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La Lettera cattolica di san Giacomo
La Lettera di san Giacomo è la prima delle lettere cattoliche: cinque capitoli di sapienza pratica sulla prova, sulla lingua, sui poveri, sulla preghiera e sulla fede che vive delle opere, con la promulgazione del sacramento dell'Estrema Unzione. Qui sotto trovate i capitoli nel testo di mons. Antonio Martini, con la Vulgata latina a fronte; la guida che segue ne spiega l'autore, il riassunto e la lettura cattolica.
Leggere Giacomo: 5 capitoli
La Lettera di san Giacomo, che la Vulgata intitola Epistola catholica beati Jacobi apostoli, apre la serie delle sette lettere cattoliche, poste fra la Lettera agli Ebrei e l'Apocalisse. Si chiamano cattoliche, cioè universali, perché non sono indirizzate a una Chiesa particolare ma all'insieme dei fedeli. In cinque brevi capitoli san Giacomo parla come i saggi dell'Antico Testamento: considerare la prova una gioia, tenere a freno la lingua, onorare il povero, mostrare la fede con le opere e pregare, perché «molto può l'assidua preghiera del giusto» (Gc 5,16). È forse il libro del Nuovo Testamento più vicino al Discorso della montagna.
Chi ha scritto la Lettera di Giacomo?
La lettera si apre con il suo nome: «Giacomo servo di Dio, e del Signor nostro Gesù Cristo, alle dodici tribù disperse, salute» (Gc 1,1). La tradizione della Chiesa vi riconosce san Giacomo il Minore, «fratello del Signore» (Gal 1,19), cioè suo stretto parente, primo vescovo di Gerusalemme. Il Concilio di Trento, nell'insegnamento sull'Estrema Unzione (sessione XIV, 1551), chiama l'autore del capitolo 5 Jacobus apostolus ac Domini frater, “Giacomo apostolo e fratello del Signore”.
Quale Giacomo ha scritto la lettera?
Nel Nuovo Testamento diversi uomini portano questo nome. Non è san Giacomo il Maggiore, figlio di Zebedeo e fratello di san Giovanni: Erode Agrippa «uccise di spada Giacomo fratello di Giovanni» (At 12,2) verso l'anno 44, troppo presto per questa lettera. L'autore è il Giacomo che guida la Chiesa di Gerusalemme: a lui san Pietro, liberato dal carcere, fa portare la notizia, «Fate saper queste cose a Giacomo, ed ai fratelli» (At 12,17); è lui che pronuncia la parola decisiva al concilio di Gerusalemme (At 15,13); è lui che san Paolo nomina fra quelli che «erano riputati le colonne» (Gal 2,9). San Giuda, a sua volta, si presenta come «fratello di Jacopo» (Gd 1).
La maggior parte degli interpreti cattolici identifica questo Giacomo con Giacomo di Alfeo, uno dei Dodici: san Paolo lo conta fra gli Apostoli, e san Girolamo vedeva in lui il figlio di Maria, sorella della Madre del Signore, quindi suo cugino.
Giacomo era il fratello di Gesù?
Il Vangelo nomina, fra i «fratelli» di Gesù, «Giacomo, Giuseppe, Simone, e Giuda» (Mt 13,55), e san Paolo scrive: «Alcun altro non vidi degli Apostoli, ma solo Giacomo fratello del Signore» (Gal 1,19). Ma in ebraico e in aramaico la parola “fratello” indica comunemente un parente: Abramo chiama “fratello” suo nipote Lot. La Chiesa non ha mai letto in questi “fratelli del Signore” dei figli della Vergine, la cui verginità perpetua è dottrina di fede: san Girolamo lo dimostrò contro Elvidio, e tutta la tradizione lo ha seguito.
Giacomo il Giusto e il suo martirio
Egesippo, nel II secolo, citato da Eusebio (Storia ecclesiastica, II, 23), racconta che tutti lo chiamavano “il Giusto”, che era santo fin dal seno di sua madre, e che fu precipitato dal pinnacolo del Tempio e poi finito a colpi di bastone da follatore. Lo storico giudeo Flavio Giuseppe ricorda la sua lapidazione sotto il sommo sacerdote Anano (Antichità giudaiche, XX, 9, 1), verso il 62. Molti critici moderni attribuiscono la lettera a uno scrittore più tardo; san Girolamo sapeva già che alcuni lo dicevano, e la Chiesa l'ha ricevuta come opera dell'Apostolo.
Quando e per chi è stata scritta?
Fu scritta a Gerusalemme, prima del martirio di san Giacomo, verso il 62. Si incontrano due datazioni tradizionali: poco prima della sua morte, verso il 60-62, oppure molto prima, verso il 47-49, avanti il concilio di Gerusalemme di cui non dice nulla; in questo caso sarebbe uno dei più antichi scritti del Nuovo Testamento.
È indirizzata «alle dodici tribù disperse»: i cristiani di origine giudaica della Diaspora, stabiliti fuori della Palestina. Conoscono bene l'Antico Testamento e si riuniscono nella loro «adunanza» (Gc 2,2). Molti sono poveri, oppressi da ricchi che trattengono il salario degli operai e li trascinano in tribunale; il fervore dei primi tempi si è raffreddato, si adulano i ricchi, si disprezzano i poveri, la lingua corre. San Giacomo scrive loro da pastore, per rafforzarli nella prova e accordare la loro condotta alla loro fede.
Di cosa parla la Lettera di Giacomo? Riassunto dei 5 capitoli
Come i Proverbi e l'Ecclesiastico, la lettera non segue un piano rigoroso: passa da un consiglio all'altro e ritorna sui suoi temi. La si può comunque seguire capitolo per capitolo.
La prova, la sapienza e la parola messa in pratica (capitolo 1)
«Abbiate, fratelli miei come argomento di vero gaudio le varie tentazioni, nelle quali urterete: sapendo, come lo sperimento della vostra fede produce la pazienza» (Gc 1,2-3). Chi manca di sapienza la chieda a Dio, «ma chieda con fede senza niente esitare» (Gc 1,6). Dio non tenta nessuno: «ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza» (Gc 1,14), mentre ogni dono perfetto scende dal Padre dei lumi. Di qui la regola: «sia ogni uomo pronto ad ascoltare; lento a parlare, e lento all'ira» (Gc 1,19), e mettere in pratica la parola invece di somigliare all'uomo che si guarda allo specchio e subito dimentica il proprio volto (Gc 1,23-24): «Siate perciò facitori della parola, e non uditori solamente» (Gc 1,22).
I poveri, la legge regia, la fede e le opere (capitolo 2)
Il capitolo 2 condanna l'accettazione di persone: dare il posto d'onore all'uomo con l'anello d'oro e far sedere il povero «sotto la panchetta de' miei piedi» (Gc 2,3). «Non ha egli Dio eletti i poveri in questo mondo, ricchi di fede, ed eredi del regno» (Gc 2,5)? Osservare la «legge regia», «amerai il prossimo tuo, come te stesso» (Gc 2,8), è osservare tutta la legge, perché chi inciampa in un solo punto «è diventato reo di tutto» (Gc 2,10).
Viene allora il grande argomento dei versetti 14-26: una fede che non veste chi è nudo e non nutre chi ha fame «in se medesima è morta» (Gc 2,17). Abramo fu giustificato per le opere quando offrì Isacco sull'altare, come racconta la Genesi al capitolo 22, e Raab quando accolse gli inviati.
La lingua e le due sapienze (capitolo 3)
«Non vogliate esser molti a far da maestri, fratelli miei» (Gc 3,1): chi insegna sarà giudicato più severamente, e chi non inciampa nel parlare «è un uomo perfetto, capace eziandio di regger con freno tutto quanto il corpo» (Gc 3,2). La lingua è il morso del cavallo, il piccolo timone che volge una grande nave, la scintilla che incendia una selva: «Ecco quanto piccol fuoco quanto gran selva incendia!» (Gc 3,5); «Ma la lingua nissun uomo può domarla: male, che non può affrenarsi, piena di mortal veleno» (Gc 3,8). Con essa benediciamo Dio e malediciamo gli uomini fatti a sua immagine. La sapienza terrena genera gelosia e discordia; «la sapienza di lassù primieramente è pura, di poi pacifica, modesta, arrendevole» (Gc 3,17).
L'amicizia del mondo, la superbia e la presunzione (capitolo 4)
Le guerre e le liti vengono dalle concupiscenze «le quali militano nelle vostre membra» (Gc 4,1), e «l'amicizia di questo mondo è nimistà con Dio» (Gc 4,4). «Dio resiste a' superbi, e agli umili da la grazia» (Gc 4,6), come dice il libro dei Proverbi al capitolo 3. Bisogna dunque sottomettersi a Dio, resistere al diavolo, purificarsi, umiliarsi, non sparlare, e non fare progetti senza Dio: «che è la vostra vita? Ell' è un vapore, che per poco compare, e poi svanisce» (Gc 4,15); si dica piuttosto: «se il Signore vorrà».
I ricchi, la pazienza, l'unzione dei malati e la preghiera (capitolo 5)
Il capitolo 5 si apre con un'invettiva da profeta contro i ricchi che hanno frodato i mietitori del loro salario, il cui grido «è penetrato nelle orecchie del Signor degli eserciti» (Gc 5,4). I fedeli devono attendere la venuta del Signore come l'agricoltore aspetta la pioggia, con la pazienza di Giobbe, e non giurare: «sia il vostro parlare: così è, cosi è: non è cosi, non è così» (Gc 5,12), come aveva insegnato il Signore (Mt 5,37).
Viene poi il sacramento degli infermi (Gc 5,14-15), e l'esempio di Elia, che pregò perché non piovesse, «e non piovve per tre anni, e sei mesi» (Gc 5,17; vedete il III libro dei Re (1 Re), al capitolo 17). La lettera si chiude sulla ricompensa di chi riconduce un peccatore: «salverà l'anima di lui dalla morte, e coprirà la moltitudine de' peccati» (Gc 5,20).
Temi e lettura cattolica
“La fede senza le opere è morta” (Giacomo 2,14-26)
«Vedete voi come per le opere è giustificato l'uomo, e non per la fede solamente?» (Gc 2,24). E ancora: «siccome il corpo senza lo spirito è morto, cosi anche la fede senza le opere è morta» (Gc 2,26). San Giacomo non contraddice san Paolo. Quando l'Apostolo delle genti scrive che «l'uomo è giustificato per mezzo della fede senza le opere della legge» (Rm 3,28), parla delle opere della legge mosaica compiute prima della fede, che non possono meritare la grazia; san Giacomo parla delle opere che nascono dalla fede e dalla carità, senza le quali la fede è morta. Paolo stesso esige «la fede operante per la carità» (Gal 5,6). Sant'Agostino lo diceva già: Paolo guarda le opere che precedono la fede, Giacomo quelle che la seguono.
Il versetto 22 mostra come le due cose stiano insieme: «Tu vedi, come la fede cooperava alle opere di lui: e per mezzo delle opere fu consumata la fede». Il Concilio di Trento, nel decreto sulla giustificazione (sessione VI, 1547), cita Gc 2,24 per insegnare che il giusto, con la fede che coopera alle buone opere, cresce nella giustizia ricevuta. Anche «i demonj lo credono, e tremano» (Gc 2,19): la fede che salva non è un semplice assenso, ma la fede viva, animata dalla carità. Qui la Riforma si è separata dalla Chiesa.
L'Estrema Unzione (Giacomo 5,14-16)
«Havvi egli tra voi chi sia ammalato? Chiami i preti della Chiesa, e facciano orazione sopra di lui, ungendolo coll'olio nel nome del Signore: e l'orazione della fede salverà l'infermo, e il Signore lo solleverà: e se trovisi con de' peccati, gli saranno rimessi» (Gc 5,14-15). Il Concilio di Trento insegna che questa sacra unzione degli infermi è stata istituita da Cristo come vero sacramento della nuova Legge, accennata in san Marco, dove gli Apostoli «ungevano con olio molti malati, e li risanavano» (Mc 6,13), e raccomandata e promulgata ai fedeli da san Giacomo (sessione XIV).
Vi si trovano la materia (l'olio benedetto), il ministro (i sacerdoti, non semplici anziani, come il Concilio precisa contro i Riformatori), la forma (la preghiera) e l'effetto (il sollievo dell'infermo e la remissione dei peccati). È uno dei sette sacramenti; per accompagnare un malato vedete anche la preghiera per i malati e la preghiera della buona morte.
La confessione dei peccati
«Confessate adunque l'uno all'altro i vostri peccati, e orate l'un per l'altro, per esser salvati» (Gc 5,16) segue immediatamente la chiamata dei preti: la tradizione cattolica vi legge un'allusione alla confessione fatta a coloro che hanno ricevuto il potere di rimettere i peccati, il sacramento presentato nella nostra pagina sulla confessione.
I poveri e la misericordia
Nessun libro del Nuovo Testamento parla più duramente ai ricchi né più teneramente dei poveri. Visitare gli orfani e le vedove, vestire chi è nudo, nutrire chi ha fame: san Giacomo fa delle opere di misericordia la prova di una fede viva, e avverte che ci sarà «giudizio senza misericordia per colui, che non ha usata misericordia: ma la misericordia trionfa del giudizio» (Gc 2,13).
Versetti celebri della Lettera di Giacomo
- Gc 1,5: «se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente, e nol rimprovera: e saragli conceduta» (Gc 1,5).
- Gc 1,12: «Beato l'uomo, che tollera tentazione: perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita» (Gc 1,12).
- Gc 1,17: «Ogni buon dato, e ogni perfetto dono viene di sopra, scendendo da quel Padre de' lumi» (Gc 1,17).
- Gc 1,27: «Religione pura, e immacolata nel cospetto di Dio, e del Padre, è questa: di visitare i pupilli, e le vedove nella loro tribolazione, e di conservarsi puro da questo secolo» (Gc 1,27).
- Gc 3,6: «la lingua è un fuoco, un mondo di iniquità» (Gc 3,6).
- Gc 4,7-8: «resistete al diavolo, ed ei fuggirà da voi. Accostatevi a Dio, e a voi si accosterà» (Gc 4,7).
- Gc 5,13: «Havvi tra di voi chi sia in tristezza? Faccia orazione: è tranquillo? Salmeggi» (Gc 5,13).
La Lettera di Giacomo nel canone e nella liturgia
Scritta per cristiani di origine giudaica, la lettera fu citata tardi in Occidente, ed è fra i libri del Nuovo Testamento che alcune Chiese discussero all'inizio, quelli detti deuterocanonici del Nuovo Testamento. Eusebio nota che è contestata da alcuni, ma letta pubblicamente nella maggior parte delle Chiese. Origene, sant'Atanasio, san Girolamo e sant'Agostino la ricevono come Scrittura; la nominano i concili di Roma (382), di Ippona (393) e di Cartagine (397), poi quello di Firenze; e il Concilio di Trento, nella sessione IV (1546), la definisce canonica.
Perché Lutero la chiamò “lettera di paglia”?
Nella prefazione al suo Nuovo Testamento del 1522 Lutero la chiamò “una vera lettera di paglia” a confronto con gli scritti di san Paolo e di san Giovanni, perché insegna che l'uomo è giustificato per le opere e non per la fede soltanto, e la relegò alla fine del volume. Non la tolse dalla Bibbia, e le Bibbie protestanti la contengono; la Chiesa, con tutta la tradizione, la ritiene pienamente canonica.
Nel Messale e nel Breviario del 1962
- Il tempo pasquale. L'epistola della IV domenica dopo Pasqua è Gc 1,17-21, e quella della V domenica Gc 1,22-27: «Siate perciò facitori della parola».
- Le Rogazioni. Nella Messa delle Litanie maggiori (25 aprile) e minori (i tre giorni prima dell'Ascensione) si legge Gc 5,16-20, sulla potenza della preghiera di Elia.
- Il Giovedì santo. Nella Messa crismale, in cui il vescovo benedice l'olio degli infermi, la lezione è Gc 5,13-16; lo stesso brano è l'epistola della Messa votiva per gli infermi.
- I martiri. La Messa Statuit del comune di un martire pontefice legge Gc 1,12-18, «Beato l'uomo, che tollera tentazione»; un'altra Messa del comune di un martire legge Gc 1,2-12.
- Il Breviario. La lettura continua delle lettere cattoliche al Mattutino comincia con questa lettera la IV domenica dopo Pasqua: Incipit Epistola catholica beati Jacobi Apostoli.
- La festa. San Giacomo il Minore è festeggiato con san Filippo l'11 maggio, secondo il calendario del 1962: seguite questi giorni nel calendario liturgico.
Come leggere la Lettera di Giacomo
Leggetela prima tutta d'un fiato: basta un quarto d'ora. Riprendetela poi un capitolo al giorno per una settimana, fermandovi su ogni comando, perché san Giacomo scrive sentenze fatte per essere praticate più ancora che capite; il capitolo 3, sulla lingua, è un esame di coscienza già pronto. Leggete il capitolo 2 accanto a Romani 4, per vedere come i due Apostoli leggono la storia di Abramo, e il capitolo 5 accanto a Marco 6. Proseguite con la Prima Lettera di san Pietro, che la segue nella Bibbia e ne riprende diversi accenti.
Domande Frequenti
A chi è attribuita la Lettera di Giacomo?
La tradizione della Chiesa l'attribuisce a san Giacomo il Minore, “fratello del Signore”, cioè suo parente, primo vescovo di Gerusalemme, che la maggior parte degli interpreti cattolici identifica con Giacomo di Alfeo, uno dei Dodici. Non è san Giacomo il Maggiore, fratello di san Giovanni, ucciso verso il 44. Il Concilio di Trento chiama l'autore “Giacomo apostolo e fratello del Signore”.
Giacomo era fratello di Gesù?
La Scrittura lo chiama “fratello del Signore” (Gal 1,19), secondo l'uso ebraico che dà questo nome ai parenti stretti. San Girolamo lo riteneva figlio di Maria, sorella della Madre del Signore, quindi suo cugino. La Chiesa insegna la verginità perpetua di Maria: i “fratelli” di Gesù non sono suoi figli.
Che cosa vuol dire “la fede senza le opere è morta”?
San Giacomo insegna che una fede che non produce opere di carità non salva: è come un corpo senza spirito (Gc 2,26). Non si oppone a san Paolo, che esclude le opere della legge compiute prima della fede, ma mostra che la vera fede opera per mezzo della carità. Il Concilio di Trento cita Gc 2,24 nel decreto sulla giustificazione.
Che cosa dice Giacomo 5,14-16 sull'unzione dei malati?
San Giacomo ordina al malato di chiamare «i preti della Chiesa», che preghino su di lui ungendolo con l'olio nel nome del Signore; la preghiera della fede lo solleverà, e i suoi peccati gli saranno rimessi. Il Concilio di Trento vi vede la promulgazione del sacramento dell'Estrema Unzione, istituito da Cristo.
Qual è il messaggio principale della Lettera di Giacomo?
Che la fede dev'essere vissuta. Una fede vera sopporta la prova con pazienza, chiede a Dio la sapienza, tiene a freno la lingua, onora il povero, fugge l'amicizia del mondo e si mostra con le opere. La lettera è un piccolo trattato di vita cristiana, molto vicino al Discorso della montagna.
Quanti capitoli ha la Lettera di Giacomo?
Cinque capitoli e 108 versetti, nella Vulgata come nelle Bibbie moderne. Si leggono uno per uno qui sopra, e anche sul telefono.
Leggete la Lettera di Giacomo versetto per versetto, il Martini con il latino a fronte, anche nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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