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La Lettera di san Paolo ai Galati
La Lettera ai Galati è la pagina appassionata in cui san Paolo difende la libertà cristiana contro chi voleva imporre ai pagani convertiti la legge di Mosè: giustificazione per la fede in Cristo, figli di Dio per lo Spirito, fede che opera per la carità, frutti dello Spirito. Qui sotto trovate i 6 capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue ne spiega l'autore, la data, il contenuto e i passi più celebri.
Leggere Galati: 6 capitoli
Nessuna lettera di san Paolo comincia con tanta veemenza. Niente ringraziamento iniziale, nessuna lode della comunità: «Mi stupisco, come così presto fate passaggio da colui, che vi chiamò alla grazia di Cristo, ad un altro vangelo» (Gal 1,6). Dopo la partenza dell'Apostolo, alcuni predicatori avevano insegnato ai Galati che per essere cristiani a pieno titolo bisognava ricevere la circoncisione e osservare la legge di Mosè. Per Paolo era capovolgere il Vangelo: «se la giustizia è dalla legge, dunque invano Cristo morì» (Gal 2,21). In sei capitoli difende il proprio apostolato, mostra in Abramo il padre dei credenti, presenta la Legge come un pedagogo che conduce a Cristo e descrive la libertà dei figli di Dio, che non è licenza ma carità. Le stesse idee torneranno, con più calma e respiro, nella Lettera ai Romani.
Chi ha scritto la Lettera ai Galati?
La lettera si apre con il nome dell'autore e con la sua rivendicazione più cara: «Paolo creato Apostolo non dagli uomini, né per mezzo di un uomo, ma da Gesù Cristo, e da Dio Padre, che lui risuscitò da morte» (Gal 1,1). Seguono i destinatari, «alle Chiese della Galazia» (Gal 1,2). Nei primi due capitoli Paolo racconta la propria vita, e alla fine prende la penna dalle mani dello scrivano: «Guardate, che lettera vi ho scritto di proprio pugno» (Gal 6,11).
La tradizione è unanime. San Policarpo ne riprende alcune espressioni, sant'Ireneo la cita sotto il nome di Paolo, e lo stesso Marcione, nel II secolo, la poneva in testa alla sua raccolta delle lettere dell'Apostolo. L'autenticità non è mai stata seriamente contestata, nemmeno dalla critica più radicale. La vita dell'Apostolo è presentata nel nostro articolo su san Paolo.
Chi erano i Galati?
I Galati discendevano da tribù celtiche, della stessa stirpe dei Galli che i Romani conoscevano bene anche nell'Italia settentrionale. Passati in Asia Minore nel III secolo avanti Cristo, si erano stabiliti nel centro dell'attuale Turchia, intorno ad Ancira, l'odierna Ankara. San Girolamo, che aveva soggiornato a Treviri, osserva nel suo commento alla lettera che ai suoi tempi i Galati parlavano ancora una lingua simile a quella dei Treviri.
Al tempo di Paolo la provincia romana di Galazia si estendeva però anche più a sud, sulla Licaonia e la Pisidia, dove si trovavano Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, evangelizzate nel primo viaggio missionario (At 14,6). Di qui due opinioni sui destinatari. Secondo la più antica, seguita dai Padri, si tratta dei Galati propriamente detti, del nord, che Paolo visitò nel secondo e nel terzo viaggio (At 16,6). Egli ricorda di aver loro annunciato il Vangelo la prima volta trattenuto da una malattia, «tralle afflizioni della carne» (Gal 4,13), e che essi lo avevano accolto «come un Angelo di Dio, come Cristo Gesù» (Gal 4,14). Secondo l'altra opinione, oggi diffusa fra gli esegeti, si tratta delle Chiese del sud della provincia.
Quando è stata scritta la Lettera ai Galati?
La data dipende dalla risposta precedente. Se i destinatari sono i Galati del nord, la lettera fu scritta durante il terzo viaggio, a Efeso o in Macedonia, verso il 54-57, poco prima della Lettera ai Romani, alla quale è così vicina. Se invece sono le Chiese del sud, potrebbe essere più antica, verso il 49, e perfino anteriore al concilio di Gerusalemme. La meraviglia di Paolo che i Galati si siano allontanati «così presto» fa pensare che non li avesse lasciati da molto. Il luogo di composizione non è indicato nel testo: Efeso è l'ipotesi più comune.
Di cosa parla la Lettera ai Galati? Riassunto
La lettera ha tre parti di due capitoli ciascuna: una parte personale, che difende l'apostolato di Paolo; una parte dottrinale, sulla fede e sulla Legge; una parte morale, sulla libertà e sulla vita secondo lo Spirito.
Il Vangelo di Paolo e la sua autorità (capitoli 1-2)
Gli avversari presentavano Paolo come un apostolo di secondo piano, che avrebbe ricevuto la dottrina dai Dodici e l'avrebbe deformata. Egli risponde anzitutto con estremo rigore: «quand'anche noi, o un Angelo del cielo evangelizzi a voi oltre quello, che abbiamo a voi evangelizzato, sia anatema» (Gal 1,8). Poi racconta come ha ricevuto il Vangelo: «non lo ho ricevuto, né lo ho imparato da un uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1,12).
Ricorda il suo zelo di un tempo per le tradizioni dei padri, la chiamata di Colui che «mi aveva segregato fin dall'utero di mia madre» (Gal 1,15), il soggiorno in Arabia e la prima visita a Gerusalemme: «tre anni dopo andai a Gerusalemme per visitare Pietro, e stetti presso di lui quindici giorni» (Gal 1,18). Quattordici anni più tardi risale a Gerusalemme con Barnaba e Tito, espone il suo Vangelo, e «Giacomo, e Cefa, e Giovanni, che erano riputati le colonne, porsero le destre di confederazione a me, e a Barnaba» (Gal 2,9); è con ogni probabilità l'incontro narrato negli Atti, al capitolo 15.
Viene poi l'incidente di Antiochia: «Essendo poi venuto Pietro ad Antiochia, gli resistei in faccia, perché meritava riprensione» (Gal 2,11). Pietro, che mangiava con i pagani convertiti, si era ritirato all'arrivo di alcuni cristiani venuti da Gerusalemme, per timore, trascinando con sé perfino Barnaba. Paolo conclude il racconto con il cuore del suo Vangelo, «non è giustificato l'uomo per le opere della legge, ma per la fede di Gesù Cristo» (Gal 2,16), e con una delle frasi più belle della Scrittura: «E vivo non già io, ma vive in me Cristo, e la vita, ond'io vivo adesso nella carne la vivo nella fede del figliuolo di Dio, il quale mi amò, e diede se stesso per me» (Gal 2,20).
La fede, la Legge e la promessa (capitoli 3-4)
«O Galati mentecatti, chi vi ha affascinati talmente» (Gal 3,1), si chiede l'Apostolo, voi che avete ricevuto lo Spirito per la fede e non per le opere della Legge? «Abramo credette a Dio, e gli fu imputato a giustizia» (Gal 3,6), e la promessa che gli fu fatta, «saranno in te benedette tutte le genti» (Gal 3,8), riguardava la sua discendenza, «e al seme tuo, il quale è Cristo» (Gal 3,16). La Legge, venuta quattrocentotrenta anni dopo, non può annullare la promessa (Gal 3,17).
Essa maledice chi non la osserva tutta; ma «Cristo ci ha redenti dalla maledizione della legge divenuto per noi maledizione» (Gal 3,13), secondo la parola del Deuteronomio sull'appeso al legno. La Legge è stata dunque un pedagogo, lo schiavo che accompagnava il fanciullo a scuola: «Fu adunque la legge il nostro pedagogo per condurci a Cristo, affinchè fossimo giustificati per la fede» (Gal 3,24). Ora, per la fede e il battesimo, «tutti voi, che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27), e non ci sono più distinzioni di popolo, di condizione o di sesso: «Imperocché tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
Il capitolo 4 paragona l'umanità prima di Cristo a un erede ancora fanciullo, sottoposto a tutori e amministratori (Gal 4,2). Poi: «venuta la pienezza del tempo, ha mandato Dio il Figliuol suo fatto di donna, fatto sotto la legge» (Gal 4,4), «affinchè ricevessimo l'adozione in figliuoli» (Gal 4,5). Paolo supplica i Galati con tenerezza di madre: «Figliuolini miei, i quali io porto nuovamente nel mio seno sino a tanto, che sia formato in voi Cristo» (Gal 4,19). Il capitolo si chiude con l'allegoria dei due figli di Abramo, Ismaele nato dalla schiava Agar e Isacco nato da Sara, la libera (Gn 21): due alleanze, una che genera schiavi, l'altra libera, perché «quella, che è lassuso Gerusalemme, ella è libera; e dessa è la madre nostra» (Gal 4,26).
La libertà, lo Spirito e la Croce (capitoli 5-6)
«Siate adunque costanti, e non vogliate di nuovo lasciarvi impigliare dal giogo di servitù» (Gal 5,1). Ricevere la circoncisione come necessaria alla salvezza sarebbe separarsi da Cristo (Gal 5,4); «in Cristo Gesù nulla importa l'essere circonciso, o l'essere incirconciso: ma la fede operante per la carità» (Gal 5,6). La libertà non è un pretesto per la carne: «della libertà non facciate un'occasione per la carne, ma servite gli uni agli altri per la carità dello Spirito» (Gal 5,13), perché tutta la Legge si compendia nel comandamento «ama il prossimo tuo, come te stesso» (Gal 5,14), già dato nel Levitico.
Paolo oppone allora la carne e lo spirito: «la carne ha desiderj contrarj allo Spirito» (Gal 5,17). Elenca le opere della carne, dall'adulterio all'ubriachezza, che escludono dal regno di Dio (Gal 5,19-21), poi i frutti dello Spirito, presentati qui sotto. «Or quei, che sono di Cristo, hanno crocifissa la loro carne co' vizi, e con le concupiscenze» (Gal 5,24).
Il capitolo 6 dà consigli di vita fraterna: correggere con dolcezza chi è caduto (Gal 6,1), «Portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2), non stancarsi di fare il bene (Gal 6,9). E si chiude sulla Croce: «Ma lungi da me il gloriarmi d'altro, che della croce del Signor nostro Gesù Cristo, per cui il mondo è a me crocifisso, e io al mondo» (Gal 6,14), con una firma di sangue: «io porto le stimate del Signore Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17).
I frutti dello Spirito (Galati 5,22-23)
«Frutto poi dello Spirito si è, la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la longanimità» (Gal 5,22), «La mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro queste cose non è la legge» (Gal 5,23).
Il testo greco ne nomina nove; la Vulgata, seguita dal Martini e da tutta la tradizione latina, ne conta dodici, aggiungendo la longanimità, la modestia e la castità. Per questo i catechismi cattolici insegnano i dodici frutti dello Spirito Santo, accanto ai sette doni. San Tommaso d'Aquino spiega che i frutti sono gli atti virtuosi nei quali l'anima trova la sua gioia, come si gusta un frutto maturo: ciò che i doni dello Spirito fanno germogliare, i frutti lo fanno assaporare. La carità viene per prima, come radice di tutti gli altri. Chi vuole chiedere questi frutti può usare una preghiera allo Spirito Santo e rileggere, come esame di coscienza, l'elenco opposto delle opere della carne.
Temi e lettura cattolica
La fede e le opere. Nel XVI secolo la Lettera ai Galati fu l'arma preferita di Lutero, che l'amava più di ogni altra e ne pubblicò un ampio commento. Ma le «opere della legge» che Paolo respinge sono le osservanze della legge mosaica, la circoncisione in testa, presentate come condizione della salvezza; egli non oppone la fede alla carità, perché la fede che giustifica è quella «operante per la carità». Il Concilio di Trento cita proprio questo versetto per insegnare che la fede, senza la speranza e la carità, non unisce perfettamente a Cristo (sessione VI, 1547, capitolo 7).
L'incidente di Antiochia e l'autorità di Pietro. Il rimprovero a Pietro diede luogo a una celebre corrispondenza fra san Girolamo e sant'Agostino. Girolamo pensava che i due Apostoli si fossero accordati per dare una lezione pubblica; Agostino sostenne che Paolo aveva davvero ripreso Pietro, per un errore di condotta e non di dottrina, e che l'umiltà di Pietro, che accettò la correzione, è ancora più ammirabile della franchezza di Paolo. Girolamo sembra essersi poi avvicinato a questa lettura. Il racconto stesso attesta l'autorità di Pietro: Paolo era salito a Gerusalemme «per visitare Pietro», e il ritiro di Cefa era grave proprio perché il suo esempio trascinava tutti gli altri.
La Vergine Maria. «Il Figliuol suo fatto di donna» (Gal 4,4) è una delle più antiche menzioni della Madre del Signore nel Nuovo Testamento. I Padri vi hanno letto la vera umanità di Cristo, nato da una donna, contro chi ne faceva un puro spirito, e la divina maternità di Maria.
La Croce e le stimmate. Il versetto 6,14 è l'introito del Giovedì santo e dell'Esaltazione della santa Croce: Nos autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi. Le stimmate di 6,17 sono state lette come un annuncio di quelle di san Francesco d'Assisi, la cui messa prende questo passo come epistola. E san Paolo della Croce, il fondatore dei Passionisti, ha per introito Gal 2,19-20: Christo confixus sum cruci, «con Cristo sono confitto in croce» (Gal 2,19).
Versetti celebri della Lettera ai Galati
- «Se tuttora piacessi agli uomini, non sarei servo di Cristo» (Gal 1,10).
- «Imperocché tutti siete figliuoli di Dio per la fede in Cristo Gesù» (Gal 3,26).
- «ha mandato Dio lo Spirito del Figliuol suo ne' vostri cuori, il quale grida: Abba, Padre» (Gal 4,6).
- «Dunque non se' più servo, ma figliuolo» (Gal 4,7).
- «Un po' di lievito altera tutta la massa» (Gal 5,9).
- «Se viviamo di Spirito, camminiamo in Ispirito» (Gal 5,25).
- «quello, che l'uomo avrà seminato, quello ancor mieterà» (Gal 6,8).
- «facciam del bene a tutti, massimamente però a quegli, che per la fede sono della stessa famiglia» (Gal 6,10).
- «in Cristo Gesù non fa nulla l'essere circonciso, né l'essere incirconciso, ma la nuova creazione» (Gal 6,15).
La Lettera ai Galati nel canone e nella liturgia
Porta lo stesso nome e conta sei capitoli in tutte le Bibbie. Non è mai stata contestata: i concili di Ippona (393) e di Cartagine (397), poi quelli di Firenze e di Trento (sessione IV, 1546), la contano fra le quattordici lettere di san Paolo, dove segue le due lettere ai Corinzi e precede la Lettera agli Efesini. Nella Vulgata e nel Martini ha 149 versetti; il capitolo più lungo è il quarto, con 31 versetti.
Il Messale del 1962 ne trae l'epistola della domenica fra l'ottava di Natale (Gal 4,1-7), della domenica Laetare, IV di Quaresima (Gal 4,22-31), che canta la Gerusalemme di lassù, e della XIII, XIV e XV domenica dopo Pentecoste (Gal 3,16-22; 5,16-24; 5,25-6,10). Dà anche l'epistola della Commemorazione di san Paolo il 30 giugno (Gal 1,11-20), di san Francesco d'Assisi il 4 ottobre e della messa dell'Impressione delle Stimmate il 17 settembre, ridotta dalle rubriche del 1960 a semplice commemorazione (in entrambe Gal 6,14-18).
Altri versetti diventano canti: l'introito Nos autem gloriari (Gal 6,14) del Giovedì santo e del 14 settembre; il graduale Qui operatus est Petro (Gal 2,8-9) della Conversione di san Paolo, il 25 gennaio, e del 30 giugno; l'antifona alla comunione Omnes qui in Christo baptizati estis (Gal 3,27) del sabato in Albis. Nel Breviario la lettera apre, alla domenica della III settimana dopo l'Epifania, le lezioni del primo notturno di Mattutino, quando il calendario conserva quella settimana. Il calendario liturgico di Iter Fidei indica questi giorni.
Come leggere la Lettera ai Galati
Leggetela tutta d'un fiato, possibilmente ad alta voce: è una lettera dettata nella commozione. Tenete aperti gli Atti degli Apostoli per situare i viaggi, e leggete poi la Lettera ai Romani, che riprende le stesse questioni con serenità. Meditate Gal 2,20 al momento della Comunione, ed esaminate la coscienza sulle opere della carne e sui frutti dello Spirito del capitolo 5. I commenti di san Girolamo, di sant'Agostino, di san Giovanni Crisostomo e di san Tommaso d'Aquino sono le guide classiche. Il testo intero, capitolo per capitolo, è nella Bibbia di Iter Fidei, con il latino e l'italiano a fronte.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la Lettera ai Galati?
San Paolo, che si nomina al primo versetto, racconta la propria vocazione nei capitoli 1 e 2 e firma di suo pugno (Gal 6,11). La Chiesa l'ha sempre ricevuta come lettera autentica dell'Apostolo, e nemmeno la critica moderna lo mette in dubbio.
Quando fu scritta la Lettera ai Galati?
Molto probabilmente verso il 54-57, durante il terzo viaggio missionario, poco prima della Lettera ai Romani. Chi pensa che sia indirizzata alle Chiese del sud della Galazia la data piuttosto verso il 49, prima o subito dopo il concilio di Gerusalemme.
A chi è indirizzata la Lettera ai Galati?
«Alle Chiese della Galazia», nel centro dell'Asia Minore, l'attuale Turchia. I Galati erano discendenti di Celti stabiliti là tre secoli prima; la maggior parte dei cristiani di quelle Chiese erano ex pagani, evangelizzati da Paolo stesso.
Di che cosa parla la Lettera ai Galati?
Risponde a chi voleva imporre la circoncisione e la legge di Mosè ai pagani convertiti. Paolo difende la propria autorità di apostolo, mostra che l'uomo è giustificato per la fede in Cristo e non per le opere della Legge, e descrive la libertà dei figli di Dio, che vivono secondo lo Spirito e adempiono la Legge con la carità.
Quali sono i frutti dello Spirito nella Lettera ai Galati?
Secondo la Vulgata e il Martini (Gal 5,22-23) sono dodici: carità, gaudio, pace, pazienza, benignità, bontà, longanimità, mansuetudine, fedeltà, modestia, continenza, castità. Il testo greco ne elenca nove.
Qual è il messaggio principale della Lettera ai Galati?
Cristo ci ha resi liberi: siamo figli di Dio per la fede e il battesimo, non per la legge di Mosè. Questa libertà non è licenza, ma vita secondo lo Spirito, nella quale la fede è «operante per la carità».
Quanti capitoli ha la Lettera ai Galati?
Sei capitoli e, nella Vulgata e nel Martini, 149 versetti.
La Lettera ai Galati si legge anche versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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