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La Lettera di san Paolo ai Filippesi
La Lettera ai Filippesi è la lettera della gioia, scritta da san Paolo in catene alla prima Chiesa da lui fondata in Europa: contiene l'inno a Cristo che «annichilò se stesso», l'invito a stare allegri nel Signore della domenica Gaudete e il grido «Tutte le cose mi sono possibili». Qui sotto trovate i 4 capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue ne spiega l'autore, la data, il contenuto e i passi più celebri.
Leggere Filippesi: 4 capitoli
San Paolo è in prigione, non sa se sarà condannato a morte, alcuni predicatori rivali approfittano della sua assenza per nuocergli; e scrive la lettera più lieta del Nuovo Testamento. Le parole «gaudio» e «godere» vi ritornano di continuo, fino a questo comando: «State allegri sempre nel Signore: lo dico per la seconda volta, state allegri» (Fil 4,4). È una lettera d'amicizia, indirizzata a una Chiesa che non ha mai smesso di sostenere l'Apostolo: «testimone è a me Dio, in qual modo io ami tutti voi nelle viscere di Gesù Cristo» (Fil 1,8). E in mezzo a queste confidenze si trova una delle vette della fede della Chiesa su Cristo: l'inno al Figlio che, essendo Dio, si fece ubbidiente fino alla morte di croce.
Chi ha scritto la Lettera ai Filippesi?
«Paolo, e Timoteo servi di Gesù Cristo a tutti i santi in Cristo Gesù, che sono a Filippi, insieme co' vescovi, e diaconi» (Fil 1,1). Timoteo, che aveva partecipato alla fondazione della Chiesa, è associato al saluto, ma l'autore è Paolo, che parla in prima persona della sua prigionia, dei suoi progetti e del suo passato di fariseo. La testimonianza più antica viene da Filippi stessa: all'inizio del II secolo san Policarpo, vescovo di Smirne, scrive a quella Chiesa e le ricorda che il beato Paolo, quando era lontano, le scrisse delle lettere. Sant'Ireneo, Clemente Alessandrino e Tertulliano la citano sotto il nome dell'Apostolo, e l'autenticità è ammessa quasi da tutti anche oggi.
Si confonde talvolta questa lettera con la Lettera ai Filippesi di san Policarpo: sono due scritti distinti, rivolti alla stessa Chiesa a mezzo secolo di distanza. Il Breviario stesso, nella lezione di san Policarpo, ricorda che egli scrisse ai Filippesi una lettera assai utile; ma solo quella di san Paolo fa parte della Scrittura.
Quando e dove è stata scritta?
Paolo è in catene: «le catene mie per Cristo sono diventate note a tutto il pretorio» (Fil 1,13), cioè alla guardia imperiale, e trasmette i saluti dei fratelli, «principalmente quegli, che sono della casa di Cesare» (Fil 4,22). La tradizione vi riconosce la prigionia di Roma, verso il 61-63, con cui si chiudono gli Atti. Paolo spera di essere presto liberato e di tornare a Filippi (Fil 1,25), il che fa pensare alla fine di quella prigionia. Diversi esegeti moderni propongono una prigionia a Efeso, verso il 55, che gli Atti non raccontano, o a Cesarea; sono ipotesi con i loro argomenti, ma la tradizione resta a Roma. È una delle lettere della prigionia, con quelle agli Efesini, ai Colossesi e a Filemone.
Filippi e la sua Chiesa
Filippi, in Macedonia, doveva il nome a Filippo II, padre di Alessandro Magno. Nei pressi, nel 42 avanti Cristo, Antonio e Ottaviano avevano sconfitto gli uccisori di Cesare, e la città era diventata colonia romana; san Luca la descrive come «Filippi, colonia, che è la prima città di quella parte di Macedonia» (At 16,12). Gli abitanti andavano fieri della cittadinanza romana, e questo dà tutto il suo rilievo alla parola di Paolo sulla nostra vera cittadinanza, che è nei cieli.
Paolo vi era giunto nel secondo viaggio, verso il 50, chiamato in visione da un Macedone che gli diceva: «passa nella Macedonia, e ajutaci» (At 16,9). Fu la prima Chiesa d'Europa. Lidia, commerciante di porpora, fu battezzata con la sua casa; Paolo e Sila furono battuti con le verghe e gettati in carcere, e «su la mezza notte Paolo, e Sila oravano, cantando laudi a Dio» (At 16,25); dopo il terremoto il carceriere si convertì. I Filippesi furono poi gli unici a sostenere materialmente l'Apostolo: «nissuna chiesa ebbe comunicazione con me in ragione di dare, e di avere, eccettuati voi soli» (Fil 4,15), «Imperocché anche a Tessalonica mi mandaste una, e due volte il bisognevole» (Fil 4,16).
Perché san Paolo scrisse ai Filippesi?
Saputo della sua prigionia, i Filippesi gli avevano mandato un aiuto per mezzo di uno dei loro, Epafrodito, «vostro Apostolo, ed il quale ha sovvenuto alle mie necessità» (Fil 2,25). Costui si era ammalato gravemente: «veramente è stato malato fino a morte: ma Dio ha avuto compassione di lui» (Fil 2,27). Guarito, torna a Filippi, e Paolo gli affida la lettera. Vuole ringraziare del dono, dare sue notizie, annunciare l'invio di Timoteo, esortare all'unità e all'umiltà una comunità in cui due donne non andavano d'accordo («Prego Evodia, e prego Sintiche, che abbiano gli stessi sentimenti nel Signore», Fil 4,2), e mettere in guardia contro i giudaizzanti.
Di cosa parla la Lettera ai Filippesi? Riassunto
Saluto, preghiera e notizie dalla prigione (capitolo 1)
Paolo rende grazie per la parte che i Filippesi hanno avuto nel Vangelo «dal primo dì fino ad ora» (Fil 1,5), con la certezza «che colui, il quale ha principiato in voi la buona opera, la perfezionerà fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6). Prega che «la carità vostra abbondi ancora più, e più in cognizione, e in ogni discernimento» (Fil 1,9). La sua prigionia ha giovato al Vangelo, e neppure quelli che predicano Cristo per rivalità lo rattristano: «Purché in ogni modo, o per pretesto, o con lealtà Cristo sia predicato; di questo io pur godo» (Fil 1,18).
Davanti alla morte possibile esita: «Imperocché il mio vivere è Cristo, ed il morire un guadagno» (Fil 1,21); desidera «di essere disciolto, e di esser con Cristo, che è meglio d'assai» (Fil 1,23), ma restare è necessario per loro. Li esorta a essere «costanti in un solo spirito, in una sola anima, cooperando per la fede del vangelo» (Fil 1,27), perché «a voi è stato dato il dono non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui» (Fil 1,29).
L'umiltà di Cristo (capitolo 2)
Il capitolo 2 si apre con un appello all'unità: «Rendete compiuto il mio gaudio con essere concordi» (Fil 2,2). Il rimedio alle divisioni è l'umiltà, «per umiltà l'uno creda l'altro a se superiore» (Fil 2,3), e il suo modello è Cristo, nell'inno presentato più sotto. Paolo ne trae la conseguenza: «con timore, e tremore operate la vostra salute» (Fil 2,12), «Imperocché Dio è, che opera in voi e il volere, e il fare secondo la buona volontà» (Fil 2,13).
I cristiani devono risplendere «come luminari del mondo» (Fil 2,15), e Paolo gioisce in anticipo «quando io sia offerto in libagione sopra il sagrifizio, e l'ostia della vostra fede» (Fil 2,17), immagine che riprenderà alla vigilia del martirio (2 Tm 4,6). Annuncia l'invio di Timoteo, che «come un figliuolo col padre, ha servito con me al vangelo» (Fil 2,22), e il ritorno di Epafrodito.
La messa in guardia e la corsa verso il premio (capitolo 3)
«Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi dal taglio» (Fil 3,2): sono i giudaizzanti, che imponevano la circoncisione. Paolo, che potrebbe vantarsi di tutto, «Circonciso l'ottavo giorno, Israelita di nazione, della tribù di Beniamin, Ebreo (nato) di Ebrei, secondo la legge Fariseo» (Fil 3,5), considera tutto questo una perdita: «le cose tutte siano perdita rispetto all'eminente cognizione di Gesù Cristo mio Signore» (Fil 3,8). Vuole «conoscer lui, e l'efficacia della sua risurrezione, e la partecipazione de' suoi patimenti» (Fil 3,10).
Non si crede arrivato: «dimentico di quel, che ho dietro le spalle, verso le cose stendendomi, che mi stanno davanti» (Fil 3,13), «Mi avanzo verso il segno, verso il premio della superna vocazione di Dio, in Cristo Gesù» (Fil 3,14). Piange su quelli che «si diportano da nemici della croce di Cristo» (Fil 3,18), «il Dio de' quali è il ventre» (Fil 3,19), e oppone loro la nostra vera patria: «Ma noi siam cittadini del cielo: donde pur aspettiamo il Salvatore, il Signor nostro Gesù Cristo» (Fil 3,20), che «trasformerà il corpo di nostra vilezza, perché sia conforme al corpo della sua gloria» (Fil 3,21).
La pace, la gioia e il ringraziamento (capitolo 4)
«Fratelli, miei carissimi, e amatissimi, mio gaudio, e mia corona» (Fil 4,1): così Paolo chiama i Filippesi prima di esortare Evodia e Sintiche alla concordia e chiedere al suo «compagno fedele» di aiutarle, esse che hanno lottato con lui «con Clemente, e con gli altri miei ajutanti i nomi de' quali sono nel libro della vita» (Fil 4,3). Origene ed Eusebio identificavano questo Clemente con il futuro papa san Clemente di Roma, e il Breviario lo ripete nella sua festa, il 23 novembre.
Vengono poi la gioia, la pace e la preghiera (si veda più sotto), e un programma per il pensiero: «tutto quello, che è vero, tutto quello, che è puro, tutto quello, che è giusto» (Fil 4,8). Infine Paolo ringrazia del dono senza chiedere nulla: «ho imparato ad esser contento di quello, che io mi trovo» (Fil 4,11); «So essere umiliato, so anche esser nell'abbondanza» (Fil 4,12). L'offerta dei Filippesi è «odore soave, ostia accetta, grata a Dio» (Fil 4,18), e Dio, in cambio, «adempia tutti i vostri desiderj secondo le sue ricchezze» (Fil 4,19).
L'inno a Cristo (Filippesi 2,5-11)
«Si abbiano tra di voi gli stessi sentimenti, che (furono) in Cristo Gesù» (Fil 2,5),
«Il quale essendo nella forma di Dio, non credette, che fosse una rapina quel suo essere uguale a Dio» (Fil 2,6):
«Ma annichilò se stesso presa la forma di servo, fatto simile agli uomini, e per condizione riconosciuto per uomo» (Fil 2,7).
«Umiliò se stesso fatto ubbidiente sino alla morte, e morte di croce» (Fil 2,8).
«Per la qual cosa Dio pur lo esaltò, e gli donò un nome sopra qualunque nome» (Fil 2,9):
«Onde nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra, e nell'inferno» (Fil 2,10);
«E ogni lingua confessi, che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre» (Fil 2,11).
Questi sette versetti, che molti considerano un inno già cantato nelle assemblee cristiane, riassumono tutto il mistero di Cristo: la preesistenza divina, l'Incarnazione, la Passione, la glorificazione. «Nella forma di Dio», egli possiede la natura divina; non ha considerato l'uguaglianza con Dio come un bene da trattenere gelosamente, ma «annichilò se stesso», non cessando di essere Dio, bensì prendendo la natura umana nella condizione di servo. Le Bibbie moderne traducono “svuotò se stesso”, e dal verbo greco viene il termine teologico di kenosi. I Padri hanno trovato qui i loro argomenti contro chi negava la divinità di Cristo, come Ario, e contro chi negava la sua vera umanità. L'abbassamento volontario e la glorificazione che lo segue sono la legge di ogni vita cristiana: chi si umilia sarà esaltato.
L'ultimo movimento riprende una parola di Isaia 45, dove Dio giurava: «A me piegherassi ogni ginocchio». San Paolo la applica a Gesù, e ne confessa così la divinità. A questo versetto si collega l'uso della liturgia latina di chinare il capo al nome di Gesù.
Nella liturgia. L'inno è l'epistola della Domenica delle Palme e dell'Esaltazione della santa Croce, il 14 settembre. I versetti 8 e 9, Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem, mortem autem crucis, sono il graduale della messa vespertina del Giovedì santo e l'antifona che chiude le Lodi del Triduo. I versetti 10 e 11, In nomine Jesu omne genu flectatur, formano l'introito della festa del Santissimo Nome di Gesù.
La gioia cristiana (Filippesi 4,4-7)
«State allegri sempre nel Signore» (Fil 4,4). «La vostra modestia sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino» (Fil 4,5). «Non vi affannate per niente: ma in ogni cosa siano manifestate a Dio le vostre richieste per mezzo dell'orazione, e delle suppliche unite al rendimento di grazie» (Fil 4,6). «E la pace di Dio, la quale ogni intendimento sormonta, sia a guardia de' vostri cuori, e delle vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,7).
La gioia di cui parla san Paolo non è l'umore di un giorno felice: è «nel Signore», e resiste in prigione e davanti alla morte, perché poggia sulla presenza di Cristo: «il Signore è vicino». Questo passo è l'epistola della III domenica di Avvento, detta Gaudete dalla prima parola del suo introito, Gaudete in Domino semper, tratto dagli stessi versetti; quel giorno i paramenti rosacei temperano il viola dell'Avvento. Un brano più ampio (Fil 4,4-9) è l'epistola di san Giovanni Bosco, il 31 gennaio: la Chiesa non poteva scegliere pagina più adatta al santo dell'allegria.
Temi e lettura cattolica
La grazia e la cooperazione dell'uomo. Filippesi 2,12-13 tiene insieme le due verità che la Chiesa difende contro gli errori opposti: Dio opera in noi «il volere, e il fare», eppure noi dobbiamo «operare» la nostra salvezza. Il Concilio di Trento cita questi versetti, con Fil 1,6, nel capitolo sul dono della perseveranza del decreto sulla giustificazione (sessione VI, 1547, capitolo 13). La giustizia di cui Paolo vuole essere rivestito è quella che «vien dalla fede di Cristo Gesù: giustizia, che viene da Dio» (Fil 3,9), non quella che l'uomo pretenderebbe di trarre da sé.
La gerarchia della Chiesa. Il saluto è rivolto ai «vescovi» e ai «diaconi» di Filippi. San Giovanni Crisostomo osserva che a quel tempo si chiamavano ancora vescovi anche i sacerdoti; la distinzione dei tre gradi, vescovo, sacerdote e diacono, appare nettamente in sant'Ignazio di Antiochia pochi decenni più tardi.
Il desiderio del Cielo. Paolo attende di essere con Cristo subito dopo la morte, senza aspettare la fine dei tempi: l'anima del giusto, purificata, vede Dio senza indugio. È la certezza del versetto 1,21, che le Bibbie moderne rendono “per me il vivere è Cristo”.
Versetti celebri della Lettera ai Filippesi
- «Imperocché il mio vivere è Cristo, ed il morire un guadagno» (Fil 1,21).
- «Ognuno faccia attenzione non a quello, che torni bene per lui, ma a quello, che torni bene per gli altri» (Fil 2,4).
- «Tutto fate senza mormorazioni, e dispute» (Fil 2,14).
- «Imperocché tutti pensano alle cose loro, non a quelle di Gesù Cristo» (Fil 2,21).
- «Siate miei imitatori, o fratelli» (Fil 3,17).
- «queste mettete in pratica: e il Dio della pace sarà con voi» (Fil 4,9).
- «Tutte le cose mi sono possibili […] colui, che è mio conforto» (Fil 4,13): è il versetto che le Bibbie moderne traducono “tutto posso in colui che mi dà la forza”.
La Lettera ai Filippesi nel canone e nella liturgia
Porta lo stesso nome e conta quattro capitoli in tutte le Bibbie. Non è mai stata contestata: i concili di Ippona (393), di Cartagine (397), di Firenze e di Trento (sessione IV, 1546) la contano fra le quattordici lettere di san Paolo, dove segue la Lettera agli Efesini e precede quella ai Colossesi. Nella Vulgata e nel Martini ha 104 versetti; i capitoli 1 e 2 ne contano 30 ciascuno.
Il Messale del 1962 ne trae l'epistola della Domenica delle Palme e dell'Esaltazione della santa Croce (Fil 2,5-11), della III domenica di Avvento (Fil 4,4-7), della XXII domenica dopo Pentecoste (Fil 1,6-11) e della XXIII (Fil 3,17-4,3). Lo stesso brano del capitolo 3 è l'epistola di san Clemente I papa, il 23 novembre, nominato al versetto 4,3; Fil 4,4-9 quella di san Giovanni Bosco, il 31 gennaio; Fil 3,7-12 quella di san Pietro d'Alcantara, il 19 ottobre. Vi si aggiungono i canti già ricordati: il graduale Christus factus est del Giovedì santo e l'introito In nomine Jesu del Santissimo Nome. Nel Breviario se ne leggono alcuni passi al Mattutino della domenica e del lunedì della IV settimana dopo l'Epifania, quando il calendario la conserva. Il calendario liturgico di Iter Fidei indica questi giorni.
Come leggere la Lettera ai Filippesi
È la più facile delle grandi lettere di san Paolo: si legge in un quarto d'ora, e sopporta di essere riletta ogni giorno per una settimana. Leggete prima il capitolo 16 degli Atti, per conoscere quelli a cui è rivolta. Imparate a memoria l'inno del capitolo 2, da recitare davanti al crocifisso, e il passo sulla gioia del capitolo 4, da rileggere nell'inquietudine. Come commento prendete le omelie di san Giovanni Crisostomo e il commento di san Tommaso d'Aquino. Tutti i capitoli sono nella Bibbia di Iter Fidei, con il latino e l'italiano a fronte.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la Lettera ai Filippesi?
San Paolo, che si nomina al primo versetto insieme a Timoteo e parla in prima persona della sua prigionia. San Policarpo, scrivendo alla stessa Chiesa all'inizio del II secolo, ricorda che Paolo le aveva scritto, e tutta la tradizione gli attribuisce la lettera.
San Policarpo ha scritto la Lettera ai Filippesi?
San Policarpo di Smirne scrisse una sua lettera ai Filippesi, all'inizio del II secolo, che non fa parte della Bibbia. La Lettera ai Filippesi del Nuovo Testamento è di san Paolo.
Quando e dove fu scritta la Lettera ai Filippesi?
Secondo la tradizione verso il 61-63, durante la prima prigionia di san Paolo a Roma. Alcuni esegeti moderni propongono una prigionia a Efeso, verso il 55. In ogni caso Paolo scrive in catene: è una delle quattro lettere della prigionia.
A chi è indirizzata la Lettera ai Filippesi?
Ai cristiani di Filippi, colonia romana della Macedonia, la prima Chiesa fondata da Paolo in Europa, verso il 50. Era guidata da vescovi e diaconi e aveva sempre sostenuto l'Apostolo.
Qual è il tema principale della Lettera ai Filippesi?
La gioia nel Signore, anche in mezzo alle prove, e l'unità nell'umiltà, sull'esempio di Cristo che si è abbassato fino alla morte di croce prima di essere esaltato. Paolo vi parla anche della corsa verso il Cielo, la nostra vera patria.
Che cosa significa Filippesi 4,13?
Paolo ha appena detto di saper vivere nell'abbondanza come nella privazione: può sopportare tutto non per le sue forze, ma per la grazia di Cristo che lo sostiene. Il Martini traduce: «Tutte le cose mi sono possibili».
Quanti capitoli ha la Lettera ai Filippesi?
Quattro capitoli e, nella Vulgata e nel Martini, 104 versetti.
La Lettera ai Filippesi si legge anche versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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