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La prima Lettera di san Paolo ai Corinzi
La prima Lettera ai Corinzi è la lettera in cui san Paolo risponde, punto per punto, alle divisioni e alle domande di una Chiesa giovane: la sapienza della croce, il matrimonio e la verginità, l'Eucaristia, i doni dello Spirito, l'inno alla carità del capitolo 13 e la risurrezione dei morti. Qui sotto trovate i 16 capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue presenta la lettera e le sue pagine più celebri.
Leggere 1 Corinzi: 16 capitoli
Nessuna lettera di san Paolo mostra meglio una Chiesa viva, con i suoi fervori e le sue miserie. I cristiani di Corinto litigano attorno ai loro predicatori, tollerano uno scandalo grave, si fanno causa davanti ai tribunali pagani, si interrogano sul matrimonio, sulle carni offerte agli idoli, sui doni spirituali e sulla risurrezione. L'Apostolo risponde a tutto, e ogni risposta lo porta più in alto: dalle fazioni alla follia della croce, dalle cene disordinate all'istituzione dell'Eucaristia, dalla gara dei carismi all'inno alla carità, dai dubbi sulla risurrezione alla vittoria di Cristo sulla morte. Da questa lettera viene la pagina forse più citata di tutto il Nuovo Testamento: «Ora poi resta la fede, la speranza, la carità, queste tre cose: la più grande però di queste è la carità» (1 Cor 13,13).
Chi ha scritto la prima Lettera ai Corinzi?
La lettera si apre così: «Paolo chiamato Apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e Sostene fratello» (1 Cor 1,1). Sostene è associato al saluto; lo si identifica spesso con il capo della sinagoga di Corinto nominato negli Atti, «Sostene principe della Sinagoga» (At 18,17), ma è solo un'ipotesi. L'autore è Paolo, che firma di suo pugno: «Il saluto, di mano di me Paolo» (1 Cor 16,21). San Clemente Romano, scrivendo alla stessa Chiesa verso il 96, invita i Corinzi a riprendere in mano la lettera del beato apostolo Paolo e i suoi rimproveri contro le fazioni; sant'Ignazio di Antiochia e san Policarpo la citano. L'autenticità non è mai stata seriamente contestata.
Chi erano i Corinzi?
Corinto, distrutta dai Romani nel 146 avanti Cristo, era stata rifondata da Giulio Cesare come colonia romana nel 44 avanti Cristo. Capitale della provincia di Acaia, posta sull'istmo fra due porti, il Lecheo sul golfo di Corinto e Cencre sul mare Egeo, era ricca, cosmopolita e proverbiale per la corruzione dei costumi. Vi si celebravano i giochi istmici, ai quali Paolo prende l'immagine della corsa e della corona. Nella seconda lettera il Martini fa dire all'Apostolo «o Corinti» (2 Cor 6,11), la forma antica del nome che molti usano ancora.
Paolo vi era arrivato durante il secondo viaggio, verso il 50-51, e vi era rimasto «un anno, e sei mesi, insegnando tra loro la parola di Dio» (At 18,11), ospite di Aquila e Priscilla. Un'iscrizione trovata a Delfi, che nomina il proconsole Gallione, fratello del filosofo Seneca, permette di datare quel soggiorno con rara precisione. La Chiesa che l'Apostolo fondò contava alcuni Giudei e molti pagani convertiti, soprattutto gente modesta: «le cose stolte del mondo elesse Dio per confondere i sapienti» (1 Cor 1,27). Dopo di lui venne Apollo, un Giudeo di Alessandria, «uomo eloquente, e potente nelle scritture» (At 18,24).
Quando è stata scritta la prima Lettera ai Corinzi?
Paolo scrive da Efeso, durante il terzo viaggio, verso il 55-57: «Or io mi tratterrò in Efeso sino alla pentecoste» (1 Cor 16,8). Aveva già mandato una lettera, oggi perduta: «Vi ho scritto per lettera: non abbiate commercio co' fornicatori» (1 Cor 5,9).
Perché san Paolo scrisse ai Corinzi?
Due notizie lo decidono a scrivere di nuovo. Da una parte, la gente di Cloe gli ha riferito le divisioni della comunità: «è stato a me significato riguardo a voi, fratelli miei, da que' di Chloe, che sono tra voi delle contese» (1 Cor 1,11). Dall'altra, i Corinzi gli hanno mandato una lettera di domande, portata probabilmente da Stefana, Fortunato e Acaico, che sono con lui a Efeso (1 Cor 16,17). Per questo diversi capitoli cominciano con una formula di risposta: «Intorno poi alle cose, delle quali mi avete scritto» (1 Cor 7,1), «Riguardo poi alle cose immolate agli idoli» (8,1), «Riguardo poi ai doni spirituali» (12,1), «Quanto poi alle collette» (16,1).
Di cosa parla la prima Lettera ai Corinzi? Riassunto
Le divisioni e la sapienza della croce (capitoli 1-4)
«ciascheduno di voi dice: io sono di Paolo: e io di Apollo: e io di Cefa: ed io di Cristo» (1 Cor 1,12). A queste fazioni Paolo risponde con una domanda, «È egli diviso Cristo?», e con la croce: «la parola della croce è stoltezza per que', che si perdono: per quegli poi, che sono salvati, cioè per noi, ella è la virtù di Dio» (1 Cor 1,18); «noi predichiamo Cristo crocifisso: scandalo pe' Giudei, stoltezza pe' Gentili» (1 Cor 1,23).
Fra loro non ha voluto sapere altro «se non Gesù Cristo, e questo crocifisso» (1 Cor 2,2). La vera sapienza è rivelata dallo Spirito: «né occhio vide, né orecchio udì, né entrò in cuor dell'uomo, quali cose ha Dio preparate per coloro, che lo amano» (1 Cor 2,9), parola che riprende Isaia 64.
I predicatori sono soltanto servi: «Io piantai, Apollo innaffiò: ma Dio diede il crescere» (1 Cor 3,6). Il solo fondamento è Cristo: «altro fondamento non può gettar chicchessia fuori di quello, che è stato gettato, che è Cristo Gesù» (1 Cor 3,11). L'opera di ciascuno sarà provata dal fuoco nel giorno del Signore, e gli Apostoli devono essere considerati «ministri di Cristo, e dispensatori de' misteri di Dio» (1 Cor 4,1). Paolo, che li ha generati alla fede, parla loro da padre: «in Cristo Gesù io vi ho generati per mezzo del Vangelo» (1 Cor 4,15).
Gli scandali: l'incesto, le liti, l'impurità (capitoli 5-6)
Un cristiano vive con la moglie del padre; Paolo ordina di escluderlo dalla comunità, «affinchè lo spirito sia salvo nel dì del Signor nostro Gesù Cristo» (1 Cor 5,5), e ricorda la nuova Pasqua: «nostro agnello pasquale è stato immolato Cristo» (1 Cor 5,7). Biasima le cause portate davanti ai giudici pagani e ricorda la dignità del corpo battezzato, in un passo molto cercato, 1 Corinzi 6,19-20: «le vostre membra son tempio dello spirito santo, il quale è in voi, ed il quale è stato a voi dato da Dio, e che non siete di voi stessi?» (1 Cor 6,19); «siete stati comperati a caro prezzo. Glorificate, e portate Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6,20). Per questo l'Apostolo comanda: «Fuggite la fornicazione» (6,18).
1 Corinzi 7: il matrimonio e la verginità
Il capitolo 7 è il grande testo del Nuovo Testamento sugli stati di vita. Il matrimonio è buono e indissolubile: «Ai coniugati poi ordino, non io, ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito» (1 Cor 7,10). La verginità consacrata è migliore, perché lascia il cuore indiviso: «Colui, che è senza moglie, ha sollecitudine delle cose del Signore, del come piacere a Dio» (1 Cor 7,32).
Di qui la conclusione: «Chi adunque la marita, fa bene: e chi non la marita, fa meglio» (1 Cor 7,38). Il Concilio di Trento ha definito che lo stato di verginità o di celibato non è inferiore al matrimonio, ma gli è preferibile (sessione XXIV, 1563, canone 10). Lo stesso capitolo contiene il cosiddetto privilegio paolino (versetti 12-15) e permette alle vedove di risposarsi, «purché secondo il Signore» (7,39), ricordando che «passa la scena di questo mondo» (7,31).
Le carni immolate agli idoli e la libertà cristiana (capitoli 8-10)
Si possono mangiare le carni sacrificate agli idoli e poi vendute al mercato? In sé l'idolo è nulla; ma «La scienza gonfia, ma la carità edifica» (1 Cor 8,1), e non bisogna scandalizzare il fratello debole. Nel capitolo 9 Paolo porta il proprio esempio: ha rinunciato ai suoi diritti di apostolo, «Mi sono fatto tutto a tutti per tutti far salvi» (1 Cor 9,22), e disciplina il suo corpo come un atleta: «premo il mio corpo, e lo riduco in ischiavitù: affinchè talvolta predicato avendo agli altri, io stesso non diventi reprobo» (1 Cor 9,27).
Il capitolo 10 rilegge l'Esodo come una figura: gli Ebrei furono «battezzati per Mosè nella nube, e nel mare», bevvero dalla roccia, «e quella pietra era Cristo» (1 Cor 10,4), figura annunciata alla roccia dell'Oreb (Es 17,6). Segue il versetto più consolante sulla tentazione, 1 Corinzi 10,13: «fedele è Dio, il quale non permetterà, che voi siate tentati oltre il vostro potere, ma darà con la tentazione il profitto, affinchè possiate sostenere» (1 Cor 10,13). Poi Paolo oppone la mensa dei demoni alla mensa del Signore: «Il calice della benedizione, cui noi benediciamo, non è egli comunicazione del sangue di Cristo? E il pane, che noi spezziamo, non è egli comunicazione del corpo del Signore?» (1 Cor 10,16).
1 Corinzi 11: il velo, la Cena del Signore
Dopo alcune norme sul velo delle donne nella preghiera, «Per questo dee la donna avere sopra il capo la potestà per riguardo degli Angeli» (1 Cor 11,10), da cui viene l'antico uso del velo in chiesa, Paolo rimprovera i Corinzi, le cui cene comuni finiscono nel disordine, e ricorda loro ciò che ha ricevuto: «il Signore Gesù in quella notte, in cui era tradito, prese il pane» (1 Cor 11,23), «E rendute le grazie, lo spezzò, e disse: prendete, e mangiate: questo è il corpo mio, il quale sarà dato (a morte) per voi: fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24). È il più antico racconto scritto dell'istituzione dell'Eucaristia, anteriore alla redazione dei Vangeli; confrontatelo con Matteo 26.
La conclusione suppone la presenza reale: «chiunque mangerà questo pane, o berà il calice del Signore indegnamente: sarà reo del corpo, e del sangue del Signore» (1 Cor 11,27); «Provi perciò l'uomo se stesso: e cosi mangi di quel pane, e beva di quel calice» (1 Cor 11,28). Il Concilio di Trento (sessione XIII, capitolo 7) ricava da questo versetto l'obbligo di confessarsi prima di comunicarsi quando si ha coscienza di un peccato mortale. La dottrina è spiegata nel nostro articolo sulla transustanziazione.
1 Corinzi 12-14: i doni dello Spirito
«Vi sono però distinzioni di doni, ma un medesimo Spirito» (1 Cor 12,4). Il capitolo 12 enumera i carismi (sapienza, scienza, fede, guarigioni, prodigi, profezia, discernimento degli spiriti, lingue) e li ordina all'unità del corpo: «siccome uno è il corpo, ed ha molte membra, e tutte le membra del corpo essendo molte, nulladimeno sono un solo corpo: cosi anche Cristo» (1 Cor 12,12); «Or voi siete corpo di Cristo, e membri (uniti) a membro» (1 Cor 12,27).
Poi: «Aspirate però ai doni migliori. Anzi v'insegno una via più sublime» (1 Cor 12,31). È il capitolo 13, presentato più sotto. Il capitolo 14 preferisce la profezia, che edifica l'assemblea, al parlare in lingue: «nella Chiesa bramo di dir piuttosto cinque parole, sicché io sia inteso» (14,19); e conclude: «tutte le cose facciansi convenientemente, e con ordine» (1 Cor 14,40).
1 Corinzi 15: la risurrezione dei morti
Alcuni Corinzi negavano la risurrezione dei corpi. Paolo ricorda anzitutto il cuore della fede ricevuta: «Cristo mori pe' nostri peccati secondo le scritture», «E che fu sepolto, e che risuscitò il terzo di secondo le scritture» (1 Cor 15,3-4), ed enumera i testimoni: Cefa, gli Undici, più di cinquecento fratelli in una volta, Giacomo, tutti gli Apostoli, e lui per ultimo, «come da un aborto» (15,8). «Se poi Cristo non è risuscitato, vana è adunque la nostra predicazione, vana è ancora la vostra fede» (1 Cor 15,14). Ma Cristo è risorto, «primizia de' dormienti» (15,20); «siccome in Adamo tutti muojono, cosi pure tutti in Cristo saranno vivificati» (1 Cor 15,22).
Come risorgeranno i morti? Con l'immagine del seme che muore per germogliare, Paolo descrive il corpo glorioso: «Si semina (corpo) corruttibile, sorgerà incorruttibile», «Si semina ignobile, sorgerà glorioso» (1 Cor 15,42-43). Il capitolo si chiude con una sfida alla morte, ripresa da Osea 13: «Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov' è, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15,55), e con un rendimento di grazie: «grazie a Dio, il quale c'ha dato vittoria per Gesù Cristo Signor nostro» (1 Cor 15,57).
La colletta e i saluti (capitolo 16)
Paolo organizza la colletta per i poveri di Gerusalemme, da mettere da parte «Ogni primo di della settimana» (1 Cor 16,2), cioè la domenica; annuncia la sua visita, raccomanda Timoteo, e riassume tutto in una riga: «Tutte le cose vostre siano fatte nella carità» (1 Cor 16,14). Termina con l'invocazione aramaica Maran atha, cioè il Signore viene (1 Cor 16,22).
1 Corinzi 13: l'inno alla carità
Questo capitolo di tredici versetti è una delle pagine più alte della letteratura cristiana. La parola della Vulgata è caritas, che il Martini traduce carità: non un sentimento, ma l'amore soprannaturale di Dio per se stesso e del prossimo per amore di Dio, diffuso nei cuori dallo Spirito Santo. Le Bibbie moderne traducono spesso "amore", e molti cercano il passo con le parole "l'amore è paziente"; nel Martini suona «La carità è paziente, è benefica». Il testo procede in tre tempi.
Senza la carità niente vale (versetti 1-3):
«Quand'io parlassi le lingue degli uomini, e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo suonante, o un cembalo squillante» (1 Cor 13,1).
«E quando avessi la profezia, e intendessi tutti i misterj, e tutto lo scibile: e quando avessi tutta la fede, talmente, che trasportassi le montagne, se non ho la carità, sono un niente» (1 Cor 13,2).
«E quando distribuissi in nudrimento de' poveri tutte le mie facoltà, e quando sacrificassi il mio corpo ad esser bruciato, se non ho la carità nulla mi giova» (1 Cor 13,3).
Il ritratto della carità (versetti 4-7):
«La carità è paziente, è benefica: la carità non è astiosa, non è insolente, non si gonfia» (1 Cor 13,4); «Non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse, non si muove ad ira, non pensa male» (1 Cor 13,5); «Non gode dell'ingiustizia, ma fa suo godimento del godimento della verità» (1 Cor 13,6); «A tutto s'accommoda, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13,7).
Questo ritratto è prima di tutto quello di Cristo: si può mettere il suo nome al posto della parola «carità», e ogni tratto resta vero.
La carità non passa (versetti 8-13): «La carità mai vien meno» (1 Cor 13,8). Le profezie, le lingue e la scienza sono per il tempo del cammino; la carità resta nella patria. «Veggiamo adesso a traverso di uno specchio, per enimma: allora poi faccia a faccia» (1 Cor 13,12): la teologia cattolica vi legge la visione beatifica, che il papa Benedetto XII ha definito nel 1336 con la costituzione Benedictus Deus. La fede diventerà visione, la speranza possesso; solo la carità resterà la stessa, ed è per questo che è la più grande.
San Tommaso d'Aquino insegna che la carità è la forma di tutte le virtù, perché le ordina tutte a Dio (Somma teologica, II-II, q. 23, a. 8); le tre virtù teologali si pregano ogni giorno con gli atti di fede, speranza e carità. Sant'Agostino ha riassunto la stessa dottrina in tre parole, Dilige, et quod vis fac, ama e fa' ciò che vuoi (Commento alla prima lettera di Giovanni, VII, 8). E santa Teresa di Gesù Bambino racconta che, leggendo i capitoli 12 e 13 di questa lettera, trovò la sua vocazione: essere l'amore nel cuore della Chiesa (Manoscritto B); vedete l'articolo su santa Teresa di Lisieux.
Nel Messale del 1962 questo capitolo è l'epistola della domenica di Quinquagesima, alle soglie della Quaresima, come per ricordare che il digiuno e l'elemosina non valgono nulla senza la carità. Nel Breviario si legge al Mattutino del venerdì della prima settimana dopo l'Epifania. Nei matrimoni celebrati nel rito moderno è spesso scelto come lettura; la Messa pro sponsis del Messale tradizionale legge invece la Lettera agli Efesini (5,22-33).
Temi e lettura cattolica
La Chiesa, corpo di Cristo. «un pane solo, un solo corpo siamo noi molti, quanti di quel solo pane partecipiamo» (1 Cor 10,17): l'Eucaristia fa l'unità della Chiesa. La stessa immagine ritorna nella Lettera ai Romani.
Il purgatorio. «Se di alcuno il lavoro arderà, nè soffrirà egli il danno: ma sarà salvato, così però, come per mezzo del fuoco» (1 Cor 3,15). Sant'Agostino e san Gregorio Magno hanno visto in questo versetto il fuoco che purifica le anime dopo la morte; la tradizione latina lo ha sempre accostato alla dottrina del purgatorio.
Il sacerdozio e la grazia. Gli Apostoli sono «dispensatori de' misteri di Dio», e Paolo, il persecutore diventato apostolo, sa quanto deve alla grazia: «per la grazia del Signore son quello, che sono, e la grazia di lui, che è in me, non è stata infruttifera» (1 Cor 15,10). Non nega la cooperazione dell'uomo: «ho travagliato più di tutti loro: non io però, ma la grazia di Dio, che è con me».
La risurrezione della carne. Il capitolo 15 è la fonte principale dell'articolo del Credo sulla risurrezione dei corpi. Al versetto 51 la Vulgata legge «risorgerem veramente tutti, ma non tutti saremo cangiati» (1 Cor 15,51), mentre il testo greco corrente dice piuttosto che non tutti morranno, ma tutti saranno trasformati; san Girolamo conosceva le due lezioni, e il senso della fede resta lo stesso.
Versetti celebri della prima Lettera ai Corinzi
- «Non sapete voi, che siete tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3,16).
- «che hai tu, che non lo abbi ricevuto?» (1 Cor 4,7).
- «guai a me, se io non evangelizzerò» (1 Cor 9,16).
- «quegli, che corrono alla lizza, corrono veramente tutti, ma un solo riporta la palma» (1 Cor 9,24).
- «chi si crede di star in piedi, badi di non cadere» (1 Cor 10,12).
- «O mangiate adunque, o beviate, o facciate altra cosa: tutto fate a gloria di Dio» (1 Cor 10,31).
- «Siate miei imitatori, come io pur di Cristo» (1 Cor 11,1).
- «se un membro patisce, patiscono insieme tutti i membri» (1 Cor 12,26).
- «Vegliate, siate costanti nella fede, operate virilmente, e fortificatevi» (1 Cor 16,13).
La prima Lettera ai Corinzi nel canone e nella liturgia
Appartiene al Nuovo Testamento e porta lo stesso nome, con sedici capitoli, in tutte le Bibbie. Non è mai stata contestata: i concili di Ippona (393), di Cartagine (397), di Firenze e di Trento (sessione IV, 1546) la contano fra le quattordici Lettere di san Paolo. Nella Vulgata e nel Martini ha 437 versetti; il capitolo 15, sulla risurrezione, è il più lungo, con 58 versetti. Il seguito della corrispondenza si legge nella seconda Lettera ai Corinzi.
Il Messale del 1962 le chiede l'epistola della IV domenica d'Avvento (1 Cor 4,1-5), della Settuagesima (1 Cor 9,24-10,5), della Quinquagesima (capitolo 13), della domenica di Pasqua (1 Cor 5,7-8), del Giovedì santo (1 Cor 11,20-32) e del Corpus Domini (1 Cor 11,23-29), e anche della IX, X, XI e XVIII domenica dopo Pentecoste (1 Cor 10,6-13; 12,2-11; 15,1-10; 1,4-8). Fra le feste dei santi, dà l'epistola di san Giacomo apostolo il 25 luglio (1 Cor 4,9-15), di san Bartolomeo il 24 agosto (1 Cor 12,27-31) e di varie Messe del Comune delle vergini (1 Cor 7,25-34). Il 2 novembre, la prima Messa della commemorazione dei defunti legge la vittoria sulla morte di 1 Corinzi 15,51-57.
Nel Breviario la lettera si legge al Mattutino nella prima settimana dopo l'Epifania, subito dopo la Lettera ai Romani. Il capitolo 11 dà inoltre le lezioni del terzo notturno del Mattutino del Giovedì santo, l'ufficio delle Tenebre, e quelle del primo notturno del Corpus Domini. Il calendario liturgico di Iter Fidei indica le domeniche e le feste.
Come leggere la prima Lettera ai Corinzi
Leggetela come una corrispondenza: individuate in ogni capitolo la domanda posta, poi la risposta dell'Apostolo, che parte sempre da Cristo. Leggete il capitolo 11 prima di comunicarvi, il capitolo 13 lentamente, versetto per versetto, come esame di coscienza, e il capitolo 15 al cimitero o nel mese dei defunti. Tenete aperti gli Atti degli Apostoli al capitolo 18 per situare la fondazione della Chiesa di Corinto. Per i commenti, prendete le quarantaquattro omelie di san Giovanni Crisostomo e il commento di san Tommaso d'Aquino. Tutte le lettere sono nella Bibbia di Iter Fidei, con il latino e l'italiano a fronte.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la prima Lettera ai Corinzi?
San Paolo, che si nomina nel primo versetto insieme con Sostene e firma la lettera di suo pugno (1 Cor 16,21). San Clemente Romano la cita già verso il 96, scrivendo alla stessa Chiesa di Corinto.
Quando è stata scritta la prima Lettera ai Corinzi?
Verso il 55-57, a Efeso, durante il terzo viaggio missionario di san Paolo, prima della Pentecoste (1 Cor 16,8). Paolo aveva fondato la Chiesa di Corinto qualche anno prima, durante il secondo viaggio.
Che cosa significa 1 Corinzi 13?
È l'inno alla carità: senza l'amore di Dio e del prossimo, i doni più splendidi, la fede che trasporta le montagne e perfino il martirio non servono a nulla. La carità è paziente, benefica, umile, e non verrà mai meno. Delle tre virtù teologali è la più grande, perché rimane nella visione di Dio.
Chi erano i Corinzi?
Gli abitanti di Corinto, grande città portuale della Grecia e capitale della provincia romana di Acaia, ricca e cosmopolita. I destinatari della lettera sono i cristiani di quella città, in gran parte pagani convertiti e gente modesta, ai quali san Paolo aveva annunciato il Vangelo verso il 50-51.
Che cosa dice 1 Corinzi 10,13 sulla tentazione?
Che «fedele è Dio, il quale non permetterà, che voi siate tentati oltre il vostro potere», e che con la tentazione darà anche la via d'uscita. Nessuna tentazione è dunque irresistibile per chi prega e corrisponde alla grazia.
Quante lettere ai Corinzi ha scritto san Paolo?
La Bibbia ne contiene due, la prima e la seconda. La prima lettera ricorda però uno scritto precedente, oggi perduto (1 Cor 5,9), e la seconda parla di una lettera scritta «con molte lagrime» (2 Cor 2,4), che molti ritengono un'altra lettera ancora. Solo le due conservate fanno parte della Sacra Scrittura.
Chi è Apollo nella prima Lettera ai Corinzi?
Un Giudeo di Alessandria, eloquente e dotto nelle Scritture, istruito da Aquila e Priscilla, che predicò a Corinto dopo san Paolo (At 18,24-28). Alcuni si richiamavano a lui contro Paolo, ma l'Apostolo lo considera un collaboratore: «Io piantai, Apollo innaffiò: ma Dio diede il crescere».
La prima Lettera ai Corinzi si legge anche versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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