penitenza, prega per quelli che lo hanno ferito, e il Signore gli rende il doppio di quanto aveva perduto. Pochi libri hanno nutrito tanto la preghiera della Chiesa: essa ne legge i lamenti nell'Ufficio dei defunti, vi ha riconosciuto con san Gregorio Magno una figura di Cristo sofferente, e vi ascolta una delle più chiare professioni di fede dell'Antico Testamento nella risurrezione della carne.
Chi era Giobbe nella Bibbia?
«Era un uomo nella terra di Hus per nome Giobbe, e quest'uomo era semplice, e retto, e timorato di Dio, e alieno dal mal fare» (Gb 1, 1). Giobbe non era israelita: era un patriarca dell'Oriente, padre di sette figli e tre figlie, padrone di greggi immensi, e «quest'uomo era grande tragli Orientali» (Gb 1, 3). Il suo «mestiere», per rispondere a una domanda frequente, era quello dei capi di famiglia di allora: allevatore e agricoltore, giudice e benefattore della sua città, sacerdote della propria casa, perché offriva egli stesso olocausti per i figli (Gb 1, 5).
Giobbe è esistito davvero? I Padri lo hanno ritenuto un personaggio storico, e la Scrittura ne parla come di un uomo reale. Dio nomina insieme «Noè, Daniele, e Giobbe» come tre giusti nel libro di Ezechiele; il libro di Tobia paragona la pazienza del vecchio Tobia a quella «del santo Giobbe» (Tb 2, 12); san Giacomo scrive: «Avete udito la sofferenza di Giobbe, e avete veduta la fine del Signore» (Gc 5, 11).
Il Martirologio Romano ne fa memoria il 10 maggio, nella terra di Hus, come profeta e uomo di mirabile pazienza; a lui è dedicata, fra le altre, la chiesa veneziana di San Giobbe. Molti esegeti moderni vedono nel libro un poema costruito attorno a un antico racconto; la lettura tradizionale tiene al Giobbe storico, pur riconoscendo che i suoi discorsi sono stati messi in forma poetica.
La terra di Hus si trovava a oriente del Giordano, dalla parte di Edom, come suggeriscono le Lamentazioni: «o figlia di Edom, che abiti nella terra di Hus» (Lam 4, 21). Un'appendice della versione greca dei Settanta identifica Giobbe con Jobab, re di Edom, nominato nella Genesi, e molti antichi commentatori hanno seguito questa opinione, che resta incerta.
Chi ha scritto il libro di Giobbe?
L'autore umano del libro è sconosciuto, e la Chiesa non ha mai definito nulla in proposito. Un'antica tradizione giudaica, raccolta nel Talmud, lo attribuisce a Mosè; altri hanno pensato a Giobbe stesso, che desidera che le sue parole siano «impresse in un libro con istile di ferro» (Gb 19, 23), oppure a Salomone o a uno dei profeti. San Gregorio Magno, all'inizio dei Moralia in Iob, rimette la questione al suo posto: è del tutto superfluo cercare chi l'abbia scritto, poiché si crede con certezza che l'autore ne sia lo Spirito Santo; chi riceve la lettera di un grande personaggio non si domanda con quale penna sia stata scritta.
Quando è stato scritto il libro di Giobbe?
Bisogna distinguere l'epoca in cui visse Giobbe e quella in cui fu scritto il libro. La storia appartiene all'età dei patriarchi: Giobbe offre sacrifici come capo di famiglia, la Legge di Mosè non è mai nominata, ed egli vive ancora centoquarant'anni dopo la prova (Gb 42, 16). Chi attribuiva il libro a Mosè o a Giobbe lo riteneva antichissimo, e di qui viene l'idea che sia il libro più antico della Bibbia. Molti esegeti cattolici dell'Ottocento lo collocavano piuttosto al tempo di Salomone, nell'età d'oro della letteratura sapienziale, verso il X secolo avanti Cristo; molti moderni lo datano dopo l'esilio di Babilonia. La Chiesa non ha fissato alcuna data, e la questione resta aperta.
Di cosa parla il libro di Giobbe? Riassunto
Il libro comprende un prologo in prosa (capitoli 1-2), un lungo poema (da 3, 1 a 42, 6) e un epilogo in prosa (42, 7-16).
Il prologo: la prova di Giobbe (capitoli 1-2)
Al capitolo 1 i «figliuoli di Dio», cioè gli angeli, si presentano davanti al Signore, «e vi si trovò con essi, anche Satan» (Gb 1, 6). Satana insinua che Giobbe serve Dio solo per ciò che ne riceve: «Forse che Giobbe teme Dio inutilmente?» (Gb 1, 9). Dio gli permette di toccare tutto ciò che Giobbe possiede, ma non la sua persona.
In un solo giorno i Sabei portano via i buoi, il fuoco del cielo consuma le pecore, i Caldei rapiscono i cammelli, e un vento del deserto abbatte la casa dove sono riuniti i figli. Giobbe si prostra e adora: «Ignudo uscii dal seno di mia madre, e ignudo tornerò laggiù. Il Signore avea dato, il Signore ha ritolto; è stato quello, che è piaciuto al Signore: il nome del Signore sia benedetto» (Gb 1, 21).
Al capitolo 2 Satana ottiene di colpirlo nel corpo, «con ulcera orribile dalla pianta del piede sino alla punta del capo» (Gb 2, 7). Giobbe siede su un letamaio e si rade la marcia con un coccio. Sua moglie gli dice: «Benedici Dio, e muori», cioè, con un eufemismo, maledicilo; egli risponde: «Se i beni abbiam ricevuti dalla mano del Signore, perché non prenderemo anche i mali?» (Gb 2, 10). Tre amici, «Eliphaz di Theman, e Baldad di Sueh, e Sophar di Naamath» (Gb 2, 11), vengono a consolarlo e restano seduti per terra accanto a lui sette giorni e sette notti senza dire parola.
Il lamento di Giobbe e i tre cicli di discorsi (capitoli 3-31)
Al capitolo 3 Giobbe rompe il silenzio e maledice il giorno della sua nascita: «Perisca il giorno, in cui io nacqui» (Gb 3, 3). Gli amici parlano a turno, e Giobbe risponde a ciascuno. Il loro ragionamento non cambia: Dio è giusto, premia i buoni e punisce i malvagi; se Giobbe soffre, dunque, ha peccato, e deve pentirsi. Eliphaz invoca una visione notturna (capitolo 4), Baldad la sapienza degli antichi (capitolo 8), Sophar le vie imperscrutabili di Dio (capitolo 11).
Giobbe rifiuta di confessare una colpa che non ha commesso. Riconosce che «l'uomo paragonato con Dio non ha più giustizia» (Gb 9, 2), ma sostiene che la sua sofferenza non è il castigo di un delitto, e supplica Dio stesso di ascoltarlo. Il suo lamento ha un'audacia che stupisce, ma resta una preghiera: «Quand'anche egli mi desse morte, in lui spererò» (Gb 13, 15). Il primo ciclo si chiude al capitolo 14, meditazione sulla brevità della vita. Il secondo, aperto da Eliphaz al capitolo 15, tocca il vertice nella professione di fede nel Redentore del capitolo 19. Nel terzo, che comincia al capitolo 22, l'ultimo discorso di Baldad conta appena sei versetti (capitolo 25), e Sophar non parla più.
Giobbe prosegue da solo. Il poema della sapienza, al capitolo 28, domanda «dov' è, che trovisi la sapienza?», che né l'abisso né il mare possiedono, e risponde: «Ecco che il timor del Signore egli è la stessa sapienza, e la fuga del male ell'è la vera intelligenza» (Gb 28, 28). Nei capitoli 29-31 Giobbe ricorda la prosperità passata, quando era «occhio al cieco, e piede allo zoppo» (Gb 29, 15), descrive l'umiliazione presente e pronuncia un solenne giuramento d'innocenza: «Feci patto cogli occhi miei di non pensar neppure a una vergine» (Gb 31, 1).
I discorsi di Eliu (capitoli 32-37)
Un uomo più giovane, «Eliu figliuolo di Barachel, Buzite», che aveva taciuto per rispetto degli anziani, prende allora la parola (capitolo 32). Si sdegna contro Giobbe, «perché questi diceva se esser giusto dinanzi a Dio» (Gb 32, 2), e contro gli amici, che non hanno saputo rispondergli. Nei capitoli 33-37 mostra che Dio parla all'uomo anche per mezzo della sofferenza, per correggerlo e salvarlo: «nella tribolazione lo istruirà» (Gb 36, 15). Alla fine il Signore non lo annovera fra quelli che rimprovera.
Il Signore risponde di mezzo al turbine (capitoli 38-42, 6)
«Ma il Signore di mezzo al turbine parlò a Giobbe» (Gb 38, 1). Non gli spiega la sua prova: lo interroga. «Dov' eri tu quand'io gettava i fondamenti della terra? dimmelo se ne sai tanto» (Gb 38, 4). Gli mostra il mare chiuso dietro le sue porte, l'aurora, i tesori della neve, la preda del leone, poi, al capitolo 39, le capre selvatiche, lo struzzo e il cavallo da guerra.
Giobbe risponde: «mi porrò la mano alla bocca» (Gb 39, 34). Il Signore parla una seconda volta e gli presenta due bestie formidabili, Beemoth e il Leviathan (capitoli 40 e 41). Al capitolo 42 Giobbe conclude: «Io ti udii già colle mie orecchie; ora il mio occhio ti vede. Per questo io accuso me stesso, e fo penitenza nella polvere, e nella cenere» (Gb 42, 5-6).
Come finisce la storia di Giobbe (42, 7-16)
Il Signore si sdegna contro Eliphaz e i suoi due amici, «perocché non avete parlato con rettitudine dinanzi a me, come Giobbe mio servo» (Gb 42, 7). Giobbe prega per loro, e «il Signore si mosse a compassione di Giobbe mentre ei pregava pe' suoi amici; e rendette il Signore a Giobbe il doppio di tutto quello, che egli avea posseduto per l'innanzi» (Gb 42, 10). Ha di nuovo sette figli e tre figlie, che il Martini chiama Giorno, Cassia e Corno di Antimonio (Gb 42, 14), e muore «in età, avanzata, e pieno di giorni».
Che cosa insegna il libro di Giobbe? Temi e lettura cattolica
La sofferenza non è sempre un castigo
L'errore degli amici è credere che ogni sofferenza sia il salario di un peccato personale, e Dio dichiara che non hanno parlato con rettitudine. Nostro Signore confuta lo stesso errore davanti al cieco nato: «Né egli, nè i suoi genitori han peccato; ma perché in lui si manifestino le opere di Dio» (Gv 9, 3). In Giobbe la sofferenza è una prova permessa da Dio per manifestare la fedeltà di un giusto, come l'oro provato nel fuoco (Gb 23, 10). Il peccato originale ha fatto entrare il dolore nel mondo; ma il dolore di un uomo non misura la sua colpa.
La Provvidenza e il potere limitato di Satana
San Tommaso d'Aquino scrisse il suo commento letterale a Giobbe per mostrare che le cose umane sono governate dalla divina Provvidenza. Il prologo insegna che Satana non può nulla senza il permesso di Dio, e solo nei limiti che Dio gli fissa: «solamente non stendere la tua mano contro la sua persona» (Gb 1, 12). Il demonio accusa, Dio permette, e la prova torna a gloria del giusto.
Una sapienza che supera i nostri calcoli
La risposta del Signore non è una spiegazione, ma la rivelazione di Colui le cui vie sfuggono a ogni misura umana. San Paolo cita il libro, «io impiglierò i sapienti nella loro astuzia» (1 Cor 3, 19, da Gb 5, 13), e riecheggia la domanda di Dio, «Chi prima a me diede ond'io debba rendergli?» (Gb 41, 2), nell'inno della lettera ai Romani. Giobbe apre così, nella Vulgata, la serie dei libri sapienziali, con i Proverbi, il Qoelet e la Sapienza.
Giobbe, figura di Cristo
Per san Gregorio Magno il beato Giobbe figura il Redentore: l'innocente percosso e disprezzato, che alla fine prega per quelli che lo hanno offeso e ottiene il loro perdono, annunzia Cristo nella sua Passione, e i suoi dolori figurano anche le prove della Chiesa. I Moralia in Iob, in trentacinque libri dedicati a san Leandro di Siviglia, leggono il testo secondo il senso storico, allegorico e morale, e sono stati per tutto il Medioevo il grande manuale della vita spirituale.
La risurrezione della carne
La confessione del capitolo 19 è una delle testimonianze più nette dell'Antico Testamento sulla risurrezione: «Imperocché io so, che vive il mio Redentore, e che nell'ultimo giorno io risorgerò dalla terra: E di nuovo sarò rivestito di questa mia pelle, e nella mia carne vedrò il mio Dio» (Gb 19, 25-26). Il Catechismo del Concilio di Trento la cita all'articolo della risurrezione della carne, e su queste parole la Chiesa canta, nell'Ufficio dei defunti, il responsorio Credo quod Redemptor meus vivit.
Beemoth e il Leviathan
Le due bestie dei capitoli 40 e 41 mostrano la potenza del Creatore su creature che nessun uomo può dominare. Gli antichi commentatori hanno spesso riconosciuto in Beemoth l'elefante o l'ippopotamo, nel Leviathan il coccodrillo o qualche mostro marino. In senso spirituale il Leviathan, «il re di tutti i figliuoli della superbia» (Gb 41, 25), figura il demonio, re di tutti i superbi.
Perché si dice “la pazienza di Giobbe”?
L'espressione viene dalla Scrittura stessa. Il libro di Tobia dice che Dio permise la prova di Tobia «affinchè avessero i posteri un esempio di pazienza simile a quello del santo Giobbe» (Tb 2, 12); e san Giacomo, dove la Vulgata ha sufferentiam Iob e il Martini «la sofferenza di Giobbe», propone Giobbe come modello di chi sopporta il male aspettando il Signore (Gc 5, 11). La pazienza di Giobbe non è però rassegnazione muta: nel poema egli si lamenta, discute, chiede ragione a Dio. È pazienza nel senso cristiano, perseveranza nella fede dentro la prova: non bestemmia, non abbandona Dio, e alla fine si rimette a Lui. Proprio per questo «Giobbe non peccò colle sue labbra» (Gb 1, 22).
Versetti celebri di Giobbe
- Gb 1, 21: «Il Signore avea dato, il Signore ha ritolto; è stato quello, che è piaciuto al Signore: il nome del Signore sia benedetto».
- Gb 7, 1: «Milizia ell'è la vita dell'uomo sopra la terra, e i giorni suoi son come quelli di un bracciante», in latino Militia est vita hominis super terram.
- Gb 13, 15: «Quand'anche egli mi desse morte, in lui spererò».
- Gb 14, 1-2: «L'uomo nato di donna, ha corta la vita, e di molte miserie è ricolmo. Egli spunta, ed è reciso qual fiore, e fugge com'ombra».
- Gb 19, 25-27: «io so, che vive il mio Redentore […] Cui vedrò io medesimo, e non un altro».
- Gb 22, 28: «Risolverai una cosa, e sarà ridotta ad effetto, e le tue vie saran luminose». È una promessa di Eliphaz, uno degli amici: va letta tenendo conto che Dio, alla fine, giudica il loro discorso su Giobbe.
- Gb 28, 28: «il timor del Signore egli è la stessa sapienza».
- Gb 36, 15: «Egli trarrà fuori d'angustia il povero, e nella tribolazione lo istruirà», parola di Eliu.
- Gb 38, 11: «Sin qua tu verrai, ma non passerai più innanzi, e qui frangerai gli orgogliosi tuoi flutti».
Per confrontare con una Bibbia moderna come la CEI, ricordate che dal capitolo 39 la Vulgata divide il testo diversamente dall'ebraico: i versetti 31-35 del capitolo 39 del Martini corrispondono all'inizio del capitolo 40 delle Bibbie moderne; Beemoth compare in Gb 40, 10 (40, 15 nella CEI) e il Leviathan in Gb 40, 20 (40, 25 nella CEI). Le nostre pagine seguono la numerazione della Vulgata.
Il libro di Giobbe nel canone e nella liturgia
Giobbe è un libro protocanonico, ricevuto senza contestazione dagli Ebrei e dai cristiani. Nella Vulgata segue Ester e apre i libri sapienziali, prima dei Salmi; il Concilio di Trento, nella sessione IV (8 aprile 1546), lo nomina tra Ester e il Salterio di Davide. San Girolamo lo tradusse dall'ebraico e, nella prefazione, paragona questo libro difficile a un'anguilla, che sguscia tanto più in fretta quanto più la si stringe.
- L'Ufficio dei defunti. Le nove lezioni del Mattutino dei defunti sono tutte tratte da Giobbe, a cominciare da Parce mihi, Domine, nihil enim sunt dies mei, «abbi di me pietà, perocché i giorni miei sono un nulla» (Gb 7, 16); le altre vengono dai capitoli 10, 13, 14, 17 e 19, e il primo responsorio canta Credo quod Redemptor meus vivit. La Chiesa prega così per i defunti, soprattutto il 2 novembre, nella Commemorazione dei defunti; vedete anche le preghiere per i defunti.
- L'Ufficio del tempo. Nel Breviario romano il libro di Giobbe si legge al Mattutino nelle prime due settimane di settembre, prima di Tobia, Giuditta ed Ester.
- Il Messale. L'offertorio della XXI domenica dopo Pentecoste riprende le prime parole del libro: Vir erat in terra Hus, nomine Job, «Era un uomo nella terra di Hus per nome Giobbe».
Come leggere il libro di Giobbe
Leggete prima i capitoli 1 e 2 tutti d'un fiato: tutto il resto dipende dalla scena del cielo, che Giobbe stesso non vede mai. Leggete poi lentamente il dibattito dei capitoli 3-31: gli amici dicono molte cose vere su Dio, ma le applicano falsamente a Giobbe, come mostra il giudizio del capitolo 42. Non cercate in ogni parola di Giobbe una dottrina: spesso è il grido di un uomo ferito, che Dio stesso alla fine corregge. Leggete infine i capitoli 38-42 in un solo movimento, come la risposta data a tutti i lamenti che precedono. Nel lutto, le lezioni dell'Ufficio dei defunti (capitoli 7, 10, 13, 14, 17 e 19) offrono un ingresso breve nel libro; nella malattia, il prologo e il capitolo 19 si pregano accanto alle preghiere per i malati.
Domande Frequenti
Chi era Giobbe?
Giobbe era un uomo giusto della terra di Hus, a oriente del Giordano, vissuto al tempo dei patriarchi: ricchissimo, padre di dieci figli, timorato di Dio. Dio permise a Satana di provarlo nei beni, nei figli e nella salute, ed egli rimase fedele. La Scrittura e i Padri lo considerano un personaggio storico, e il Martirologio Romano lo ricorda il 10 maggio.
Di cosa parla il libro di Giobbe?
Racconta la prova di un giusto che perde tutto, il suo lungo dibattito con tre amici convinti che egli soffra per i propri peccati, i discorsi del giovane Eliu, e la risposta che Dio gli dà di mezzo al turbine. Giobbe fa penitenza, prega per gli amici, e Dio gli rende il doppio. Il libro insegna che la sofferenza non è sempre un castigo e che la sapienza di Dio supera i nostri calcoli.
Chi ha scritto il libro di Giobbe?
L'autore umano è sconosciuto, e la Chiesa non ha definito nulla. Una tradizione giudaica lo attribuisce a Mosè; altri hanno pensato a Giobbe stesso, a Salomone o a un profeta. San Gregorio Magno giudicava superflua la domanda, poiché l'autore del libro è lo Spirito Santo.
Che malattia aveva Giobbe?
Il testo parla di un'«ulcera orribile dalla pianta del piede sino alla punta del capo» (Gb 2, 7), con piaghe che egli raschiava con un coccio e carni consumate fino alle ossa. Non nomina una malattia precisa: molti antichi commentatori pensarono alla lebbra o all'elefantiasi, ma è un'ipotesi.
Come si chiamano gli amici di Giobbe?
I tre amici sono Elifaz di Teman, Baldad di Suach e Sofar di Naama, nel Martini Eliphaz di Theman, Baldad di Sueh e Sophar di Naamath. Un quarto interlocutore, più giovane, è Eliu figlio di Barachel, il Buzita.
Che cosa significa «io so che vive il mio Redentore»?
È la professione di fede di Giobbe al capitolo 19, versetto 25: nel più profondo dell'abbandono afferma che vedrà Dio nella propria carne nell'ultimo giorno. La Chiesa vi legge la speranza nel Redentore e nella risurrezione della carne, e la canta nell'Ufficio dei defunti.
Quanti capitoli ha il libro di Giobbe?
Quarantadue: un prologo in prosa (1-2), un grande poema in forma di dialogo (da 3, 1 a 42, 6) e un epilogo in prosa (42, 7-16). Dal capitolo 39 la numerazione della Vulgata differisce da quella ebraica seguita dalla CEI.
Leggete il libro di Giobbe versetto per versetto, il Martini col latino a fronte, anche nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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