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La seconda Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi
La seconda Lettera ai Tessalonicesi rassicura una Chiesa che credeva imminente il giorno del Signore: prima devono venire la ribellione e «l'uomo del peccato». Qui sotto trovate i suoi tre capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue spiega il capitolo 2 sull'Anticristo, le tradizioni da custodire e il dovere del lavoro secondo la lettura cattolica.
Leggere 2 Tessalonicesi: 3 capitoli
La seconda Lettera ai Tessalonicesi, Epistola II ad Thessalonicenses nella Vulgata, segue da vicino la prima Lettera ai Tessalonicesi, e le due lettere vanno lette insieme. La giovane Chiesa di Tessalonica, perseguitata fin dalle prime settimane, si era agitata per voci secondo le quali il giorno del Signore era ormai alle porte. San Paolo risponde in tre capitoli, e nel capitolo 2 dà la profezia più precisa delle sue lettere sull'Anticristo. Per quanto breve, questa lettera ha nutrito l'insegnamento cattolico sulla fine del mondo, sulla Tradizione e sul lavoro.
Chi ha scritto la seconda Lettera ai Tessalonicesi?
San Paolo, con gli stessi compagni della prima: «Paolo, e Silvano, e Timoteo, alla Chiesa de' Tessalonicesi in Dio Padre nostro, e nel Signore Gesù Cristo» (2 Ts 1,1). Alla fine prende lui stesso la penna: «Il saluto (è) di mano di me Paolo: questo è il sigillo in ogni mia lettera: scrivo così» (2 Ts 3,17). Poco prima aveva messo in guardia i lettori da una lettera «come scritta da noi» (2 Ts 2,2): la firma autografa serviva proprio a distinguere le sue lettere vere da quelle false.
I testimoni antichi sono numerosi. San Policarpo, nella lettera ai Filippesi, ne riprende un versetto; Marcione, verso il 140, la contava tra le lettere di Paolo; sant'Ireneo la cita espressamente come seconda ai Tessalonicesi, a proposito dell'Anticristo. Alcuni critici moderni l'hanno attribuita a un discepolo, perché il suo insegnamento sulla fine sarebbe diverso da quello della prima lettera. Non è così: la prima dice che il giorno verrà «come il ladro» (1 Ts 5,2), la seconda che alcuni segni lo precederanno, e il Signore insegna l'una e l'altra cosa nel Vangelo.
Quando e perché è stata scritta?
A Corinto, pochi mesi dopo la prima lettera, verso il 51-52. Sila e Timoteo sono ancora con Paolo, come durante il suo soggiorno di un anno e mezzo in quella città (Atti 18); dopo Corinto gli Atti non mostrano più Sila al suo fianco.
Tre cose preoccupavano l'Apostolo. La persecuzione continuava, dopo la sommossa che lo aveva cacciato dalla città (Atti 17,5-10). Alcuni, forse ingannati da una lettera falsa, dicevano che il giorno del Signore era già qui. Altri infine avevano smesso di lavorare e vivevano a spese della comunità. La lettera risponde a ciascuno di questi turbamenti, un capitolo per volta.
Di cosa parla la seconda Lettera ai Tessalonicesi? Riassunto
La persecuzione e il giusto giudizio di Dio (capitolo 1)
Paolo ringrazia Dio «perché la vostra fede più e più va crescendo» (2 Ts 1,3), e si gloria della loro costanza nelle tribolazioni, «in argomento del giusto giudizio di Dio» (2 Ts 1,5). Quando il Signore Gesù apparirà dal cielo «co' potenti angeli suoi, in un incendio di fiamme», i persecutori «saranno puniti di eterna perdizione dalla faccia del Signore, e dalla potente sua gloria» (2 Ts 1,7-9), e i fedeli troveranno riposo.
La ribellione e l'uomo del peccato (capitolo 2)
È il cuore della lettera, spiegato più sotto. Paolo prega i fratelli di non lasciarsi turbare, «quasi imminente sia il di del Signore» (2 Ts 2,2): prima deve venire la ribellione e deve manifestarsi l'uomo del peccato, che ora qualcosa trattiene. Poi si volge agli eletti, scelti «primizie per la salute» (2 Ts 2,13), e dà loro la consegna: «State adunque costanti, o fratelli: e ritenete le tradizioni» (2 Ts 2,15).
La preghiera, il lavoro e i disordinati (capitolo 3)
Paolo chiede preghiere «affinchè la parola di Dio corra» e promette: «Ma fedele è Dio, il quale vi conforterà, e vi difenderà dal maligno» (2 Ts 3,3). Ordina di ritirarsi «da qualunque fratello, che viva, disordinatamente» (2 Ts 3,6) e ricorda il proprio esempio: ha lavorato giorno e notte per non pesare su nessuno. Ripete la regola già data a voce (2 Ts 3,10), chiede agli oziosi che, «lavorando in silenzio, mangino il loro pane» (2 Ts 3,12), e vuole che il disobbediente sia corretto «come fratello» (2 Ts 3,15). La lettera si chiude con una benedizione e con la firma dell'Apostolo.
2 Tessalonicesi 2: spiegazione dell'uomo del peccato
«Nissuno vi seduca in alcun modo: imperocché (ciò non sarà) se prima non sia seguita la ribellione, e non sia manifestato l'uomo del peccato, il figliuolo di perdizione» (2 Ts 2,3), colui che «si oppone, e si innalza sopra tutto quello, che dicesi Dio, o si adora, talmente che sederà egli nel tempio di Dio, spacciandosi per Dio» (2 Ts 2,4). «Egli già lavora il mistero d'iniquità», ma c'è chi «or lo rattiene» (2 Ts 2,7). Poi sarà manifestato «quell'iniquo (cui il Signore Gesù ucciderà col fiato della sua bocca, e lo annichilerà con lo splendore di sua venuta)» (2 Ts 2,8). Verrà «con segni, e prodigi bugiardi» (2 Ts 2,9), e sedurrà quelli che non hanno abbracciato «l'amor della verità per essere salvi» (2 Ts 2,10).
Chi è l'uomo del peccato?
La Chiesa ha sempre letto «l'uomo del peccato» (homo peccati) come l'Anticristo, il grande avversario che verrà prima della fine del mondo: non una semplice tendenza, ma un uomo determinato, che il testo designa con tre titoli, l'uomo del peccato, il figlio della perdizione, l'iniquo. Il ritratto di san Paolo si accorda con il re di Daniele 11, che «si leverà in superbia, e insolentirà contro tutti gli dei», con i «falsi cristi» che «faranno miracoli grandi, e prodigj» annunciati dal Signore (Matteo 24,24), con l'Anticristo di san Giovanni e con la bestia dell'Apocalisse, al capitolo 13. San Cirillo di Gerusalemme commenta a lungo questo capitolo nella quindicesima catechesi, sul secondo avvento di Cristo.
Nel Cinquecento i riformatori protestanti vollero riconoscere l'uomo del peccato nel Papa. I controversisti cattolici, da san Roberto Bellarmino a Bossuet, hanno mostrato che questa lettura fa violenza al testo, il quale parla di un avversario che si innalza al di sopra di tutto ciò che è chiamato Dio e si fa adorare.
Che cos'è la ribellione (l'apostasia)?
Il Martini traduce «ribellione» il latino discessio, che in greco è apostasia: la defezione, il distacco. San Girolamo l'ha intesa della defezione dei popoli soggetti all'Impero romano; altri, di un grande abbandono della fede. San Cirillo di Gerusalemme ne vedeva già i segni nelle eresie del suo tempo. I due sensi non si escludono, e per questo le Bibbie moderne traducono spesso «apostasia».
Chi è colui che lo trattiene?
Paolo dice che i Tessalonicesi sanno che cosa lo trattiene, perché lo aveva detto loro a voce: «Non vi ricordate voi, come, quand' io era tuttavia presso di voi, vi diceva tali cose?» (2 Ts 2,5). Non lo scrive. La maggior parte dei Padri vi ha visto l'Impero romano e l'ordine che esso manteneva: lo dice Tertulliano nel trattato sulla risurrezione della carne, e san Giovanni Crisostomo segue questa opinione, pur riferendo che altri pensavano alla grazia dello Spirito. Sant'Agostino, nella Città di Dio (libro XX, 19), passa in rassegna le opinioni e confessa semplicemente di non sapere che cosa l'Apostolo abbia voluto dire. La Chiesa non ha definito nulla su questo punto, e la Scrittura non permette di fissare il giorno: chi fa calcoli di date va contro l'intento stesso della lettera.
Temi e lettura cattolica
La Tradizione, scritta e non scritta. «State adunque costanti, o fratelli: e ritenete le tradizioni, che avete apparate o pelle nostre parole, o pella nostra lettera» (2 Ts 2,15). È un testo classico sulla Tradizione: ciò che i fedeli hanno ricevuto a voce li obbliga quanto ciò che hanno ricevuto per iscritto. San Giovanni Crisostomo ne concludeva che gli Apostoli non hanno trasmesso tutto per lettera, e che la tradizione della Chiesa è degna di fede. Il Concilio di Trento (sessione IV, 1546) insegna che la verità del Vangelo è contenuta nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte, da ricevere con pari rispetto.
«Chi non vuol lavorare, non mangi.» «Imperocché eziandio allorché vi eravamo dappresso, v' intimavamo: che chi non vuol lavorare, non mangi» (2 Ts 3,10). La regola riguarda la volontà: condanna l'ozio, non la povertà né la malattia. San Tommaso d'Aquino ne ricava che il lavoro manuale è un precetto per chi non ha altro mezzo onesto per vivere (Somma teologica, II-II, q. 187, a. 3). Paolo stesso, che avrebbe potuto vivere del Vangelo, ha voluto darsi «modello da imitare» (2 Ts 3,9). Il lavoro offerto a Dio è parte della vita cristiana, come ricorda la nostra preghiera per il lavoro.
Il giudizio e l'inferno. Il capitolo 1 è uno dei testi più netti del Nuovo Testamento sull'eternità delle pene: una «eterna perdizione dalla faccia del Signore». Questa separazione da Dio è la pena del danno, la più grande sofferenza dei dannati, come spiega il nostro articolo sull'inferno. Si compirà nel giorno del giudizio universale.
Dio non inganna nessuno. «E perciò manderà Dio ad essi l'operazione dell'errore, talmente che credano alla menzogna» (2 Ts 2,11). Dio non spinge nessuno nell'errore: permette, come giusta pena, che sia ingannato chi ha rifiutato l'amore della verità e si è compiaciuto dell'iniquità.
Versetti celebri della seconda Lettera ai Tessalonicesi
- «I quali saranno puniti di eterna perdizione dalla faccia del Signore, e dalla potente sua gloria» (2 Ts 1,9).
- «Se prima non sia seguita la ribellione, e non sia manifestato l'uomo del peccato, il figliuolo di perdizione» (2 Ts 2,3).
- «Ritenete le tradizioni, che avete apparate o pelle nostre parole, o pella nostra lettera» (2 Ts 2,15).
- «Ma fedele è Dio, il quale vi conforterà, e vi difenderà dal maligno» (2 Ts 3,3).
- «Il Signore poi governi i vostri cuori con la carità di Dio, e con la pazienza di Cristo» (2 Ts 3,5).
- «Chi non vuol lavorare, non mangi» (2 Ts 3,10).
- «E lo stesso Signor della pace dia sempre a voi pace in ogni luogo» (2 Ts 3,16).
La seconda Lettera ai Tessalonicesi nel canone e nella liturgia
La lettera conta tre capitoli e 47 versetti in tutte le Bibbie. È la nona delle quattordici lettere di san Paolo nell'ordine della Vulgata, dopo la prima ai Tessalonicesi e prima della prima Lettera a Timoteo. Non è mai stata tra i libri discussi, e il Concilio di Trento la nomina con le altre lettere di Paolo.
Nel Messale del 1962, 2 Ts 2,1-8, sulla ribellione e sull'uomo del peccato, è l'epistola del sabato delle Quattro Tempora d'Avvento: la Chiesa la legge mentre attende la venuta del Signore. Nel Breviario, l'inizio della lettera (2 Ts 1) è letto al Mattutino il sabato della IV settimana dopo l'Epifania, quando il calendario lo consente. Il versetto 3,5, nella forma Dominus autem dirigat corda et corpora nostra in caritate Dei et patientia Christi, è la lettura breve con cui si chiude l'ora di Prima durante l'anno (per annum), fuori dei tempi che hanno la propria.
Come leggere la seconda Lettera ai Tessalonicesi
Rileggete prima i capitoli 4 e 5 della prima lettera, perché questa corregge un'interpretazione sbagliata di quelle pagine. Leggete poi i tre capitoli d'un fiato. Tornate lentamente sul capitolo 2, con il latino a fronte e con Daniele e il discorso del Signore sulla fine dei tempi sotto gli occhi. Lasciate da parte i calcoli di date, che san Paolo stesso riprova, e terminate con le consegne pratiche del capitolo 3.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la seconda Lettera ai Tessalonicesi?
San Paolo, con Silvano (Sila) e Timoteo nominati nel saluto; l'ha firmata di sua mano (3,17). San Policarpo e sant'Ireneo la conoscono già come sua, e la Chiesa l'ha sempre ricevuta così.
Quando è stata scritta la seconda Lettera ai Tessalonicesi?
A Corinto, pochi mesi dopo la prima, mentre Sila e Timoteo erano ancora con Paolo, verso il 51-52. È tra i più antichi scritti del Nuovo Testamento.
Chi è l'uomo del peccato in 2 Tessalonicesi 2?
È l'Anticristo, un uomo che verrà prima della fine del mondo, si opporrà a Dio, si farà adorare e sedurrà con «prodigi bugiardi». Il Signore lo annienterà «con lo splendore di sua venuta». I Padri, da sant'Ireneo a sant'Agostino, hanno letto il passo così.
Che cosa trattiene l'Anticristo, secondo san Paolo?
L'Apostolo non lo nomina, perché lo aveva detto a voce ai Tessalonicesi. Tertulliano, san Giovanni Crisostomo e la maggior parte dei Padri vi hanno visto l'Impero romano e l'ordine pubblico che garantiva; altri, la grazia dello Spirito. Sant'Agostino ha riconosciuto di non saperlo, e la Chiesa non ha definito nulla.
Che cosa significa 2 Tessalonicesi 2,15 sulla Tradizione?
Il versetto chiede di custodire le tradizioni ricevute dagli Apostoli «o pelle nostre parole, o pella nostra lettera», cioè l'insegnamento orale come la Scrittura. Il Concilio di Trento ne conclude che Scrittura e Tradizione vanno ricevute con pari rispetto.
Che cosa significa «chi non vuol lavorare, non mangi»?
Paolo colpisce l'ozio volontario di alcuni Tessalonicesi che, in attesa della fine, vivevano alle spalle degli altri e «si affaccendano senza pro». Il versetto non riguarda chi non può lavorare. Ricorda che il lavoro, per chi può, è un dovere e una parte della vita cristiana.
Quanti capitoli ha la seconda Lettera ai Tessalonicesi?
Tre capitoli e 47 versetti. Si leggono tutti, in italiano e in latino, nella Bibbia di Iter Fidei.
La seconda Lettera ai Tessalonicesi si legge anche versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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