La Sacra Bibbia · Martini · Biblia Sacra Vulgata
La Lettera di san Paolo agli Ebrei
La Lettera agli Ebrei è il grande trattato del Nuovo Testamento sul sacerdozio e sul sacrificio di Cristo: il Figlio, superiore agli Angeli e a Mosè, sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech, che ha offerto sé stesso una volta per sempre. Qui sotto trovate i tredici capitoli nel testo di mons. Antonio Martini, con la Vulgata latina a fronte; la guida che segue ne spiega l'autore, il riassunto e la dottrina, fino al sacrificio della Messa.
Leggere Ebrei: 13 capitoli
La Lettera agli Ebrei, Epistola ad Hebraeos nella Vulgata, è l'ultima delle quattordici lettere di san Paolo, posta dopo il biglietto a Filemone e prima della Lettera di san Giacomo. Comincia senza saluto, come una predica, e il suo autore la chiama «la parola di esortazione» (Eb 13,22). Il suo argomento è Gesù Cristo: il Figlio per mezzo del quale Dio ha parlato l'ultima volta, il sommo sacerdote che ha offerto sé stesso una volta per sempre. Nessun altro libro del Nuovo Testamento spiega così a fondo perché i sacrifici dell'antica Legge sono finiti, e perché la Chiesa possiede un sacerdozio, un altare e un sacrificio.
Non va confusa con la “Bibbia ebraica”, cioè l'Antico Testamento come lo conservano gli Ebrei. È una lettera del Nuovo Testamento, indirizzata a cristiani di origine giudaica; ma pochi libri della Nuova Alleanza sono così intessuti dell'Antica. Cita i salmi quasi a ogni pagina, e quasi sempre secondo la versione greca dei Settanta.
Chi ha scritto la Lettera agli Ebrei?
La Chiesa l'ha ricevuta come opera di san Paolo. Il Concilio di Trento (sessione IV, 1546) enumera le quatuordecim epistolae Pauli apostoli, le quattordici lettere dell'apostolo Paolo, l'ultima delle quali è quella agli Ebrei.
Gli indizi interni vanno nella stessa direzione. L'autore è un compagno di Timoteo: «Sappiate, che il nostro fratello Timoteo è stato liberato» (Eb 13,23); scrive dall'Italia, dove Paolo era stato prigioniero: «Vi salutano i fratelli dell'Italia» (Eb 13,24). La sua dottrina è quella di Paolo: la Legge come ombra dei beni futuri, e il versetto di Abacuc, «il mio giusto vive di fede» (Eb 10,38), che l'Apostolo cita anche ai Romani.
La testimonianza dei Padri è netta in Oriente, più lenta in Occidente. San Clemente Romano se ne serve già verso il 96. Clemente Alessandrino, secondo Eusebio, pensava che Paolo l'avesse scritta in ebraico per gli Ebrei e che san Luca l'avesse tradotta in greco, donde la somiglianza del suo stile con quello degli Atti; Paolo non vi avrebbe messo il suo nome per riguardo a lettori prevenuti contro di lui. Origene riteneva che i pensieri fossero dell'Apostolo e la redazione di un altro, aggiungendo che solo Dio sa chi l'ha messa per iscritto. In Occidente Tertulliano l'attribuiva a Barnaba, e diversi autori latini esitarono fino alla fine del IV secolo; san Girolamo e sant'Agostino la ricevettero come canonica, e la loro autorità ne fissò il posto.
La Pontificia Commissione Biblica ha precisato la posizione cattolica il 24 giugno 1914: i dubbi antichi dell'Occidente non permettono di esitare a contare la lettera fra quelle autentiche di san Paolo; l'assenza del nome e la qualità del greco non indeboliscono questa attribuzione, confermata dall'accordo della dottrina; ma non è necessario ritenere che Paolo le abbia dato da sé la forma in cui la leggiamo. Molti critici moderni ritengono invece l'autore sconosciuto.
A chi è indirizzata la Lettera agli Ebrei?
A cristiani nati nel giudaismo, molto probabilmente quelli di Gerusalemme e della Palestina. Conoscevano il Tempio, il sacerdozio di Aronne e il giorno dell'Espiazione. Avevano sofferto per la fede: «sosteneste conflitto grande di patimenti», «con gaudio accettaste la rapina de' vostri beni» (Eb 10,32-34). Ora si stancavano; alcuni disertavano le adunanze, e la tentazione di tornare al culto del Tempio, più visibile e più glorioso, era forte.
Quando è stata scritta?
Prima della rovina di Gerusalemme e del Tempio nel 70: la lettera parla dei sacrifici levitici come di un culto ancora celebrato, perché vi rimangono «quegli, i quali offerissero doni secondo la legge» (Eb 8,4). La si colloca di solito verso il 63-64, in Italia, dopo la liberazione di Paolo e di Timoteo. L'antica Alleanza non era che un'ombra, e lasciare Cristo per l'ombra significa perdere tutto.
Di cosa parla la Lettera agli Ebrei? Riassunto
Le prime parole danno il tema: «Iddio, che molte volte, ed in molte guise parlò un tempo a' padri per i profeti: ultimamente, in questi giorni ha parlato a noi pel Figliuolo» (Eb 1,1-2). Il Figlio è più grande degli Angeli, di Mosè e dei sacerdoti di Aronne; la lettera alterna dottrina ed esortazione.
Il Figlio superiore agli Angeli (capitoli 1-2)
Il Figlio è «lo splendor della gloria, e figura della sostanza di lui» (Eb 1,3), e il Padre gli dice ciò che non ha mai detto a un angelo: «mio figliuolo se' tu, oggi io ti ho generato», parola del salmo 2. Gli Angeli sono «tutti spiriti amministratori, che sono mandati al ministero in grazia di coloro, i quali acquisteranno l'eredità della salute» (Eb 1,14), versetto che la Chiesa applica agli angeli custodi.
Eppure il Figlio «per alcun poco fu fatto inferiore agli Angeli» (Eb 2,9), secondo il salmo 8. Ha preso la carne e il sangue «affin di distruggere, morendo, colui, che avea della morte l'impero, cioè il diavolo» (Eb 2,14), ed è stato fatto simile ai fratelli «affinchè pontefice divenisse misericordioso, e fedele presso Dio» (Eb 2,17).
Più grande di Mosè; il riposo di Dio (capitoli 3-4)
Mosè fu fedele come servitore nella casa di Dio; Cristo è il Figlio, posto sopra la casa, «la qual casa siam noi» (Eb 3,6). L'autore commenta allora il salmo 94 (95 nelle Bibbie moderne), il Venite exsultemus con cui la Chiesa apre il Mattutino, come invitatorio: «oggi se udirete la voce di lui, non vogliate indurare i vostri cuori» (Eb 3,7-8). La generazione ribelle del deserto non entrò nel riposo; Giosuè, che il Martini chiama «Gesù», non diede loro la vera requie (Eb 4,8). «Rimanvi pertanto un sabatismo pel popolo di Dio» (Eb 4,9), e bisogna affrettarsi a entrarvi, sotto lo sguardo della parola di Dio che giudica i cuori.
Sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedech (capitoli 4,14-7)
«Avendo adunque un pontefice grande, il quale penetrò ne' cieli, Gesù, Figliuolo di Dio, ritenghiamo la nostra confessione» (Eb 4,14). Questo pontefice è stato «similmente tentato in tutto, tolto il peccato» (Eb 4,15). Ogni pontefice è preso fra gli uomini perché «offerisca doni, e sagrificj pei peccati» (Eb 5,1), e nessuno si attribuisce questo onore, «ma chi è chiamato da Dio, come Aronne» (Eb 5,4). Cristo l'ha ricevuto dal Padre, che gli ha detto: «tu se' sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech» (Eb 5,6). Nella sua passione, con forti grida e lacrime, «fu esaudito per la sua riverenza» e «Imparò da quello, che pati, l'ubbidienza» (Eb 5,7-8).
Dopo un severo avvertimento contro la tiepidezza e l'apostasia (capitolo 6) e il ricordo della promessa fatta ad Abramo, la speranza che teniamo «come ancora sicura, e stabile dell'anima» (Eb 6,19), l'autore sviluppa il salmo 109 (110 nelle Bibbie moderne), il Dixit Dominus che il Breviario canta ai Vespri della domenica. Melchisedech, re di Salem e sacerdote del Dio altissimo, andò incontro ad Abramo, lo benedisse e ricevette da lui la decima, come racconta la Genesi al capitolo 14.
La Scrittura non gli dà padre, né madre, né genealogia, né principio, né fine; così egli «è rassomigliato al Figliuolo di Dio, rimane sacerdote in eterno» (Eb 7,3). Cambiato il sacerdozio, cambia anche la legge (Eb 7,12). Cristo, costituito con giuramento, «ha un sacerdozio, che non passa» (Eb 7,24), «vivendo sempre, affin di supplicare per noi» (Eb 7,25). Non ha bisogno di offrire vittime ogni giorno: «ciò fece egli una volta, offerendo se stesso» (Eb 7,27).
La nuova alleanza, il santuario e il sacrificio (capitoli 8-10,18)
«La somma delle cose dette (si è): Abbiamo tal pontefice, che siede alla destra del trono della grandezza ne' cieli» (Eb 8,1), ministro del vero tabernacolo. Il tabernacolo di Mosè non era che modello e ombra delle cose celesti, costruito «giusta il modello, che ti è stato fatto vedere sul monte» (Eb 8,5). Dio stesso aveva annunziato per bocca di Geremia una nuova alleanza (Eb 8,8-12), secondo l'oracolo di Geremia 31; e «col dire nuova, antiquò la prima» (Eb 8,13).
Nel capitolo 9 l'autore descrive il tabernacolo e il giorno dell'Espiazione prescritto dal Levitico al capitolo 16: una volta l'anno il solo pontefice entrava nel Santo dei santi, «non senza il sangue» (Eb 9,7). «Ma Cristo venendo pontefice de' beni futuri […] per mezzo del proprio sangue entrò una volta nel sancta, ritrovata avendo una redenzione eterna» (Eb 9,11-12). Il suo sangue, offerto «per Ispirito santo», «monderà la nostra coscienza dalle opere di morte» (Eb 9,14). Come Mosè aveva suggellato l'antica alleanza con il sangue delle vittime, dicendo: «questo (è) il sangue del testamento» (Eb 9,20), Cristo è il mediatore di un testamento nuovo, ratificato dalla sua morte.
Il capitolo 10 ne trae la conclusione: è impossibile «che col sangue de' tori, e de' capri tolgansi i peccati» (Eb 10,4). Entrando nel mondo, Cristo dice con il salmo 39 (40 nelle Bibbie moderne): «non hai voluto ostia, né oblazione: ma a me hai formato un corpo» (Eb 10,5). La lettera segue qui il greco dei Settanta; il salterio della Vulgata porta «a me tu formasti le orecchie» (Sal 39,7). E la conclusione arriva: «con una sola obblazione rendette perfetti in perpetuo que', che sono santificati» (Eb 10,14).
Perseverare nella fede (capitoli 10,19-12)
«Accostiamoci con cuor sincero, con pienezza di fede» (Eb 10,22), senza abbandonare le adunanze, e temiamo il giudizio che attende l'apostata: «Orrenda cosa ella è il cadere nelle mani di Dio vivo» (Eb 10,31).
Viene allora la grande galleria della fede del capitolo 11: Abele, che «parla tuttora dopo la morte» (Eb 11,4); Enoch, Noè, Abramo che «parti, senza saper dove andasse» (Eb 11,8) e poi offrì Isacco pensando «che potente è Dio anche per risuscitare uno da morte» (Eb 11,19); Mosè, che giudicò «maggior tesoro […] l'obbrobrio di Cristo, che le ricchezze dell'Egitto» (Eb 11,26); i giudici, i re e i profeti. Quelli che «furono stirati, non accettando la liberazione, per ottenere una risurrezione migliore» (Eb 11,35) sono, secondo i commentatori cattolici, i martiri del II libro dei Maccabei, al capitolo 7, la madre e i sette figli.
Circondati da «sì gran nugolo di testimoni», corriamo «mirando all'autore, e consumatore della fede Gesù, il quale propostosi il gaudio sostenne la croce» (Eb 12,1-2). Le prove sono la correzione di un Padre: «il Signore corregge quei che ama» (Eb 12,6). Non ci siamo accostati al Sinai terribile, ma «al monte di Sion, e alla citta di Dio vivo, alla Gerusalemme celeste» (Eb 12,22), a Gesù e «all'aspersione di quel sangue, che parla meglio, che Abele» (Eb 12,24).
La vita della Chiesa (capitolo 13)
L'ultimo capitolo raccoglie le consegne della vita cristiana: carità fraterna, ospitalità, cura dei carcerati, onore del matrimonio, distacco dal denaro, obbedienza ai pastori (Eb 13,17), sacrificio di lode. Si chiude con la benedizione del «Dio della pace, il quale ritornò da morte pel sangue del testamento eterno colui, che è il gran pastore delle pecorelle» (Eb 13,20).
Il sacerdozio di Cristo e il sacrificio della Messa
La Lettera agli Ebrei è il fondamento scritturistico della dottrina cattolica sul sacerdozio. Cristo è sacerdote perché è insieme Dio e uomo, chiamato dal Padre, e perché offre una vittima: sé stesso. Il suo sacrificio è unico: è stato offerto «una volta» (Eb 7,27) e ha un valore infinito, al quale nulla può essere aggiunto e che non deve essere ricominciato.
Come può allora la Chiesa offrire ogni giorno il santo sacrificio? Risponde il Concilio di Trento nella dottrina sul sacrificio della Messa (sessione XXII, 1562), costruita in gran parte su questa lettera. Cristo, che stava per offrirsi una volta sola sulla Croce, volle lasciare alla sua Chiesa un sacrificio visibile. Nell'ultima Cena, dichiarandosi sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech, offrì a Dio il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, e comandò agli Apostoli e ai loro successori di offrirli. La Messa non ripete il Calvario e non vi aggiunge nulla: lo rende presente e ne applica i frutti; la vittima è una sola e la stessa, Cristo che si offre per il ministero dei sacerdoti, ed è diverso soltanto il modo di offrire (una enim eademque est hostia).
Melchisedech ne è la figura. «Messo fuora del pane e del vino: perocché egli era sacerdote di Dio Altissimo» (Gn 14,18), e Cristo è sacerdote secondo il suo ordine, non secondo quello di Aronne. Il Canone romano, al Supra quae, nomina insieme le tre figure che la lettera mette in luce: munera pueri tui justi Abel, et sacrificium Patriarchae nostri Abrahae, et quod tibi obtulit summus sacerdos tuus Melchisedech. Il Canone è spiegato nella nostra pagina sulla Messa tridentina.
«Abbiamo un altare, a cui non hanno gius di partecipare coloro, che servono al tabernacolo» (Eb 13,10). I Padri e san Tommaso d'Aquino lo intendono della Croce e di Cristo stesso, che riceviamo nel Sacramento; chi resta legato agli antichi sacrifici non vi ha parte. Infine il sacerdozio di Cristo non passa a nessun successore: i sacerdoti della Nuova Alleanza sono suoi ministri, ed è lui che offre e assolve per mezzo loro.
Temi e lettura cattolica
La fede (Ebrei 11)
«Or ella è la fede il fondamento delle cose da sperarsi, dimostrazione delle cose, che non si veggono» (Eb 11,1). La Vulgata dice sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium. Il Concilio di Trento (sessione VI, capitolo 8) chiama la fede il principio della salvezza e cita il versetto 11,6: «senza la fede è impossibile di piacere a Dio» (Eb 11,6). La fede di Ebrei 11 obbedisce, offre, soffre e attende: non è una semplice fiducia, ma l'adesione di tutta la vita alla parola di Dio.
La parola di Dio e il giudizio (Ebrei 4,12-13; 9,27)
«Imperocché viva è la parola di Dio, ed attiva, e più affilata di qualunque spada a due tagli» (Eb 4,12), e «le cose tutte nude sono, e svelate agli occhi di colui, del quale parliamo» (Eb 4,13). La parola che giudica è la stessa che salva, e l'“oggi” del salmo 94 dura finché si vive, perché «è stabilito, che gli uomini muoiano una volta, e dopo di ciò il giudicio» (Eb 9,27): un testo classico sul giudizio particolare, che esclude ogni idea di reincarnazione.
“Per la sua pietà fu esaudito” (Ebrei 5,7)
Molti cercano questo versetto nella forma delle traduzioni moderne. Il Martini, con la Vulgata exauditus est pro sua reverentia, dice: «fu esaudito per la sua riverenza». È la preghiera del Getsemani: il Figlio chiese di essere salvato dalla morte e fu esaudito, non perché non morì, ma perché il Padre lo risuscitò e lo glorificò, a motivo della sua obbedienza filiale.
I passi difficili dei capitoli 6 e 10
I novaziani se ne servivano per negare che la Chiesa potesse rimettere i peccati commessi dopo il battesimo. I Padri hanno risposto che la lettera parla del battesimo, che non si ripete, e dell'apostasia ostinata di chi rifiuta il Cristo conosciuto e si chiude così al perdono finché persiste. Ma i peccati commessi dopo il battesimo sono rimessi, in virtù dell'unica oblazione di Cristo, nel sacramento della penitenza.
Il sangue della nuova alleanza
«Remissione non è senza spargimento di sangue» (Eb 9,22). Il sangue di Cristo, che «parla meglio, che Abele», è onorato dalla festa del Preziosissimo Sangue, il 1° luglio, la cui epistola è presa da questa lettera; ne parla la nostra pagina sul Preziosissimo Sangue.
Versetti celebri della Lettera agli Ebrei
- Eb 4,16: «Accostiamoci adunque con fiducia al trono di grazia: affin di ottenere misericordia» (Eb 4,16).
- Eb 7,26: «tale conveniva, che noi avessimo pontefice, santo, innocente, immacolato, segregato da' peccatori, e sublimato sopra de' cieli» (Eb 7,26).
- Eb 10,25: «Non abbandonando le nostre adunanze, come vogliono far taluni» (Eb 10,25), versetto spesso citato per il dovere della Messa domenicale.
- Eb 12,14: «Cercate la pace con tutti, e la santità, senza di cui nissuno vedrà Dio» (Eb 12,14).
- Eb 13,8: «Gesù Cristo ieri, e oggi: egli (è) anche ne' secoli» (Eb 13,8).
La Lettera agli Ebrei nel canone e nella liturgia
La lettera figura nel Nuovo Testamento di tutte le Bibbie, cattoliche e protestanti, con gli stessi tredici capitoli. San Girolamo la pone alla fine delle lettere di Paolo. I concili africani di Ippona (393) e di Cartagine (397) contavano Pauli apostoli epistolae tredecim, eiusdem ad Hebraeos una, tredici lettere di Paolo e una dello stesso agli Ebrei, traccia dell'esitazione latina; gli elenchi di Roma e, più tardi, quelli dei concili di Firenze e di Trento ne contano semplicemente quattordici. Lutero la mise da parte insieme ad alcuni altri libri, ma le Bibbie protestanti l'hanno sempre conservata.
Nel Messale del 1962:
- Eb 1,1-12 è l'epistola della terza Messa di Natale, quella del giorno;
- Eb 9,11-15 si legge nella domenica di Passione e nella festa del Preziosissimo Sangue, il 1° luglio;
- Eb 9,2-12 è l'epistola del sabato delle Quattro Tempora di settembre;
- Eb 10,32-38 è l'epistola del comune di più martiri, nella Messa Salus autem;
- Eb 11,33-39, su quelli che «per la fede debellarono i regni», si legge nella festa dei santi Fabiano e Sebastiano (20 gennaio), dei santi Quaranta Martiri (10 marzo, che cadendo in Quaresima nel 1962 sono di regola soltanto commemorati) e nella memoria dei santi Maccabei (1° agosto);
- Eb 13,7-17 è l'epistola di san Nicola, il 6 dicembre: si veda la pagina su san Nicola di Bari;
- Eb 5,1-6, sul pontefice «preso di tra gli uomini», si legge nella festa di san Giosafat, il 14 novembre.
Nel Breviario la lettura continua della lettera comincia al Mattutino della VI domenica dopo l'Epifania, alla fine del ciclo delle lettere di san Paolo, nelle annate in cui il calendario comporta quella settimana. I salmi che la lettera commenta vi hanno un posto d'onore: il salmo 94 è l'invitatorio del Mattutino, e il salmo 109 è il primo dei Vespri della domenica. Ritrovate questi uffici nel Breviario e le feste nel calendario liturgico.
Come leggere la Lettera agli Ebrei
Leggetela prima tutta d'un fiato: è un solo ragionamento, interrotto da esortazioni. Tenete accanto i testi che spiega: Genesi 14, Esodo 24, Levitico 16, Geremia 31 e i salmi 2, 109 e 39. Tornate poi ai capitoli 7-10, il cuore della lettera, con la Vulgata a fronte, perché le parole sacerdos, hostia, oblatio e testamentum portano la dottrina che Trento ha definito. Leggete lentamente il capitolo 11, una figura dopo l'altra, e terminate con il capitolo 13 come con una regola di vita. Se assistete alla Messa tradizionale, riconoscerete nell'offertorio e nel Canone il linguaggio stesso della lettera.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la Lettera agli Ebrei?
La Chiesa l'ha ricevuta come opera di san Paolo, e il Concilio di Trento la conta fra le sue quattordici lettere. La Pontificia Commissione Biblica (1914) ha insegnato che va posta fra le sue lettere autentiche, pur ammettendo che la sua forma greca definitiva possa venire da un discepolo. Clemente Alessandrino pensava a san Luca come traduttore; Origene diceva che solo Dio sa chi l'ha redatta.
Quando è stata scritta la Lettera agli Ebrei?
Prima della distruzione del Tempio nel 70, perché parla dei suoi sacrifici come di un culto ancora offerto. La si data di solito al 63-64; fu scritta dall'Italia, poco dopo la liberazione di Timoteo (Eb 13,23).
Qual è il messaggio principale della Lettera agli Ebrei?
Gesù Cristo, Figlio eterno, è la parola definitiva di Dio e l'unico sommo sacerdote della nuova Alleanza, «sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech». Il suo unico sacrificio ha compiuto ciò che la Legge poteva solo prefigurare. Bisogna dunque restare saldi nella fede e non tornare alle ombre.
Chi è Melchisedech nella Lettera agli Ebrei?
Il re di Salem e sacerdote del Dio altissimo che offrì pane e vino e benedisse Abramo (Gn 14,18-20). La Scrittura non dice nulla della sua nascita né della sua morte, e la lettera vi vede un'immagine del sacerdozio eterno di Cristo. I Padri hanno visto nella sua offerta di pane e di vino la figura dell'Eucaristia.
Di cosa parla Ebrei 11?
È il capitolo della fede. Si apre con la sua definizione, «il fondamento delle cose da sperarsi», poi mostra la fede all'opera da Abele e Abramo a Mosè, ai profeti e ai martiri. Insegna che «senza la fede è impossibile di piacere a Dio».
Quanti capitoli ha la Lettera agli Ebrei?
Tredici capitoli e trecentotré versetti, nella Vulgata, nel Martini e nelle Bibbie moderne. Per lunghezza viene dopo la Lettera ai Romani e la prima ai Corinzi.
Leggete la Lettera agli Ebrei versetto per versetto, il Martini con il latino a fronte, anche nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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