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Il libro di Giona
Il libro di Giona racconta in quattro capitoli la fuga del profeta, la tempesta, il grande pesce, la penitenza di Ninive e la lezione dell'ellera: Nostro Signore ne ha fatto il segno della sua morte e della sua Risurrezione. Qui sotto trovate il testo di mons. Antonio Martini con la Vulgata latina a fronte; la guida che segue spiega chi era Giona, la storia di Giona e la balena, il segno di Giona e il posto del libro nella liturgia.
Leggere Giona: 4 capitoli
Il libro di Giona è il quinto dei dodici profeti minori, fra Abdia e Michea. Non somiglia a nessun altro: invece di oracoli, racconta la storia del profeta stesso, un uomo che fugge da Dio, che Dio raggiunge, e che poi si irrita nel vedere Dio perdonare. Quattro capitoli, quarantotto versetti, eppure uno dei libri dell'Antico Testamento che Nostro Signore ha citato più espressamente. Tutti conoscono “Giona e la balena”; qui troverete il racconto per intero, chi era il profeta, che cosa significa il segno di Giona e come la Chiesa legge e prega questo libro.
Chi era il profeta Giona?
Il libro si apre così: «Il Signore parlò a Giona figliuolo di Amathi» (Gio 1, 1). Lo stesso profeta è nominato nella storia dei re d'Israele: sotto Geroboamo II, i confini del regno furono ristabiliti «secondo la parola del Signore Dio d'Israele pronunziata per bocca del suo servo Giona profeta figliuolo di Amathi, il quale era di Geth, che è in Opher» (IV Re 14, 25, 2 Re nelle Bibbie moderne). Geth-Opher era un borgo della Galilea, nella tribù di Zabulon, non lontano da Nazaret; san Girolamo riferisce che ai suoi tempi vi si mostrava il sepolcro del profeta. Giona visse dunque nell'VIII secolo avanti Cristo, nel regno d'Israele, quando l'Assiria stava diventando la grande potenza dell'Oriente.
Il suo nome in ebraico significa “colomba”. Il libro parla di lui in terza persona e non nomina il suo redattore; la tradizione giudaica e cristiana lo ha ricevuto come opera del profeta o, almeno, come racconto fedele della sua missione. San Girolamo ricorda anche un'antica tradizione dei Giudei secondo la quale Giona sarebbe il figlio della vedova di Sarepta risuscitato da Elia: è soltanto una leggenda. La Chiesa venera Giona come santo profeta, e il Martirologio Romano ne fa memoria il 21 settembre.
Il libro di Giona è una storia vera?
È la domanda che si pone più spesso. La tradizione cattolica ha sempre letto il libro come un racconto storico, e la ragione decisiva è la parola di Cristo. Nostro Signore non evoca una parabola: mette i Niniviti, come la regina del mezzogiorno, fra le persone reali che si leveranno nel giudizio: «Gli uomini di Ninive insorgeranno nel dì del giudizio contro di questa nazione, e la condanneranno: perché essi fecero penitenza alla predicazione dì Giona.
Ed ecco qui uno, che è da più di Giona» (Mt 12, 41). Sant'Agostino, rispondendo ai pagani che deridevano il racconto, sostiene che è realmente accaduto e che è stato scritto per significare Cristo; san Girolamo lo commenta allo stesso modo. Alcuni moderni hanno proposto di leggere il libro come un racconto didattico; la Chiesa non lo ha mai insegnato, e la lettura tradizionale resta la più conforme alle parole del Signore.
Giona e la balena: un pesce o una balena?
Il libro di Giona dice «un gran pesce» (Gio 2, 1), in latino piscem grandem, senza precisare di quale animale si tratti. La «balena» viene dal Vangelo: nel greco di san Matteo il pesce è chiamato kêtos, un grande mostro marino, che la Vulgata rende cetus e il Martini traduce proprio con «balena»: «siccome Giona stette per tre giorni, e per tre notti nel ventre della balena» (Mt 12, 40). Di qui l'espressione popolare “Giona e la balena”, che è dunque perfettamente biblica, purché non si pretenda di sapere la specie del pesce. Il miracolo non è più difficile a Dio della Risurrezione che esso annunzia.
Di cosa parla il libro di Giona? Riassunto
La fuga e la tempesta (capitolo 1)
Dio dice a Giona: «Alzati, e va a Ninive citta grande, ed ivi predica, perchè il clamore di sua malvagità è salito fino a me» (Gio 1, 2). Ninive era la capitale dell'Assiria, la temuta nemica d'Israele. Giona fugge nella direzione opposta: scende a Joppe e s'imbarca per Tharsis, all'estremo Occidente, «fuggendo dalla faccia del Signore» (Gio 1, 3). Il Signore manda sul mare un gran vento; mentre i marinai gettano in mare il carico, «Giona era sceso nel fondo della nave, e dormiva profondamente» (Gio 1, 5).
I marinai pagani gridano ciascuno al suo dio; il pilota sveglia il profeta d'Israele perché invochi il suo: «Che fai tu dormiglione? alzati, e invoca il tuo Dio» (Gio 1, 6). La sorte cade su Giona, che confessa la sua fede: «Io sono Ebreo, e temo il Signore Dio del cielo, e della terra, che fece il mare, e la terra» (Gio 1, 9). Chiede egli stesso di essere gettato in mare (Gio 1, 12). I marinai vi si rassegnano implorando il perdono del Signore, il mare si placa, e questi pagani «concepiron timore grande del Signore; e immolarono ostie al Signore» (Gio 1, 16). Primo paradosso del libro: la fuga del profeta converte dei pagani.
Nel ventre del pesce (capitolo 2)
«E il Signore avea preparato un gran pesce, affinchè questo ingoiasse Giona: e Giona stette nel ventre del pesce tre dì, e tre notti» (Gio 2, 1). Il capitolo 2 è quasi tutto una preghiera, un cantico di ringraziamento intessuto di reminiscenze dei salmi: «Nella mia tribolazione ho alzata la mia voce al Signore, ed egli mi ha esaudito: dal seno del sepolcro ho gridato, e tu hai esaudita la mia voce» (Gio 2, 3).
Il versetto 4, «tutti i tuoi gorghi, e tutti i tuoi flutti mi han ricoperto», riprende quasi alla lettera il salmo 41 (42 nelle Bibbie moderne). Giona scende «sino ai fondamenti delle montagne», eppure: «tu dalla corruzione trarrai la mia vita, o Signore Dio mio» (Gio 2, 7). La preghiera termina con un voto, e il Signore comanda al pesce di rendere il profeta alla riva (Gio 2, 11).
Il Martini, la Vulgata, l'ebraico e la CEI pongono il versetto del pesce in 2, 1 e la preghiera in 2, 2-11; le Bibbie inglesi, e chi le segue, numerano il versetto del pesce 1, 17 e la preghiera 2, 1-10.
La penitenza di Ninive (capitolo 3)
«Il Signore parlò la seconda volta a Giona» (Gio 3, 1). Questa volta obbedisce. Ninive era «una città grande, che aveva tre giorni di cammino» (Gio 3, 3); Giona ne percorre una sola giornata e pronunzia una sola frase: «Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà atterrata» (Gio 3, 4). La risposta è immediata: «i Niniviti credettero a Dio, e intimarono il digiuno, e si vestiron di sacco i grandi, ed i piccoli» (Gio 3, 5).
Il re stesso scende dal trono, si veste di sacco e «si assise sopra la cenere» (Gio 3, 6); il decreto reale estende il digiuno perfino alle bestie e chiede soprattutto che «si converta ciascuno dalla sua cattiva vita» (Gio 3, 8). E Dio perdona: «Dio vide le opere loro, e come si erano convertiti dalla mala loro vita, e Dio ne ebbe compassione, e non fece loro il male, che avea detto di fare» (Gio 3, 10).
L'ira di Giona e la lezione dell'ellera (capitolo 4)
Il capitolo 4 rivela la vera ragione della fuga. Giona si affligge e dice a Dio: «Perocché io so, che tu se' un Dio clemente, e misericordioso, e paziente, e molto compassionevole, e che perdoni il mal fare» (Gio 4, 2). Sapeva che Dio avrebbe perdonato alla nemica d'Israele, e non lo voleva. Chiede di morire, esce dalla città e si siede ad aspettare.
Dio fa allora crescere un'ellera che gli fa ombra (Gio 4, 6), poi la fa seccare per mezzo di un vermicciuolo. Giona se ne addolora fino a desiderare la morte. Il libro si chiude con una domanda di Dio, alla quale il profeta non risponde: «Tu t'inquieti per l'ellera, per cui non hai avuto fatica alcuna […] E io non avrò compassione di Ninive città grande, nella quale sono più di cento venti mila uomini, i quali non sanno discernere dalla mano destra, e la sinistra, e gran numero di giumenti?» (Gio 4, 10-11). La domanda resta posta al lettore.
Qual è il segno di Giona? La lettura cattolica
La figura di Cristo morto e risorto
Agli Scribi e ai Farisei che chiedevano un prodigio, Nostro Signore rispose che «nessun prodigio le sarà conceduto, fuori che quello di Giona profeta. Imperocché siccome Giona stette per tre giorni, e per tre notti nel ventre della balena; così starà il figliuolo dell'uomo per tre giorni, e tre notti nel seno della terra» (Mt 12, 39-40). Giona è così la figura più esplicita della sepoltura e della Risurrezione, che san Paolo annunzia avvenuta «il terzo di secondo le scritture» (1 Cor 15, 4).
I tre giorni si contano alla maniera giudaica, nella quale una parte del giorno vale per il giorno intero: dalla sera del venerdì al mattino di Pasqua. Il grido di Giona «dal seno del sepolcro», che la Vulgata chiama de ventre inferi, è stato letto dai Padri della discesa di Cristo agli inferi, che professiamo nel Credo. I primi cristiani amavano tanto questa figura che essa è fra le più frequenti nell'arte delle catacombe: Giona gettato in mare, rigettato dal mostro, sdraiato all'ombra della sua pianta, immagine della risurrezione e del riposo dei giusti.
La predicazione alle genti
San Luca riferisce l'altro volto del segno: «siccome Giona fu un segno pe' Niniviti: così il Figliuolo dell'uomo sarà un segno per questa generazione» (Lc 11, 30). Giona è il profeta mandato ai pagani, e i pagani lo ascoltano meglio di quanto Israele ascolti Cristo. I Padri vi hanno visto l'annunzio del Vangelo portato ai Gentili dopo la Risurrezione. E Cristo aggiunge «ecco qui più che Giona» (Lc 11, 32): Giona fugge la sua missione, Cristo la compie fino alla croce.
La misericordia di Dio
Il cuore del libro è la formula del capitolo 4, che riprende la rivelazione del Sinai (Es 34, 6) e che anche Gioele cita, «egli è benigno, misericordioso, e paziente» (Gl 2, 13). La minaccia di Dio era condizionata: quando il peccatore si converte, Dio non cambia, è il peccatore che cambia. Dio annunzia il castigo per non doverlo eseguire. Giona rappresenta quelli che vorrebbero limitare la misericordia ai propri; il libro li corregge con una dolcezza quasi sorridente.
Il modello della penitenza
La conversione di Ninive è il modello della penitenza pubblica: fede, digiuno, sacco e cenere, e soprattutto cambiamento di vita. Non è il sacco che tocca Dio, è che «Dio vide le opere loro». La Chiesa propone questo esempio durante la Quaresima, insieme alle opere del digiuno e dell'astinenza.
Che cosa ci insegna Giona?
Il libro insegna anzitutto che non si fugge da Dio: il profeta scende a Joppe, scende nella nave, scende nel fondo della stiva, scende nel mare, e il Signore lo raggiunge in ogni discesa. Insegna poi che Dio si serve perfino della disobbedienza dei suoi per salvare altri, come i marinai. Insegna che nessun popolo è escluso dalla misericordia, nemmeno il nemico più temuto. Infine lascia a ciascuno la domanda finale: vi rallegrate della conversione degli altri, o vi dispiace, come a Giona, che Dio perdoni? Per questo il libro si legge bene prima della confessione: ci rivela il nostro cuore quando giudica quello degli altri.
Versetti celebri del libro di Giona
- Giona 1, 3: «E Giona si mosse per fuggirsene a Tharsis dalla faccia del Signore».
- Giona 1, 9: «Io sono Ebreo, e temo il Signore Dio del cielo».
- Giona 2, 1: «e Giona stette nel ventre del pesce tre dì, e tre notti».
- Giona 2, 3: «dal seno del sepolcro ho gridato, e tu hai esaudita la mia voce».
- Giona 2, 9: «Coloro, che inutilmente rispettano le vanità, abbandonano la loro misericordia».
- Giona 3, 4: «Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà atterrata».
- Giona 3, 9: «Chi sa, che Dio non si ritratti, e ci perdoni, e calmi il furore dell'ira sua, onde non ci faccia perire?»
- Giona 4, 2: «tu se' un Dio clemente, e misericordioso, e paziente».
L'ellera di Giona: una disputa di traduzione
La pianta del capitolo 4 porta in ebraico il nome di qiqayon, una pianta a crescita rapida che molti identificano con il ricino, senza certezza. I Settanta e l'antica versione latina dicevano «zucca» (cucurbita). San Girolamo, non trovando una parola latina esatta, mise hedera, l'edera, e il Martini lo segue con l'antica forma «ellera»: «il Signore Dio avea preparato un'ellera» (Gio 4, 6). Sant'Agostino racconta in una lettera a san Girolamo che un vescovo d'Africa, a Oea, avendo fatto leggere la nuova traduzione, provocò un tumulto nel suo popolo, affezionato alla zucca dell'antica versione. L'episodio mostra quanto i fedeli conoscessero il testo della Scrittura attraverso la liturgia.
Giona nel canone e nella liturgia
Giona è un libro protocanonico, ricevuto dagli Ebrei e da tutti i cristiani, e nominato dal Concilio di Trento, nella sessione IV (1546), fra i dodici profeti minori. Il libro di Tobia ricorda la parola pronunziata contro Ninive: «Ell'è imminente la rovina di Ninive, imperocchè non cade per terra la parola del Signore» (Tb 14, 6), e più tardi il profeta Naum annunzia la caduta della città, ricaduta nei suoi delitti.
Nel Messale del 1962 la lezione della Messa del lunedì di Passione è Giona 3, 1-10, la penitenza di Ninive, all'ingresso del tempo di Passione. Il Vangelo del mercoledì delle Tempora di Quaresima è Matteo 12, 38-50, dove il Signore dà il segno di Giona. Nel Breviario romano se ne legge l'inizio (Giona 1, 1-12) al Mattutino del sabato dopo la IV domenica di novembre, dopo Amos e Abdia; l'Ufficio del giorno è nel Breviario, e i giorni dell'anno nel calendario liturgico.
Come leggere il libro di Giona
Il libro si legge in un quarto d'ora. Leggete il capitolo 1 per la tempesta e la fede dei marinai; il capitolo 2 lentamente, come una preghiera, magari in un momento di prova; il capitolo 3 come un modello di penitenza; il capitolo 4 come una domanda rivolta a voi. Aprite poi Matteo 12 e Luca 11 per ascoltare il Signore spiegare il segno. Il latino a fronte conserva le parole di san Girolamo: praedicaverunt jejunium, «intimarono il digiuno».
Domande Frequenti
Chi era Giona nella Bibbia?
Giona, figlio di Amathi, era un profeta del regno d'Israele, nato a Geth-Opher in Galilea, vissuto nell'VIII secolo avanti Cristo sotto il re Geroboamo II, come attesta il IV libro dei Re. Dio lo mandò a predicare la penitenza a Ninive, capitale dell'Assiria; egli fuggì, fu inghiottito da un grande pesce e poi obbedì. Il suo nome significa “colomba”.
Chi ha scritto il libro di Giona?
Il libro non nomina il suo redattore e parla di Giona in terza persona. La tradizione lo ha ricevuto come opera del profeta Giona o, almeno, come racconto fedele della sua missione.
Giona è stato davvero inghiottito da una balena?
Il libro di Giona dice «un gran pesce»; la parola balena viene dal Vangelo di san Matteo, dove il Martini traduce così il latino cetus, mostro marino. La tradizione cattolica ritiene il racconto storico, anzitutto perché Nostro Signore ne parla come di un fatto reale, e vede nel miracolo la figura della Risurrezione.
Qual è il segno di Giona?
È l'unico segno che Gesù promise ai Farisei: come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo sarebbe stato tre giorni nel seno della terra. Il segno di Giona è dunque la morte, la sepoltura e la Risurrezione di Cristo, e insieme la predicazione di penitenza che, come a Ninive, chiama le genti alla conversione.
Perché Giona non voleva andare a Ninive?
Lo dice egli stesso al capitolo 4: sapeva che Dio è «clemente, e misericordioso» e che avrebbe perdonato a Ninive se si fosse pentita. Non voleva che la nemica d'Israele fosse risparmiata. Il libro corregge questo zelo ristretto mostrando la misericordia di Dio per tutti i popoli.
Quanto tempo rimase Giona nel ventre del pesce?
Tre giorni e tre notti, secondo Giona 2, 1. Nostro Signore riprende esattamente questa durata per annunziare la sua sepoltura, contata alla maniera giudaica, in cui una parte del giorno vale per un giorno intero.
Quando si legge il libro di Giona a Messa?
Nel Messale del 1962 Giona 3, 1-10 è la lezione del lunedì di Passione, e il Vangelo del segno di Giona si legge il mercoledì delle Tempora di Quaresima. Nel Breviario se ne legge il primo capitolo (versetti 1-12), al Mattutino del sabato dopo la IV domenica di novembre.
Leggete il libro di Giona versetto per versetto, il Martini con il latino a fronte, anche nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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