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La seconda Lettera di san Paolo ai Corinzi
La seconda Lettera ai Corinzi è la più personale delle lettere di san Paolo: vi apre il suo cuore di apostolo, parla del ministero della riconciliazione, del tesoro portato in vasi di creta, della colletta per Gerusalemme, delle sue prove e dello stimolo nella carne. Qui sotto trovate i 13 capitoli nella traduzione di mons. Antonio Martini, con il latino della Vulgata a fronte; la guida che segue presenta la lettera e i suoi passi più celebri.
Leggere 2 Corinzi: 13 capitoli
Nella prima Lettera ai Corinzi san Paolo rispondeva a delle domande. Nella seconda risponde a se stesso, ed è la sua anima che mette a nudo. Calunniato da predicatori rivali, accusato di incostanza, di superbia e di debolezza, si difende, e la sua difesa diventa la più bella descrizione del ministero apostolico che il Nuovo Testamento ci abbia lasciato: «questo tesoro lo abbiamo in vasi di creta: onde la superiorità della virtù sia di Dio, e non da noi» (2 Cor 4,7). La lettera passa dalla consolazione alla gioia, dalla tenerezza all'ironia, dalla colletta per i poveri al racconto di un rapimento fino al terzo cielo. Non vi si impara quasi nulla di nuovo sulla dottrina, e tuttavia vi si impara tutto del cuore di san Paolo, e del prezzo delle anime.
Chi ha scritto la seconda Lettera ai Corinzi?
«Paolo per volontà di Dio Apostolo di Gesù Cristo, e il fratello Timoteo alla Chiesa di Dio, che è in Corinto, e a tutti i santi, che sono per tutta l'Achaia» (2 Cor 1,1). Timoteo è associato al saluto, ma l'autore è Paolo, che parla in prima persona da un capo all'altro e racconta la propria vita come in nessun'altra lettera. Sant'Ireneo, Tertulliano e Clemente Alessandrino la citano sotto il suo nome, il Canone Muratoriano conta due lettere ai Corinzi, e l'autenticità non è mai stata seriamente messa in dubbio. La vita dell'Apostolo è raccontata nel nostro articolo su san Paolo.
Quando e dove è stata scritta?
Paolo la scrive dalla Macedonia, verso il 57, qualche mese dopo la prima lettera e poco prima del soggiorno a Corinto durante il quale scriverà ai Romani. Le tappe si ricostruiscono dalla lettera stessa. Dopo la prima lettera la crisi si è aggravata; Paolo ha fatto a Corinto una visita dolorosa, poiché più avanti annuncia la sua «terza» venuta: «Ecco, che vengo da voi questa terza volta» (2 Cor 13,1). Ha poi scritto una lettera severa: «in grande afflizione, e ansietà di cuore vi scrissi con molte lagrime» (2 Cor 2,4).
Ha mandato Tito e, lasciata Efeso, lo ha atteso invano a Troade: «Non ebbi requie nel mio spirito per non aver trovato il mio fratello Tito» (2 Cor 2,13). In Macedonia, infine, fra «battaglie al di fuori, paure al di dentro», arriva la consolazione: «colui che consola gli umili, consolò noi Iddio coll'arrivo di Tito» (2 Cor 7,5-6), che portava buone notizie. Paolo scrive sotto l'impressione di questa gioia. Gli Atti degli Apostoli riassumono il viaggio in poche parole: Paolo «si partì per andare nella Macedonia».
Quale fu la lettera «con molte lagrime»? San Giovanni Crisostomo e san Tommaso d'Aquino vi hanno visto la prima Lettera ai Corinzi, e nel colpevole da perdonare del capitolo 2 l'incestuoso di 1 Corinzi 5; molti esegeti moderni pensano a una lettera intermedia andata perduta. Molti moderni pensano inoltre che la lettera riunisca diversi scritti, e che i capitoli 10-13, di tono più duro, ne formassero uno a parte. La tradizione l'ha sempre letta come una sola lettera, e il cambiamento di tono si spiega abbastanza con il cambiamento di destinatari: dopo aver parlato alla maggioranza riconciliata, Paolo si rivolge agli avversari che non cedono.
Chi era Tito?
Tito, cristiano di origine pagana, era uno dei più stretti collaboratori di Paolo; lo aveva accompagnato al concilio di Gerusalemme senza essere circonciso: «nemmen Tito, che era meco, essendo gentile, fu astretto a circoncidersi» (Gal 2,3). In questa lettera ha un ruolo decisivo: latore della lettera severa, artefice della riconciliazione, incaricato poi di portare a termine la colletta. Paolo gli indirizzerà più tardi una delle Lettere pastorali, ricordandogli: «A questo fine io ti lasciai in Creta» (Tt 1,5); la tradizione lo venera come primo vescovo dell'isola.
Di cosa parla la seconda Lettera ai Corinzi? Riassunto
Consolazione, perdono e gloria del ministero (capitoli 1-3)
La lettera si apre con una benedizione: «Benedetto Dio, e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie, e Dio di tutta consolazione» (2 Cor 1,3), il quale «ci consola in ogni nostra tribolazione: affinchè noi pure consolar possiamo coloro, che in qualunque strettezza si trovano» (2 Cor 1,4). Paolo ha conosciuto in Asia una prova così pesante da arrivare «fino a venirci a noia la stessa vita» (2 Cor 1,8).
Spiega perché ha cambiato i suoi progetti di viaggio, senza leggerezza: in Gesù Cristo non c'è un sì e un no, «ma in lui fu (sempre) il si» (2 Cor 1,19). Chiede alla comunità di perdonare il colpevole già punito, perché non sia sommerso dalla tristezza: «voi usiate indulgenza, e lo consoliate» (2 Cor 2,7); e aggiunge di aver perdonato anche lui, «per amor vostro la ho usata a nome di Cristo» (2 Cor 2,10).
Il capitolo 3 mette a confronto le due alleanze. I Corinzi sono essi stessi la lettera di raccomandazione di Paolo: «La nostra lettera siete voi, scritta sui nostri cuori», «scritta non con l'inchiostro, ma per lo spirito di Dio vivo: non nelle tavole di pietra, ma nelle tavole di carne del cuore» (2 Cor 3,2-3). Il ministero nuovo supera in gloria quello di Mosè, il cui volto raggiante doveva essere velato (Es 34,33): «la lettera uccide, ma lo spirito da vita» (2 Cor 3,6).
E il capitolo culmina in due versetti molto cercati, 2 Corinzi 3,17-18: «Or Signore è lo Spirito: e dove è lo Spirito del Signore, ivi libertà» (2 Cor 3,17); «Noi tutti però a faccia svelata mirando quasi in uno specchio la gloria del Signore, nella stessa immagine siam trasformati di gloria in gloria» (2 Cor 3,18).
2 Corinzi 4: il tesoro in vasi di creta
Il Dio che al primo giorno disse «Sia fatta la luce» (Gn 1,3) è lo stesso che illumina i cuori: «Dio, il quale disse che dalle tenebre splendesse la luce, egli stesso rifulse ne' nostri cuori» (2 Cor 4,6). Per questo gli apostoli non annunciano se stessi: «noi non predichiamo noi stessi, ma Gesù Cristo Signor nostro» (2 Cor 4,5). Ma il tesoro è portato da uomini fragili: «Per ogni verso siam tribolati, ma non avviliti d'animo: siamo angustiati, ma non siamo disperati» (2 Cor 4,8); «Siamo perseguitati, ma non siamo abbandonati: siamo abbattuti, ma non estinti» (2 Cor 4,9).
I versetti 16-18 sono fra i più consolanti di tutto san Paolo: «quantunque quel nostro uomo, che è al di fuori, si corrompa: quello però, che è al di dentro, di giorno in giorno si rinnovella» (2 Cor 4,16); perché «quella, che è di presente momentanea, e leggera tribolazione nostra, un eterno sopra ogni misura smisurato peso di gloria opera in noi» (2 Cor 4,17). La ragione: «le cose, che si veggono, sono temporali: quelle poi, che non si veggono, sono eterne» (2 Cor 4,18).
2 Corinzi 5: la casa eterna e la nuova creatura
Il capitolo 5 guarda alla dimora eterna: se la tenda terrena viene smontata, «un edificio abbiamo da Dio, una casa non manofatta, eterna ne' cieli» (2 Cor 5,1). Intanto si cammina nella fede, «per fede camminiamo, non per visione» (2 Cor 5,7), desiderando di «partirci dal corpo, ed essere presenti al Signore» (5,8), e guardando al giudizio: «è necessario per tutti noi di comparire davanti al tribunale di Cristo, affinchè ciascheduno ne riporti quel, che è dovuto al corpo, secondo che ha fatto o il bene, o il male» (2 Cor 5,10).
Il movente di tutto è uno solo: «la carità di Cristo ci stringe» (2 Cor 5,14), perché Cristo è morto per tutti, affinché «quegli, che vivono, già non vivono per loro stessi, ma per colui, che per essi morì, e risuscitò» (2 Cor 5,15). Ne viene il versetto più cercato della lettera, 2 Corinzi 5,17: «Se alcuno pertanto è in Cristo, egli è nuova creatura: le vecchie cose sono passate: ecco che tutte le cose sono rinnovellate» (2 Cor 5,17). Per il battesimo il cristiano è davvero rinnovato dalla grazia: non si tratta di un semplice miglioramento morale, ma di una vita nuova data da Dio. Segue il grande passo sulla riconciliazione, presentato più sotto.
Apriteci il vostro cuore (capitoli 6-7)
«Ecco ora il tempo accettevole, ecco ora il giorno della salute» (2 Cor 6,2), dice Paolo riprendendo Isaia 49. Descrive la vita degli apostoli con una serie di paradossi: «Quasi malinconici, e pur sempre allegri: quasi mendichi, ma che molti facciamo ricchi: quasi destituti di tutto, e possessori di ogni cosa» (2 Cor 6,10). Mette in guardia contro ogni alleanza con l'idolatria: «Non vogliate unirvi a uno stesso giogo con gl' infedeli» (2 Cor 6,14), perché «voi siete tempio di Dio vivo» (6,16). Il capitolo 7 racconta la gioia del ritorno di Tito e distingue due tristezze: «la tristezza, che è secondo Dio, produce una penitenza stabile per la salute: la tristezza poi del secolo produce la morte» (2 Cor 7,10).
La colletta per Gerusalemme (capitoli 8-9)
Paolo organizza la raccolta per i cristiani poveri della Giudea, portando l'esempio delle Chiese di Macedonia, generose nella loro povertà: «la profonda loro povertà ha sfoggiato in ricchezze del loro buon cuore» (2 Cor 8,2). Il motivo è teologico: «è a voi nota la liberalità del Signor nostro Gesù Cristo, come egli essendo ricco, diventò povero per voi, affinchè della povertà di lui voi diventaste ricchi» (2 Cor 8,9).
Con Tito parte «quel fratello lodato in tutte le Chiese per l'evangelio» (2 Cor 8,18): san Girolamo e altri Padri vi hanno riconosciuto san Luca, ed è per questo che il passo è l'epistola della sua festa. Il capitolo 9 conclude: «chi semina con parsimonia, mieterà parcamente: e chi copiosamente semina, copiosamente mieterà» (2 Cor 9,6), e «Dio ama l'ilare donatore» (2 Cor 9,7). L'ultima parola è un grido di lode: «Grazie a Dio per lo ineffabile suo dono» (2 Cor 9,15).
Paolo difende il suo apostolato (capitoli 10-13)
Il tono cambia di colpo. Predicatori venuti da fuori, che Paolo chiama con ironia «grandi Apostoli» (11,5), lo denigrano: «le lettere (dicono essi) elle sono gravi, e robuste: ma la presenza del corpo è meschina, e il discorso non val nulla» (2 Cor 10,10). Paolo risponde che «le armi della nostra milizia non sono carnali, ma potenti in Dio» (2 Cor 10,4), capaci di condurre «ogni intelletto all'ubbidienza di Cristo» (10,5). Quegli uomini sono «falsi Apostoli», «operai finti, che si trasfigurano in Apostoli di Cristo» (2 Cor 11,13); e non c'è da stupirsene, «mentre anche satana si trasforma in angelo della luce» (2 Cor 11,14).
Costretto a vantarsi, lo fa «da stolto», e l'elenco dei suoi titoli è quello delle sue sofferenze: «Da' Giudei cinque volte ricevei quaranta colpi, meno uno» (2 Cor 11,24); «Tre volte fui battuto con le verghe, una volta fui lapidato, tre volte naufragai, una notte, e un giorno stetti nel profondo mare» (2 Cor 11,25); e, sopra tutto, «la sollecitudine di tutte le Chiese» (2 Cor 11,28): «Chi è infermo, che non sia io infermo? Chi è scandalizzato, che io non arda?» (2 Cor 11,29). Ricorda perfino la fuga da Damasco, quando fu calato dalle mura in una cesta, «per una finestra fui calato in una sporta dalla muraglia» (2 Cor 11,33), episodio raccontato anche negli Atti.
Nel capitolo 12 arriva alle visioni: «Conosco un uomo in Cristo, il quale quattordici anni fa […] fu rapito quest'uomo fino al terzo cielo» (2 Cor 12,2); «Fu rapito in Paradiso: ed udì arcane parole, che non è lecito ad uomo di proferire» (2 Cor 12,4). Poi parla dello stimolo nella carne e della risposta del Signore. Si dice pronto a dare tutto, «Io però volentierissimo spenderò il mio, e spenderò di più me stesso per le anime vostre» (2 Cor 12,15).
Il capitolo 13 annuncia la terza visita, invita ciascuno a esaminarsi, «Fate saggio di voi medesimi, se siate nella fede» (2 Cor 13,5), e si chiude con un congedo e con la benedizione trinitaria: «siate allegri, siate perfetti, consolatevi, siate concordi, state in pace, e il Dio della pace, e della carità sarà con voi» (2 Cor 13,11); «La grazia del Signor nostro Gesù Cristo, e la carità di Dio, e la partecipazione dello Spirito santo sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). Quest'ultimo versetto porta il numero 13 nella Vulgata, nel Martini e nelle Bibbie italiane; le Bibbie inglesi, che dividono in due il versetto 12, lo numerano 14.
2 Corinzi 12,9: «basta a te la mia grazia»
«mi è stato dato lo stimolo della mia carne, un angelo di satana, che mi schiaffeggi» (2 Cor 12,7). Paolo pregò tre volte per esserne liberato, e il Signore gli rispose: «basta a te la mia grazia: imperocché la potenza mia arriva al suo fine per mezzo della debolezza» (2 Cor 12,9). Le Bibbie moderne traducono "ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza", ed è così che molti cercano il versetto.
I Padri non sono d'accordo sulla natura di questo stimolo. San Giovanni Crisostomo vi vede le persecuzioni e gli avversari suscitati contro l'Apostolo; una lunga tradizione latina, seguendo la parola della Vulgata stimulus carnis, lo ha inteso delle tentazioni della carne; altri pensano a una malattia, che la Lettera ai Galati sembra ricordare (Gal 4,13). L'essenziale è altrove: Dio non ha tolto la prova, ha dato la grazia di portarla, e Paolo conclude: «quando sono debole, allora sono potente» (2 Cor 12,10). È la consolazione di chi soffre una malattia o un'umiliazione che non se ne va.
Quanto al «terzo cielo», sant'Agostino (La Genesi alla lettera, libro XII) e san Tommaso d'Aquino (Somma teologica, II-II, q. 175) vi vedono la visione più alta, intellettuale, con cui Paolo fu elevato per un istante alla contemplazione di Dio, e hanno fatto di questo passo il testo classico sul rapimento mistico. Sul paradiso promesso a chi persevera, leggete il nostro articolo sul paradiso.
Temi e lettura cattolica
Il ministero della riconciliazione. «Iddio era, che riconciliava con seco il mondo in Cristo, non imputando ad essi i loro delitti, ed egli ha incaricati noi della parola di riconciliazione» (2 Cor 5,19). «Facciamo adunque le veci di ambasciadori per Cristo, quasi esortandovi Dio per mezzo di noi. Vi scongiuriamo per Cristo, riconciliatevi con Dio» (2 Cor 5,20). Dio riconcilia per mezzo di Cristo, e affida questo ministero a degli uomini: la tradizione cattolica vi riconosce il fondamento del ministero sacerdotale, e in particolare del sacramento della penitenza, nel quale il sacerdote perdona in nome di Cristo; vedete il nostro articolo sulla confessione. In 2,10 la Vulgata dice in persona Christi, che il Martini traduce «a nome di Cristo»: l'espressione è diventata la formula stessa dell'azione del sacerdote all'altare e nel confessionale.
«Fece per noi peccato». «Il quale fece per noi peccato colui, che non conobbe peccato, affinchè noi diventassimo in lui giustizia di Dio» (2 Cor 5,21). Cristo non è diventato peccatore; sant'Agostino spiega che, secondo l'uso dell'Antico Testamento, dove il sacrificio per il peccato si chiama «peccato», egli è stato fatto vittima per il peccato.
La lettera e lo spirito. Il detto «la lettera uccide, ma lo spirito da vita» non condanna il senso letterale della Scrittura: oppone la legge scolpita sulla pietra, che mostrava il dovere senza dare la forza, allo Spirito che scrive la legge nei cuori. È l'argomento del trattato di sant'Agostino Lo spirito e la lettera (412).
La gloria futura e il giudizio. Paolo desidera lasciare il corpo per abitare presso il Signore, e ricorda che ciascuno riceverà secondo il bene o il male compiuto: l'anima giusta va al Signore senza attendere la fine del mondo, e il giudizio riguarda le opere. È la stessa speranza della Lettera ai Filippesi, dove l'Apostolo è «bramando di essere disciolto, e di esser con Cristo».
L'elemosina. I capitoli 8 e 9 sono la carta dell'elemosina cristiana: dare liberamente, con gioia, a imitazione di Cristo che si è fatto povero, e nella comunione delle Chiese fra loro. Il Messale legge questo passo nella festa del diacono san Lorenzo, il tesoriere dei poveri di Roma.
Versetti celebri della seconda Lettera ai Corinzi
- «il buon odore di Cristo siam noi a Dio» (2 Cor 2,15).
- «Or Signore è lo Spirito: e dove è lo Spirito del Signore, ivi libertà» (2 Cor 3,17).
- «per fede camminiamo, non per visione» (2 Cor 5,7).
- «la carità di Cristo ci stringe» (2 Cor 5,14).
- «Ecco ora il tempo accettevole, ecco ora il giorno della salute» (2 Cor 6,2).
- «Dio ama l'ilare donatore» (2 Cor 9,7).
- «chi si gloria, nel Signore si glorj» (2 Cor 10,17).
- «vi ho sposati per presentarvi, qual pura vergine, a un solo uomo, a Cristo» (2 Cor 11,2).
- «quando sono debole, allora sono potente» (2 Cor 12,10).
La seconda Lettera ai Corinzi nel canone e nella liturgia
Porta lo stesso nome e conta tredici capitoli in tutte le Bibbie. Non è mai stata contestata: i concili di Ippona (393), di Cartagine (397), di Firenze e di Trento (sessione IV, 1546) la contano fra le quattordici Lettere di san Paolo. Nella Vulgata e nel Martini ha 255 versetti; il capitolo 11, con 33 versetti, è il più lungo. Fa seguito alla prima Lettera ai Corinzi, che conviene aver letto prima.
Il Messale del 1962 le chiede l'epistola della domenica di Sessagesima (2 Cor 11,19-12,9), in cui Paolo elenca le sue sofferenze, della I domenica di Quaresima (2 Cor 6,1-10), che fa sentire «Ecco ora il tempo accettevole», e della XII domenica dopo Pentecoste (2 Cor 3,4-9). Dà anche l'epistola di san Lorenzo il 10 agosto (2 Cor 9,6-10), di san Luca evangelista il 18 ottobre (2 Cor 8,16-24), di sant'Atanasio il 2 maggio (2 Cor 4,5-14), della Messa del Comune delle vergini Dilexisti (2 Cor 10,17-11,2), e della Messa votiva della Santissima Trinità (2 Cor 13,11.13). Nel Breviario si legge al Mattutino nella seconda settimana dopo l'Epifania, dopo la prima lettera, e il capitolo 6 ritorna nelle lezioni della prima domenica di Quaresima. Il calendario liturgico permette di ritrovare questi giorni.
Come leggere la seconda Lettera ai Corinzi
Leggetela dopo la prima, tenendo a mente la successione dei fatti: la lettera severa, l'attesa di Tito, la gioia del suo ritorno. Leggete i capitoli 4 e 5 nella prova o nella malattia, i capitoli 8 e 9 prima di donare, e i capitoli 11 e 12 quando l'umiliazione vi sembra troppo pesante: niente consola meglio che vedere l'Apostolo vantarsi delle sue debolezze. All'inizio della Quaresima, il capitolo 6 è la lettura più adatta. Per andare oltre, prendete le trenta omelie di san Giovanni Crisostomo e il commento di san Tommaso d'Aquino. Tutte le lettere di san Paolo sono nella Bibbia di Iter Fidei, con il latino e l'italiano a fronte.
Domande Frequenti
Chi ha scritto la seconda Lettera ai Corinzi?
San Paolo, che si nomina nel primo versetto insieme con Timoteo. Parla in prima persona dall'inizio alla fine e vi racconta la propria vita di apostolo. La Chiesa l'ha sempre ricevuta come sua.
Quando è stata scritta la seconda Lettera ai Corinzi?
Verso il 57, qualche mese dopo la prima lettera, durante il terzo viaggio missionario di san Paolo. Aveva appena ritrovato Tito, che gli portava buone notizie da Corinto.
Dove si trovava san Paolo quando scrisse la seconda Lettera ai Corinzi?
In Macedonia, dopo aver lasciato Efeso e atteso invano Tito a Troade (2 Cor 2,12-13; 7,5-6). Si recò poi in Grecia, a Corinto, dove rimase tre mesi (At 20,2-3).
Di cosa parla la seconda Lettera ai Corinzi?
Della riconciliazione ottenuta da Tito, del perdono al colpevole pentito, del ministero apostolico, «tesoro» portato in «vasi di creta», della colletta per i poveri di Gerusalemme e della difesa di Paolo contro i falsi apostoli che contestavano la sua autorità. Questa varietà spiega i cambiamenti di tono della lettera.
Che cosa significa «basta a te la mia grazia» (2 Corinzi 12,9)?
È la risposta del Signore a Paolo, che chiedeva di essere liberato dallo stimolo nella carne. Dio non toglie sempre la prova, ma dà la grazia di portarla, e la sua forza si mostra nella nostra debolezza: «quando sono debole, allora sono potente».
Che cosa significa 2 Corinzi 5,17?
«Se alcuno pertanto è in Cristo, egli è nuova creatura». Per il battesimo il cristiano è realmente rinnovato dalla grazia santificante: le vecchie cose, il peccato e la vita senza Dio, sono passate, e comincia una vita nuova che deve crescere fino alla gloria.
Che cos'è il terzo cielo di cui parla san Paolo?
In 2 Corinzi 12 Paolo racconta di essere stato rapito fino al terzo cielo, che chiama anche paradiso. I Padri e san Tommaso vi vedono la dimora di Dio e la contemplazione più alta, alla quale l'Apostolo fu elevato per un istante durante la sua vita.
La seconda Lettera ai Corinzi si legge anche versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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