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La Lettera di san Paolo a Filemone
La Lettera a Filemone è il breve biglietto che san Paolo, prigioniero, scrisse a un cristiano di Colossi per rimandargli lo schiavo fuggitivo Onesimo, divenuto cristiano, «non più come servo, ma in cambio di servo fratello carissimo». Qui sotto trovate il suo unico capitolo di venticinque versetti nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue ne spiega il contesto, le persone e il significato.
Leggere Filemone: un capitolo
La Lettera a Filemone, Epistola ad Philemonem nella Vulgata, è la più breve delle quattordici lettere di san Paolo: un solo capitolo di venticinque versetti, che si legge in cinque minuti. È anche la più personale. Non vi sono controversie dottrinali né Chiese in crisi: soltanto uno schiavo fuggito, un Apostolo in catene che lo ha convertito e un padrone pregato di riaccoglierlo come un fratello. I Padri hanno visto quanto contiene questa piccola vicenda: una carità che prega invece di comandare, un peccatore rialzato, un debito pagato da un altro.
Chi ha scritto la Lettera a Filemone, e quando?
San Paolo, con Timoteo nominato accanto a lui: «Paolo prigioniero di Gesù Cristo, e il fratello Timoteo, a Filemone diletto, e nostro cooperatore» (Fm 1). L'Apostolo firma di suo pugno il proprio impegno: «Io Paolo ho scritto di pugno: io soddisfarò» (Fm 19), e si presenta come «vecchio, ora poi anche prigioniero di Gesù Cristo» (Fm 9). Il Canone Muratoriano la conta tra le lettere di Paolo; Tertulliano nota che Marcione, che mutilava le lettere, ha lasciato intatta questa, salvata dalla sua brevità. Nel IV secolo alcuni obiettarono non che Paolo non l'avesse scritta, ma che un biglietto su uno schiavo fosse indegno della Scrittura; san Girolamo e san Giovanni Crisostomo risposero che Dio si prende cura delle piccole cose della vita come delle grandi.
Fu scritta a Roma, durante la prima prigionia, verso il 61-63: quella in cui Paolo «dimorò per due interi anni nella casa, che avea presa a pigione: e riceveva tutti que' che andavan da lui» (Atti 28,30). Uno schiavo venuto dall'Asia poteva dunque trovarlo. La lettera partì insieme alla Lettera ai Colossesi: le due nominano gli stessi compagni e lo stesso Onesimo, che Paolo rimanda a Colossi con Tichico chiamandolo «fratello carissimo, e fedele, che è dei vostri» (Colossesi 4,9). Alcuni autori moderni propongono Cesarea o Efeso; la tradizione resta a Roma.
Chi erano Filemone, Appia e Archippo?
Filemone era un cristiano di Colossi, in Frigia, uomo agiato che possedeva schiavi e nella cui casa si riuniva la comunità: la lettera saluta «la Chiesa, che è nella tua casa» (Fm 2). Paolo lo chiama «cooperatore» e gli ricorda che «tu devi a me anche te stesso»: probabilmente lo aveva convertito, forse durante il lungo soggiorno a Efeso.
La lettera è indirizzata anche ad «Appia sorella carissima», che si ritiene comunemente la moglie di Filemone, e ad «Archippo nostro consoldato», forse loro figlio, il ministro a cui l'Apostolo fa dire nella Lettera ai Colossesi: «pensa al ministero, che hai ricevuto nel Signore» (Col 4,17). Il Martirologio Romano fa memoria dei santi Filemone e Appia il 22 novembre, come martiri a Colossi sotto Nerone.
Onesimo, lo schiavo fuggitivo divenuto vescovo
Onesimo era lo schiavo di Filemone. Secondo san Giovanni Crisostomo aveva derubato il padrone prima di fuggire a Roma; là trovò Paolo in prigione, ascoltò la sua parola e ricevette il battesimo: «lo mio figliuolo, cui ho io generato tralle catene, Onesimo» (Fm 10). Il suo nome in greco significa utile, e Paolo gioca su questa parola: «Il quale una volta fu disutile per te, ora poi è utile e per me, e per te» (Fm 11).
La tradizione non lo ha dimenticato. Il Martirologio Romano lo ricorda il 16 febbraio: lo dice ordinato vescovo di Efeso da san Paolo dopo san Timoteo, poi condotto in catene a Roma e lapidato per la fede. Verso il 107 sant'Ignazio di Antiochia, scrivendo agli Efesini sulla via del martirio, loda il loro vescovo Onesimo; molti hanno pensato che fosse lo stesso uomo.
Di cosa parla la Lettera a Filemone? Riassunto
Saluto e ringraziamento (versetti 1-7)
Dopo il saluto a Filemone, ad Appia, ad Archippo e alla Chiesa della loro casa, Paolo ringrazia Dio sentendo «la tua carità, e la fede, che tu hai nel Signor Gesù» (Fm 5), e dice la sua gioia: «le viscere de' santi sono state da te rifocillate, o fratello» (Fm 7). L'elogio è sincero, e prepara la domanda che segue.
La preghiera per Onesimo (versetti 8-21)
È il cuore della lettera. Paolo potrebbe comandare, ma preferisce pregare: «Ti prego piuttosto per la carità» (Fm 9). Rimanda Onesimo: «E tu accoglilo, come mie viscere» (Fm 12). Lo avrebbe tenuto volentieri con sé, «ma nulla ho voluto fare senza il tuo parere, affinchè non fosse quasi forzato, ma volontario il beneficio tuo» (Fm 14). Poi legge la Provvidenza in ciò che è accaduto: «forse per questo si è allontanato per brev' ora da te, affinchè tu lo ricuperassi per l'eternità: non più come servo, ma in cambio di servo fratello carissimo» (Fm 15-16).
Prende su di sé il debito: «Che se in qualche cosa ti ha fatto danno, od egli è a te debitore; scrivi ciò a conto mio» (Fm 18), e conclude con fiducia: «sapendo, che farai anche più di quello, ch'io dico» (Fm 21). La parola libertà non è pronunciata, ma molti lettori, antichi e moderni, l'hanno sentita in quest'ultima frase.
Alloggio e saluti (versetti 22-25)
Paolo chiede che gli si prepari un alloggio, perché spera di essere restituito ai suoi «mediante le vostre orazioni» (Fm 22), e trasmette i saluti di Epafra, suo compagno di prigionia (Fm 23), e di «Marco, Aristarco, Demade, e Luca, miei ajuti» (Fm 24). Marco, un tempo separato da Paolo, gli è di nuovo accanto; la sua vita è narrata nell'articolo su san Marco evangelista. Demade, cioè Dema, fedele qui, abbandonerà più tardi l'Apostolo «per l'amore di questo secolo» (2 Timoteo 4).
Commento: temi e lettura cattolica
Una carità che supplica. Paolo ha l'autorità di un Apostolo e sceglie di pregare. San Giovanni Crisostomo ne trae la prima lezione della lettera: se Paolo si prende tanta cura di uno schiavo fuggitivo e ladro, noi non dobbiamo trascurare nessuna anima. Nessuno è fuori della portata della grazia, e chi era «disutile» diventa un aiuto dell'Apostolo.
Il perdono delle offese. Paolo chiede a Filemone ciò che il Vangelo chiede a ogni cristiano: perdonare un torto reale e accogliere il colpevole. Perdonare volentieri le offese è una delle opere di misericordia spirituale, e la domanda del Padre nostro, «rimettici i nostri debiti, come noi pure li rimettiamo a chi ci è debitore» (Matteo 6,12), prende qui un volto concreto.
Un debito pagato da un altro. Il latino dice hoc mihi imputa, mettilo in conto a me. Si vede qui, in piccolo, ciò che Cristo ha fatto per noi: il colpevole è accolto a causa di un altro, che prende su di sé il debito.
La paternità spirituale. «Cui ho io generato tralle catene»: Paolo usa lo stesso linguaggio nella prima Lettera ai Corinzi: «in Cristo Gesù io vi ho generati per mezzo del Vangelo». Chi dona un'anima a Cristo con la parola e il battesimo ne diventa davvero padre nella fede.
La schiavitù e il Vangelo. Paolo non ordina a Filemone di affrancare Onesimo, e non trattiene lo schiavo senza il consenso del padrone. Ma cambia la relazione dall'interno: lo schiavo è ormai un fratello carissimo, «e secondo la carne, e secondo il Signore». Lo aveva scritto ai Galati: in Cristo non c'è più né servo né libero, perché «tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù» (Galati 3,28). Leone XIII, nell'enciclica In plurimis (1888) sull'abolizione della schiavitù, cita l'esempio di Paolo che intercede per Onesimo. Questi principi hanno agito come un lievito che, lentamente, ha minato la schiavitù antica.
Versetti celebri della Lettera a Filemone
- «Il quale una volta fu disutile per te, ora poi è utile e per me, e per te» (Fm 11).
- «Affinchè tu lo ricuperassi per l'eternità: non più come servo, ma in cambio di servo fratello carissimo» (Fm 15-16).
- «Se adunque tieni me per tuo intrinseco, accoglilo, come me» (Fm 17).
- «La grazia del Signor nostro Gesù Cristo col vostro spirito» (Fm 25).
La Lettera a Filemone nel canone e nella liturgia
La lettera figura in tutte le Bibbie, cattoliche, ortodosse e protestanti, con lo stesso nome e lo stesso unico capitolo. Nella Vulgata viene dopo la Lettera a Tito e prima della Lettera agli Ebrei: è l'ultima delle lettere di Paolo indirizzate a persone. Il Concilio di Trento (sessione IV, 1546) la nomina tra le quattordici lettere dell'Apostolo.
Il Messale del 1962 non ne trae alcuna epistola. Nel Breviario, quasi tutta la lettera (versetti 1-19) è letta al Mattutino il sabato della V settimana dopo l'Epifania, quando il calendario lo consente: l'ultima lettera di Paolo letta prima della Lettera agli Ebrei.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la Lettera a Filemone e quando?
San Paolo, con Timoteo nominato nel saluto, verso il 61-63, a Roma, durante la prima prigionia. L'ha firmata di sua mano (versetto 19), e la Chiesa l'ha sempre ricevuta come sua.
Chi sono le persone nominate nella Lettera a Filemone?
Filemone, il destinatario; Appia, probabilmente sua moglie; Archippo, forse loro figlio; Onesimo, lo schiavo fuggitivo; Timoteo, accanto a Paolo; e nei saluti Epafra, Marco, Aristarco, Dema e Luca.
Chi era la moglie di Filemone?
Secondo l'interpretazione più comune, Appia, la «sorella carissima» salutata al versetto 2. Non va confusa con Bauci, la sposa del Filemone della mitologia, che Ovidio racconta nelle Metamorfosi: è un altro personaggio, senza rapporto con la lettera.
Chi era Onesimo?
Lo schiavo di Filemone, che fece torto al padrone, fuggì a Roma, vi incontrò san Paolo in prigione e divenne cristiano. Il suo nome significa utile. Il Martirologio Romano lo onora il 16 febbraio come vescovo di Efeso dopo san Timoteo e come martire.
Quanti capitoli ha la Lettera a Filemone?
Un solo capitolo di 25 versetti. Per questo si cita con il solo numero del versetto: Fm 10, Fm 16. Potete leggerla, con tutti gli altri libri, nella Bibbia di Iter Fidei.
La Lettera a Filemone si legge anche versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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