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La Lettera di san Paolo ai Romani
La Lettera ai Romani è la più lunga e la più dottrinale delle lettere di san Paolo: il peccato di tutti gli uomini, la giustificazione per la fede in Cristo, la vita nuova nello Spirito, il mistero d'Israele e la carità vissuta. Qui sotto trovate i 16 capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue presenta l'autore, la data, il riassunto dei capitoli e la lettura cattolica della lettera.
Leggere Romani: 16 capitoli
«Io non mi vergogno del Vangelo. Conciossiachè egli è virtù di Dio per dar salute ad ogni credente, prima al Giudeo, e poi al Greco» (Rm 1,16). Con questa frase san Paolo annuncia l'argomento della sua lettera più grande. Non è la più antica delle sue lettere, ma la Chiesa l'ha posta in testa a tutte, perché espone con un'ampiezza che nessun'altra raggiunge l'opera della salvezza: l'uomo peccatore, Cristo redentore, la grazia che giustifica, lo Spirito che fa vivere, la fedeltà di Dio alle sue promesse.
Per i cristiani d'Italia ha poi un titolo particolare: è la lettera scritta alla Chiesa di Roma, la città dove l'Apostolo arriverà prigioniero, dove predicherà due anni e dove darà il sangue per Cristo. Nessun libro del Nuovo Testamento è stato commentato di più, nessuno è stato più disputato; nessuno chiede di essere letto con più cura, nella fede della Chiesa che l'ha ricevuto.
Chi ha scritto la Lettera ai Romani?
L'autore si presenta fin dalla prima riga: «Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato Apostolo, segregato pel Vangelo di Dio» (Rm 1,1). Nessuna lettera di san Paolo è più sicuramente sua. San Clemente Romano, verso il 96, ne riprende le espressioni scrivendo ai Corinzi; sant'Ignazio di Antiochia e san Policarpo la conoscono; sant'Ireneo, Tertulliano e Clemente Alessandrino la citano sotto il nome di Paolo. Neppure la critica moderna più radicale l'ha mai seriamente messa in dubbio.
Paolo o Terzo?
Verso la fine della lettera si sente un'altra voce: «Vi saluto nel Signore io Terzo, che ho scritta la lettera» (Rm 16,22). Terzo (Tertius) è il segretario al quale Paolo dettava, secondo l'uso del tempo; l'Apostolo autenticava spesso le sue lettere con un saluto di proprio pugno. L'autore è Paolo; Terzo ha tenuto la penna. Della vita e del martirio dell'Apostolo parla il nostro articolo su san Paolo.
Quando e dove è stata scritta la Lettera ai Romani?
Paolo la scrive alla fine del terzo viaggio missionario, durante i tre mesi trascorsi in Grecia (At 20,2-3), cioè a Corinto, verso il 57-58. Lo confermano diversi indizi. Raccomanda una cristiana del porto orientale di Corinto, che probabilmente porterà la lettera: «Vi raccomando la nostra sorella Febe, che serve la Chiesa di Chencre» (Rm 16,1). Trasmette i saluti del suo ospite e di un magistrato della città: «Vi saluta Cajo, mio albergatore, e tutta quanta la Chiesa. Vi saluta Erasto tesoriere della città» (Rm 16,23). Sta per portare a Gerusalemme la colletta delle Chiese di Macedonia e di Acaia, poi conta di raggiungere Roma e la Spagna: «Quando mi incamminerò verso la Spagna, spero, che di passaggio vi vedrò» (Rm 15,24).
Le cose andarono diversamente: arrestato a Gerusalemme, Paolo arrivò a Roma solo verso il 60-61, in catene, dopo il naufragio di Malta. I fratelli di Roma gli vennero incontro sulla via Appia, «sino al foro di Appio, e alle tre taberne» (At 28,15): erano i destinatari di questa lettera.
A chi è indirizzata la Lettera ai Romani?
È scritta «A tutti que' che sono in Roma, diletti di Dio, chiamati santi» (Rm 1,7). Paolo non era mai stato a Roma; la Chiesa vi era già fiorente, e l'Apostolo può dire che «la vostra fede vien celebrata pel mondo tutto» (Rm 1,8). Vi si trovavano cristiani venuti dal giudaismo e, in maggioranza, convertiti dal paganesimo.
Verso il 49 l'imperatore Claudio aveva cacciato i Giudei da Roma (At 18,2); al loro ritorno, la convivenza dei due gruppi poneva questioni di cibi e di giorni festivi che Paolo tratta nei capitoli 14 e 15. La tradizione lega la fondazione di questa Chiesa alla predicazione di san Pietro, e Paolo scrive proprio qui di aver avuto cura di predicare dove Cristo non era ancora stato annunciato, «per non fabbricare sopra gli altrui fondamenti» (Rm 15,20).
Il capitolo 16 saluta per nome una trentina di persone: Prisca e Aquila, i coniugi che avevano ospitato Paolo a Corinto e ora tenevano a Roma una Chiesa nella loro casa; Andronico e Giunia, «illustri tra gli Apostoli»; Rufo, che molti identificano con il figlio di Simone di Cireneo nominato da Marco. È la più antica fotografia della comunità cristiana di Roma.
Perché san Paolo ha scritto ai Romani?
Voleva preparare la sua visita e farsi conoscere da una Chiesa che doveva sostenerlo nella missione verso l'Occidente. Voleva poi esporre con ordine il Vangelo che predicava, perché lo calunniavano: gli facevano dire «non facciamo il male, affinchè ne venga il bene?» (Rm 3,8). Voleva infine pacificare cristiani di origine giudaica e di origine pagana, mostrando che tutti hanno ugualmente bisogno di Cristo e sono ugualmente chiamati in lui. Di qui il tono, più vicino al trattato che alla lettera d'occasione.
Di cosa parla la Lettera ai Romani? Riassunto
Il tema è posto nel capitolo 1: «la giustizia di Dio per esso si manifesta di fede in fede: conforme sta scritto: il giusto vive di fede». La citazione viene dal profeta Abacuc, che nel Martini suona: «Il giusto poi nella fede sua viverà» (Ab 2,4). Le Bibbie moderne traducono di solito "il giusto vivrà per fede", ed è con queste parole che molti cercano il versetto.
Tutti hanno peccato (capitoli 1-3)
Paolo fa anzitutto il bilancio dell'umanità senza Cristo. I pagani potevano conoscere Dio dalle sue opere: «le invisibili cose di lui, dopo creato il mondo per le cose fatte comprendendosi, si veggono: anche l'eterna potenza, e il divino essere di lui» (Rm 1,20); ma non lo hanno glorificato, e sono caduti nell'idolatria e nei vizi contro natura. I Giudei avevano la legge, ma non l'hanno osservata.
Dio infatti «renderà a ciascheduno secondo le opere sue» (Rm 2,6), e i pagani stessi «fanno vedere scritto ne' loro cuori il tenor della legge» (Rm 2,15): è la legge naturale, testimoniata dalla coscienza. La conclusione è universale: «tutti hanno peccato, ed hanno bisogno della gloria di Dio», «Sendo giustificati gratuitamente per la grazia di lui, per mezzo della redenzione, che è in Cristo Gesù» (Rm 3,23-24). Il Concilio di Trento spiega questo «gratuitamente»: niente di ciò che precede la giustificazione, né la fede né le opere, merita la grazia stessa della giustificazione (sessione VI, capitolo 8).
Abramo, padre dei credenti (capitolo 4)
L'esempio di Abramo mostra che la giustificazione per la fede non è una novità: «Abramo credette a Dio: e fugli imputato a giustizia» (Rm 4,3), parole prese dalla Genesi. Abramo fu giustificato prima di essere circonciso, e divenne così padre di tutti i credenti, circoncisi o no; «contro speranza credette alla speranza» (Rm 4,18). E Cristo «fu dato a morte per i nostri peccati, e risuscitò per nostra giustificazione» (Rm 4,25).
Adamo e Cristo, il battesimo, la legge (capitoli 5-7)
Il capitolo 5 canta la pace dei giustificati: «Giustificati adunque per mezzo della fede, abbiam pace con Dio per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo» (Rm 5,1). Anche la prova diventa strada: «la tribolazione produce la pazienza», «La pazienza lo sperimento, lo sperimento la speranza», e la speranza non delude, «perché la carità di Dio è stata diffusa ne' nostri cuori per mezzo dello Spirito santo, il quale è stato a noi dato» (Rm 5,3-5). Poi Paolo mette a confronto Adamo e Cristo: «per un sol uomo entrò il peccato in questo mondo, e pel peccato la morte» (Rm 5,12); ma «dove abbondò il peccato, soprabbondò la grazia» (Rm 5,20).
Bisogna dunque restare nel peccato perché la grazia abbondi? «Dio ce ne guardi» (capitolo 6). Il battesimo ci ha immersi nella morte di Cristo: «siamo stati insieme con lui sepolti pel Battesimo per morire: affinchè siccome Cristo risuscitò da morte per gloria del Padre, così noi nuova vita viviamo» (Rm 6,4). E il capitolo si chiude con un contrasto che tutti ricordano: «la paga del peccato si è la morte. Grazia di Dio (è) la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore» (Rm 6,23).
Il capitolo 7 descrive il dramma dell'uomo sotto la legge, che conosce il bene senza avere la forza di compierlo: «non fo il bene, che amo: ma quel male, che odio, quello io fo» (Rm 7,15). Il grido «Infelice me? chi mi libererà da questo corpo di morte?» riceve subito la risposta: «La grazia di Dio per Gesù Cristo Signor nostro» (Rm 7,24-25).
Romani 8: la vita secondo lo Spirito
Il capitolo 8, il più lungo della lettera con i suoi 39 versetti, è una delle vette di tutta la Scrittura. Comincia con una liberazione: «Non è adunque adesso condannazione alcuna per coloro, che sono in Cristo Gesù» (Rm 8,1). Lo Spirito fa di noi dei figli: «tutti quelli, che sono mossi dallo spirito di Dio, sono figliuoli di Dio» (Rm 8,14); «avete ricevuto lo spirito di adozione in figliuoli, mercé di cui gridiamo: Abba (padre)» (Rm 8,15).
Prega in noi quando non sappiamo pregare: «lo Spirito istesso sollecita per noi con gemiti inesplicabili» (Rm 8,26). Tutta la creazione aspetta la manifestazione dei figli di Dio, perché «i patimenti del tempo presente non han che fare colla futura gloria, che in noi si scoprirà» (Rm 8,18), e intanto «tutte insieme le creature sospirano, e sono ne' dolori del parto fino ad ora» (Rm 8,22).
Segue una certezza che ha consolato generazioni di cristiani: «le cose tutte tornano a bene per coloro, che amano Dio» (Rm 8,28). E il capitolo finisce in un inno: «se Dio è per noi, chi fia contro di noi?» (Rm 8,31). «Chi ci dividerà adunque dalla carità di Cristo? Forse la tribolazione? Forse l'angustia?» (Rm 8,35). Le Bibbie moderne traducono "chi ci separerà dall'amore di Cristo", ed è la forma che molti lettori cercano. La risposta di Paolo è senza riserve: «di tutte queste cose siam più che vincitori per colui, che ci ha amati» (Rm 8,37), e niente, «né alcun'altra cosa creata potrà dividerci dalla carità di Dio, la quale è in Cristo Gesù Signor nostro» (Rm 8,39).
Il mistero d'Israele (capitoli 9-11)
Paolo, che vorrebbe per amore dei suoi «essere io stesso separato da Cristo pe' miei fratelli» (Rm 9,3), si domanda perché la maggior parte d'Israele abbia rifiutato il Messia, che pure è nato da quel popolo: «il Cristo secondo la carne, il quale è sopra tutte le cose benedetto Dio» (Rm 9,5), uno dei passi più chiari del Nuovo Testamento sulla divinità di Cristo. Il capitolo 9 afferma la libertà sovrana di Dio nelle sue scelte, con l'immagine del vasaio: «Dirà forse il vaso di terra al vasajo: perché mi hai tu fatto così?» (Rm 9,20). Il capitolo 10 ricorda che la fede nasce dalla predicazione: «Come poi predicheranno, se non sono mandati?» (Rm 10,15).
Il capitolo 11 paragona Israele all'olivo buono, sul quale i pagani sono stati innestati come rami di olivo selvatico, e annuncia che l'accecamento è avvenuto in una parte d'Israele «perfino a tanto che sia entrata la pienezza delle genti», «E cosi si salvi tutto Israele» (Rm 11,25-26). Sant'Agostino, san Girolamo e san Gregorio Magno vi hanno letto l'annuncio della conversione del popolo ebreo prima della fine dei tempi, perché «i doni, e la vocazione di Dio non soggiacciono a pentimento» (Rm 11,29). L'Apostolo conclude in adorazione: «O profondità delle ricchezze della sapienza, e della scienza di Dio: quanto incomprensibili sono i suoi giudizj, e imperscrutabili le sue vie!» (Rm 11,33).
Romani 12 e la vita cristiana (capitoli 12-16)
La dottrina diventa vita. Il capitolo 12, uno dei più cercati della lettera, si apre con un'esortazione solenne: «Io vi scongiuro adunque, o fratelli, per la misericordia di Dio, che presentiate i vostri corpi ostia viva, santa, gradevole a Dio (che è) il razionale vostro culto» (Rm 12,1). Il versetto seguente, Romani 12,2, è il programma di ogni conversione: «non vogliate conformarvi a questo secolo, ma riformate voi stessi col rinnovellamento della vostra mente, per ravvisare qual sia la volontà di Dio, buona, gradevole, e perfetta» (Rm 12,2).
I fedeli formano un solo corpo, «Cosi siamo molti un solo corpo in Cristo» (Rm 12,5), ciascuno secondo il suo dono. Segue una serie di brevi consigli che si imparano a memoria: «Lieti per la speranza: pazienti nella tribolazione: assidui nell'orazione» (Rm 12,12); «Rallegrarsi con chi si rallegra, piangere con chi piange» (Rm 12,15); e infine: «Non voler esser vinto dal male, ma vinci col bene il male» (Rm 12,21).
Il capitolo 13 tratta del dovere verso le autorità, perché «non è podestà, se non da Dio» (Rm 13,1); riassume la legge nell'amore, «La dilezione adunque è il complemento della legge» (Rm 13,10); e chiama a svegliarsi: «La notte è avanzata, e il di si avvicina» (Rm 13,12). I capitoli 14 e 15 chiedono ai «forti» di non scandalizzare i «deboli» nelle questioni di cibi e di giorni, perché «il regno di Dio non è cibo, e bevanda: ma giustizia, e pace, e gaudio nello Spirito santo» (Rm 14,17). Il capitolo 16 saluta la comunità, mette in guardia contro chi semina divisioni e si chiude con una dossologia (16,25-27).
Temi e lettura cattolica della Lettera ai Romani
La giustificazione. «l'uomo è giustificato per mezzo della fede senza le opere della legge» (Rm 3,28). Le «opere della legge» sono qui le osservanze della legge mosaica, circoncisione in testa, con le quali si pretendeva di meritare la grazia. San Paolo non esclude le opere compiute nella grazia: Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere, e «que', che la legge mettono in pratica, saranno giustificati» (Rm 2,13).
Lutero, traducendo Romani 3,28 in tedesco, aggiunse la parola "sola", che nel testo non c'è. Il Concilio di Trento (sessione VI, 1547) ha insegnato che la fede è il principio della salvezza dell'uomo, il fondamento e la radice di ogni giustificazione, e che la giustificazione non è una semplice imputazione esteriore, ma una vera santificazione e un rinnovamento dell'uomo interiore per la grazia e la carità diffuse nei cuori. La Lettera di san Giacomo, che si voleva opporre a Paolo, dice la stessa cosa da un altro lato: «per le opere è giustificato l'uomo, e non per la fede solamente» (Gc 2,24). Paolo stesso, ai Galati, parla della «fede operante per la carità» (Gal 5,6).
Il peccato originale. Romani 5,12 è il testo principale sul peccato di Adamo trasmesso a tutti i suoi discendenti. La Vulgata traduce in quo omnes peccaverunt, che il Martini rende «nel qual (uomo) tutti peccarono». Il Concilio di Trento lo cita nel decreto sul peccato originale (sessione V, 1546, canone 2) e precisa che la concupiscenza, che l'Apostolo chiama talvolta «peccato» nei capitoli 6-8, nei battezzati non è propriamente peccato: viene dal peccato e inclina al peccato (canone 5). Approfondite con l'articolo sul peccato originale.
La conoscenza naturale di Dio e la legge naturale. Il Concilio Vaticano (costituzione Dei Filius, 1870) si appoggia su Romani 1,20 per definire che Dio può essere conosciuto con certezza dal lume naturale della ragione, a partire dalle cose create. Nello stesso capitolo Paolo condanna, come contrari alla natura, i vizi di chi ha rifiutato di riconoscere Dio: «Per questo gli diede Dio in balìa di ignominiose passioni» (Rm 1,26). Su Romani 1,26-27 la Chiesa ha sempre fondato il suo insegnamento che gli atti omosessuali sono gravemente disordinati, distinguendo il peccato, che condanna, dal peccatore, che chiama alla conversione come tutti.
La conversione di sant'Agostino. Nel 386, in un giardino di Milano, Agostino udì una voce di fanciullo che cantava Tolle, lege, cioè prendi e leggi. Aprì le Lettere di san Paolo e cadde su queste parole: «non nelle crapule, e nelle ubbriachezze, non nelle morbidezze, e nelle disonestà» […] «Ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo» (Rm 13,13-14). Racconta che tutte le tenebre del dubbio si dissiparono (Confessioni, VIII, 12). La sua storia è nell'articolo su sant'Agostino.
Versetti celebri della Lettera ai Romani
- «La fede adunque dall'udito, l'udito poi per la parola di Cristo» (Rm 10,17).
- «se con la tua bocca confesserai il Signore Gesù, e crederai in cuor tuo, che Dio lo ha risuscitato da morte, e sarai salvo» (Rm 10,9).
- «Quanto sono belli i piedi di coloro, che evangelizzano novella della pace» (Rm 10,15).
- «dà a conoscere Dio la carità sua verso di noi, mentre essendo noi tuttor peccatori» (Rm 5,8).
- «Egli, che non risparmiò nemmeno il proprio Figliuolo, ma lo ha dato a morte per tutti noi» (Rm 8,32).
- «da lui, e per lui, e a lui sono tutte le cose» (Rm 11,36).
- «niuno di noi per se medesimo vive, e niuno per se muore» (Rm 14,7).
- «tutte le cose, che sono state scritte, per nostro ammaestramento furono scritte» (Rm 15,4).
- «il Dio della speranza vi ricolmi di ogni gaudio, e di pace nel credere» (Rm 15,13).
La Lettera ai Romani nel canone e nella liturgia
La lettera porta lo stesso nome e conta sedici capitoli in tutte le Bibbie. Non è mai stata contestata: i concili di Ippona (393) e di Cartagine (397), poi il Concilio di Firenze e il Concilio di Trento (sessione IV, 1546) la contano fra le quattordici Lettere di san Paolo. Nella Vulgata e nel Martini ha 433 versetti, e la dossologia finale si legge alla fine del capitolo 16. Apre la serie delle lettere paoline non per ordine di tempo, ma per la sua importanza e per la dignità della Chiesa di Roma alla quale è indirizzata.
Il Messale del 1962 le chiede l'epistola della I e della II domenica d'Avvento (Rm 13,11-14; 15,4-13), della vigilia di Natale (Rm 1,1-6), della II, III e IV domenica dopo l'Epifania (Rm 12,6-16; 12,16-21; 13,8-10) e della Messa della I domenica dopo l'Epifania (Rm 12,1-5), che dal 1960 si dice nei giorni feriali, perché la domenica è occupata dalla festa della Sacra Famiglia. Le appartengono anche l'epistola della Santissima Trinità (Rm 11,33-36), del sabato delle Quattro Tempora di Pentecoste (Rm 5,1-5) e della IV, VI, VII e VIII domenica dopo Pentecoste (Rm 8,18-23; 6,3-11; 6,19-23; 8,12-17). Fra le feste dei santi, la lettera dà l'epistola di sant'Andrea apostolo, il 30 novembre (Rm 10,10-18), che fa sentire «Quanto sono belli i piedi»: vedete l'articolo su sant'Andrea.
Nel Breviario la Lettera ai Romani apre, il 29 dicembre, nell'ottava di Natale, la lettura delle Lettere di san Paolo al Mattutino, e le sue lezioni proseguono nei primi giorni di gennaio e nei giorni che seguono l'Epifania; poi, dopo la prima domenica dopo l'Epifania, si passa alle Lettere ai Corinzi. Potete pregare l'ufficio del giorno nel Breviario di Iter Fidei, e trovare le domeniche nel calendario liturgico.
Come leggere la Lettera ai Romani
Non cominciate dai versetti isolati: leggete la lettera da capo a fondo, seguendone il movimento, dal peccato alla grazia, dalla grazia alla vita nello Spirito, poi alla carità concreta. Leggete lentamente i capitoli 5-8 pensando al vostro battesimo; il capitolo 8 può nutrire una lunga meditazione, e il 12 un esame di coscienza. Tenete accanto la Lettera ai Galati, che è come un primo abbozzo delle stesse idee, più polemico, e gli ultimi capitoli degli Atti degli Apostoli, che raccontano l'arrivo di Paolo a Roma.
Per i commenti, prendete le trentadue omelie di san Giovanni Crisostomo, il commento di san Tommaso d'Aquino e, per la dottrina, il decreto di Trento sulla giustificazione; Origene l'aveva già commentata nel III secolo, e sant'Agostino vi è tornato più volte. Tutte le lettere sono nella Bibbia di Iter Fidei, con il latino e l'italiano a fronte.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la Lettera ai Romani?
San Paolo, che si nomina nel primo versetto. Il suo segretario Terzo ha scritto materialmente il testo sotto dettatura e aggiunge il proprio saluto (Rm 16,22). Tutta la tradizione, da san Clemente Romano in poi, la riconosce come lettera dell'Apostolo.
Quando è stata scritta la Lettera ai Romani?
Verso il 57-58, alla fine del terzo viaggio missionario, durante i tre mesi che Paolo trascorse in Grecia. Si preparava a portare a Gerusalemme la colletta delle Chiese prima di raggiungere Roma e la Spagna.
Dove si trovava san Paolo quando scrisse ai Romani?
A Corinto. Raccomanda Febe, della Chiesa di Cencre, il porto di Corinto, e trasmette i saluti di Gaio, suo ospite, e di Erasto, tesoriere della città.
Di cosa parla la Lettera ai Romani in breve?
Del Vangelo come «virtù di Dio per dar salute ad ogni credente»: tutti gli uomini, Giudei e pagani, hanno peccato, e tutti sono giustificati gratuitamente dalla grazia, per mezzo della fede in Cristo. Questa fede, ricevuta nel battesimo, fa vivere secondo lo Spirito e si compie nella carità. I capitoli 9-11 trattano del destino d'Israele, i capitoli 12-16 della vita cristiana.
Quanti capitoli ha la Lettera ai Romani?
Sedici, con 433 versetti nella Vulgata e nel Martini. Il più lungo è il capitolo 8, sulla vita nello Spirito, con 39 versetti; il più breve è il 13, con 14 versetti.
Quante sono le lettere di san Paolo?
La Chiesa ne conta quattordici: Romani, I e II Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, I e II Tessalonicesi, I e II Timoteo, Tito, Filemone ed Ebrei. Il Concilio di Trento le elenca così; la Lettera agli Ebrei, che non porta il nome di Paolo, gli è attribuita dalla tradizione. La Lettera ai Romani è la prima nell'ordine del canone.
La Lettera ai Romani di sant'Ignazio di Antiochia è nella Bibbia?
No. È un'altra lettera, scritta verso il 107 dal vescovo di Antiochia mentre veniva condotto a Roma per il martirio; vi chiede ai cristiani di Roma di non impedirgli di morire per Cristo. È un prezioso documento dei Padri apostolici, ma non fa parte della Sacra Scrittura.
La Lettera ai Romani si legge anche versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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