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La Lettera di san Paolo a Tito
La Lettera a Tito è la breve lettera pastorale che san Paolo scrisse al discepolo lasciato a Creta per ordinare preti in ogni città, con due passi che la Chiesa legge nelle messe di Natale: «apparve la grazia di Dio» e «apparve la benignità». Qui sotto trovate i tre capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue ne presenta l'autore, il destinatario, il riassunto e l'uso nella liturgia.
Leggere Tito: 3 capitoli
La Lettera a Tito, Epistola ad Titum nella Vulgata, è una delle quattordici lettere di san Paolo. Si trova tra la seconda Lettera a Timoteo e la Lettera a Filemone, e forma con le due lettere a Timoteo il gruppo delle lettere pastorali, così chiamate perché scritte a un pastore a proposito del suo gregge. Ha solo tre capitoli e quarantasei versetti. Eppure la Chiesa vi ha attinto la regola per la scelta dei vescovi e dei preti, un'affermazione chiarissima della divinità di Cristo, un testo classico sul battesimo e due delle epistole che proclama a Natale.
Chi ha scritto la Lettera a Tito?
San Paolo, che si nomina dalle prime parole: «Paolo servo di Dio» (Tt 1,1), apostolo di Gesù Cristo per la fede degli eletti. L'autore ha predicato a Creta e vi ha lasciato Tito; progetta di passare l'inverno a Nicopoli e nomina i suoi collaboratori, Artema, Tichico, Zena «dottor di legge» e Apollo (Tt 3,12-13).
La Chiesa l'ha sempre ricevuta come sua. Sant'Ireneo cita le pastorali sotto il nome di Paolo, Teofilo di Antiochia le adopera come parola divina, e Tertulliano si stupisce che Marcione le abbia respinte, lui che accettava il biglietto a Filemone. Il 12 giugno 1913 la Pontificia Commissione Biblica ha ricordato che, secondo la tradizione della Chiesa, le due lettere a Timoteo e quella a Tito sono state scritte dall'Apostolo stesso. Molti critici moderni ne hanno dubitato, a causa del vocabolario e dell'organizzazione ecclesiastica che suppongono; ma argomenti di questo tipo, applicati con lo stesso rigore, colpirebbero lettere che nessuno contesta.
Chi era Tito?
Un pagano convertito, che Paolo chiama «diletto figlio secondo la comune fede» (Tt 1,4). Salì a Gerusalemme con Paolo e Barnaba, e l'Apostolo rifiutò di farlo circoncidere: «Ma nemmen Tito, che era meco, essendo gentile, fu astretto a circoncidersi» (Galati 2,3). Fu l'inviato di Paolo presso la Chiesa agitata di Corinto, e il suo ritorno consolò l'Apostolo: «consolò noi Iddio coll'arrivo di Tito» (2 Corinzi 7,6). Più tardi partì per la Dalmazia (2 Timoteo 4).
Cosa curiosa, gli Atti degli Apostoli non lo nominano mai. La tradizione ne fa il primo vescovo di Creta, dove sarebbe morto in età avanzata. Il calendario del 1962 lo festeggia il 6 febbraio come vescovo e confessore, e l'orazione della sua messa chiede di vivere iuste et pie in hoc saeculo, giustamente e piamente in questo secolo, con le parole stesse della lettera (2,12).
Quando e dove è stata scritta?
Dopo la liberazione di san Paolo dalla prima prigionia romana, con cui si chiudono gli Atti, e prima della seconda: verso il 63-66. Paolo ha predicato a Creta, vi ha lasciato Tito per completare l'organizzazione della Chiesa e ha proseguito il suo cammino; scrive durante il viaggio, prima di andare a svernare a Nicopoli, probabilmente la città di questo nome in Epiro. San Giovanni Crisostomo ha osservato che la lettera precede la seconda a Timoteo: qui Paolo è libero di scegliere dove passare l'inverno, là è in catene e attende la morte.
Creta e i primi cristiani dell'isola
Creta è la grande isola a sud dell'Egeo. Alcuni Cretesi erano tra i pellegrini della Pentecoste: «Cretensi ed Arabi abbiamo udito costoro discorrere nelle nostre lingue delle grandezze di Dio» (Atti 2,11), e la nave che portava Paolo prigioniero a Roma costeggiò l'isola fino al luogo «chiamato Buoniporti» (Atti 27,8). La giovane Chiesa era turbata da maestri «del numero de' circoncisi» che diffondevano «favole giudaiche» (Tt 1,10-14). Paolo oppone loro un verso di un poeta del luogo: «i Cretensi sempre bugiardi, cattive bestie, ventri pigri» (Tt 1,12). Clemente Alessandrino e san Girolamo identificano questo poeta in Epimenide, cretese egli stesso.
Di cosa parla la Lettera a Tito? Riassunto
Paolo dà a Tito un'autorità e un programma: mettere in ordine le Chiese di Creta, stabilire preti degni, far tacere i falsi dottori e insegnare a ogni categoria di fedeli una vita che faccia onore al Vangelo.
Stabilire preti, far tacere i falsi maestri (capitolo 1)
Dopo un saluto solenne sulla «speranza della vita eterna la quale Iddio, che non mentisce, promise prima del cominciamento de' secoli» (Tt 1,2), Paolo dice il suo scopo: «A questo fine io ti lasciai in Creta, perchè tu dia sesto a quel, che rimane, e stabilisca de' preti per le città» (Tt 1,5). Elenca le qualità richieste: «fa d'uopo, che il Vescovo sia senza colpa, come economo di Dio: non superbo, non iracondo, non dedito al vino» (Tt 1,7), ma «ospitale, benigno, temperante, giusto, santo, continente» (Tt 1,8), tenace della parola fedele per esortare e convincere i contraddittori. Il capitolo 1 si chiude sui falsi maestri, che «professano di conoscer Dio, e lo rinnegano co' fatti» (Tt 1,16).
La sana dottrina per ogni stato di vita (capitolo 2)
«Ma tu insegna conformemente alla sana dottrina» (Tt 2,1). Paolo dà i suoi consigli agli anziani, alle donne anziane, alle giovani, ai giovani e ai servi, e a Tito stesso: «In tutte le cose fa' vedere te stesso modello del ben fare» (Tt 2,7). Tutto poggia sulle due venute di Cristo: la grazia già apparsa e la gloria attesa (2,11-14, spiegati più sotto). Tito deve insegnarlo «con ogni autorità» (Tt 2,15).
I cristiani nel mondo, salvati per grazia (capitolo 3)
I fedeli siano «soggetti ai principi, e alle potestà», pronti a ogni opera buona, miti con tutti, ricordando ciò che erano un tempo (Tt 3,1-3). Ma Dio ci ha salvati per sua misericordia, «mediante la lavanda di rigenerazione, e di rinnovellamento dello Spirito santo» (Tt 3,5), e chi crede deve badare a «star intenti alle buone opere» (Tt 3,8). Tito eviterà le questioni stolte e le genealogie, e allontanerà l'eretico ostinato. Consegne personali e saluti chiudono la lettera.
Tito 2,11-14 e 3,4-7: le due epistole di Natale
«Imperocché apparve la grazia di Dio salvatore nostro» a tutti gli uomini (Tt 2,11), «insegnando a noi, che rinnegata l'empietà, e i desideri del secolo, con temperanza, con giustizia, e con pietà viviamo in questo secolo, in espettazione di quella beata speranza, e di quella apparizione della gloria del grande Dio, e salvatore nostro Gesù Cristo: il quale diede se stesso per noi, affine di riscattarci da ogni iniquità» (Tt 2,12-14). È l'epistola della messa di mezzanotte. Nella notte in cui si contempla il Bambino della mangiatoia, Paolo nomina insieme la grazia apparsa a Betlemme e la gloria che apparirà alla fine dei tempi.
«Ma allorché apparve la benignità, e l'amore del salvatore Dio nostro; non per le opere di giustizia fatte da noi, ma per sua misericordia ci fece; salvi mediante la lavanda di rigenerazione» (Tt 3,4-5). È l'epistola della messa dell'aurora, quella dei pastori: la bontà di Dio si è fatta visibile, e ci raggiunge nel battesimo. Il latino Apparuit benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei dice letteralmente che è apparsa la sua «umanità», il suo amore per gli uomini. Per prepararsi a queste messe si può pregare la novena di Natale.
Temi e lettura cattolica
Il sacerdozio e la successione apostolica. Tito riceve il suo incarico da un Apostolo e lo trasmette ordinando preti «per le città». Si vede all'opera, già nell'età apostolica, la gerarchia della Chiesa. Le parole non sono ancora fissate: in 1,5 e 1,7 gli stessi uomini sono chiamati prima «preti» e poi «Vescovo», come notava già san Girolamo nel suo commento a questa lettera. Ma l'autorità di Tito, che ordina e giudica, è proprio quella che la Chiesa riconoscerà ai vescovi.
«Che abbia avuto una sola moglie.» Queste parole di 1,6 non esigono che ogni prete sia sposato, poiché Paolo stesso non lo era; escludono dagli ordini chi si è sposato più di una volta. San Giovanni Crisostomo osserva che chiudevano anche la bocca agli eretici che condannavano il matrimonio. La parola «continente» di 1,8, continentem nella Vulgata, orienta già verso la continenza che la Chiesa latina chiederà ai suoi ministri.
La divinità di Cristo. «Quella apparizione della gloria del grande Dio, e salvatore nostro Gesù Cristo» (2,13): il greco designa Cristo stesso come il «grande Dio». San Giovanni Crisostomo opponeva già questo versetto agli ariani, che facevano il Figlio inferiore al Padre.
Il battesimo e la giustificazione. La «lavanda di rigenerazione» è il battesimo, e questo versetto è il corrispondente della parola del Signore a Nicodemo: «chi non rinascerà per mezzo dell'acqua, e dello Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio» (Giovanni 3,5). Siamo salvati «non per le opere di giustizia fatte da noi, ma per sua misericordia»: la grazia viene prima e non si merita. Ma lo stesso capitolo insiste due volte sulle opere buone, frutto necessario della fede. Il Concilio di Trento, nel decreto sulla giustificazione (sessione VI, 1547), riprende la fine del passo: giustificati per la sua grazia, diventiamo «eredi della vita eterna» (Tt 3,7). Sul battesimo tra gli altri sacramenti, vedete i sette sacramenti.
L'eretico. «L'uomo eretico dopo la prima, e la seconda correzione sfuggilo: sapendo, che questo tale è pervertito, e pecca, come quegli che per suo proprio giudizio è condannato» (Tt 3,10-11). Gli altri peccatori sono separati dalla sentenza dei pastori; l'eretico si separa da sé dalla Chiesa, preferendo il proprio giudizio alla fede ricevuta.
Versetti celebri della Lettera a Tito
- «Tutto è puro pe' puri: per gli impuri poi, ed infedeli niente è puro» (Tt 1,15). Il versetto non giustifica tutto: abolisce le distinzioni alimentari della Legge e ricorda che l'impurità viene dal cuore.
- «Imperocché apparve la grazia di Dio salvatore nostro» (Tt 2,11).
- «Il quale diede se stesso per noi, affine di riscattarci da ogni iniquità, e per purificarsi un popolo accettevole, zelatore delle buone opere» (Tt 2,14).
- «Ma allorché apparve la benignità, e l'amore del salvatore Dio nostro» (Tt 3,4).
- «Cui egli diffuse in noi copiosamente per Gesù Cristo salvator nostro» (Tt 3,6): lo Spirito santo è versato con abbondanza nel battesimo.
La Lettera a Tito nel canone e nella liturgia
La lettera porta lo stesso nome e ha gli stessi tre capitoli nelle Bibbie cattoliche e protestanti. Non è mai stata contestata tra i fedeli, e il Concilio di Trento (sessione IV, 1546) la nomina tra le quattordici lettere di san Paolo. La Vulgata conserva la parola «preti» (presbyteros) in 1,5 e la «lavanda di rigenerazione» (lavacrum regenerationis) in 3,5.
È a Natale che la Chiesa legge di più questa lettera; da qui la formula che molti cercano, Dalla Lettera di san Paolo apostolo a Tito, con cui si annuncia la lettura. Nel Messale del 1962:
- Tt 2,11-15 è l'epistola della messa di mezzanotte di Natale, e di nuovo del 1° gennaio, ottava della Natività;
- Tt 3,4-7 è l'epistola della messa dell'aurora, ripresa nei giorni feriali dell'ottava di Natale;
- la terza messa, quella del giorno, legge invece la Lettera agli Ebrei.
Nel Breviario, la lettera è letta al primo notturno del Mattutino il giovedì e il venerdì della V settimana dopo l'Epifania, quando il calendario lo consente, e i passi sul vescovo (1,7-11) e sulla sana dottrina (2,1-8) sono letti nel Comune dei confessori pontefici. Ritrovate queste date nel calendario liturgico.
Come leggere la Lettera a Tito
Leggetela d'un fiato, poi insieme alla prima Lettera a Timoteo, che nel capitolo 3 dà gli stessi consigli sui vescovi e sui diaconi. A Natale riprendete i capitoli 2 e 3 con il latino, così come la Chiesa li canta. Per uno studio più ampio, i commenti classici sono le omelie di san Giovanni Crisostomo, il commento di san Girolamo e quello di san Tommaso d'Aquino.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la Lettera a Tito?
San Paolo, che si nomina al primo versetto e scrive come chi ha predicato a Creta e vi ha lasciato Tito. La Chiesa l'ha sempre ricevuta come sua, e la Pontificia Commissione Biblica ha ricordato nel 1913 che le lettere pastorali sono dell'Apostolo, anche se molti critici moderni ne dubitano.
Chi era Tito nella Bibbia?
Un discepolo di san Paolo nato pagano, che l'Apostolo portò a Gerusalemme senza farlo circoncidere, mandò a Corinto e lasciò a capo della Chiesa di Creta. È nominato nella seconda ai Corinzi, nella Lettera ai Galati, nella seconda a Timoteo e nella lettera a lui indirizzata, ma mai negli Atti. Il calendario del 1962 lo festeggia il 6 febbraio.
Quando è stata scritta la Lettera a Tito?
Verso il 63-66, dopo la liberazione di san Paolo dalla prima prigionia romana e prima dell'ultima. È anteriore alla seconda Lettera a Timoteo, perché Paolo vi è ancora libero di muoversi.
Di cosa parla la Lettera a Tito?
È l'istruzione di Paolo a Tito, incaricato della Chiesa di Creta. Tito deve stabilire preti degni in ogni città, riprendere i falsi dottori e insegnare ad anziani, giovani, donne e servi a vivere «con temperanza, con giustizia, e con pietà». Tutto si fonda sulla grazia di Dio apparsa in Cristo, che ci ha salvati «mediante la lavanda di rigenerazione».
Perché la Lettera a Tito si legge a Natale?
Perché annuncia in due passi l'apparizione di Dio tra gli uomini: «apparve la grazia di Dio salvatore nostro» (2,11) e «apparve la benignità, e l'amore del salvatore Dio nostro» (3,4). Il Messale del 1962 li legge alla messa di mezzanotte e alla messa dell'aurora.
Quanti capitoli ha la Lettera a Tito?
Tre capitoli e 46 versetti, nella Vulgata, nel Martini e nelle Bibbie moderne. Potete aprirla con tutti gli altri libri nella Bibbia di Iter Fidei.
La Lettera a Tito si legge anche versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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