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Il libro di Abacuc
Il libro di Abacuc, ottavo dei profeti minori, è un dialogo fra il profeta e Dio sullo scandalo del male: perché il giusto soffre, perché Dio si serve dei Caldei? La risposta sta in una frase che san Paolo riprenderà, «il giusto nella fede sua viverà», e il libro si chiude con un cantico che la Chiesa canta alle Lodi e il Venerdì santo. Qui sotto trovate i tre capitoli nel testo del Martini con la Vulgata a fronte; la guida spiega chi era il profeta, quando scrisse, il riassunto e la lettura cattolica.
Leggere Abacuc: 3 capitoli
Abacuc è l'ottavo dei dodici profeti minori, fra Naum e Sofonia. Il suo libro è unico fra i profeti: invece di portare al popolo la parola di Dio, il profeta porta a Dio la domanda del popolo. Perché trionfa l'ingiustizia? Perché Dio tace? Tre capitoli bastano per passare dal lamento all'adorazione, e per dare al Nuovo Testamento uno dei suoi testi fondamentali. Ecco ciò che si sa del profeta, del suo tempo e del suo messaggio.
Chi era il profeta Abacuc?
Il libro si presenta come l'«Annunzio grave rivelato ad Habacuc profeta» (Ab 1, 1), e il capitolo 3 come l'«Orazione di Habacuc Profeta per le ignoranze» (Ab 3, 1). Il Martini scrive Habacuc, come la Vulgata; le Bibbie italiane moderne scrivono Abacuc. Il libro gli dà il titolo di profeta, cosa rara nelle intestazioni dei profeti minori, ma non dice nulla della sua patria, di suo padre o del re sotto cui visse.
Il nome è oscuro. San Girolamo lo interpretava come colui che abbraccia, e vedeva nel profeta un uomo che stringe Dio nella lotta della preghiera. In italiano lo si pronuncia di solito con l'accento sulla prima sillaba, Àbacuc, ma si sente anche Abacùc.
Il libro di Daniele, nella sua parte deuterocanonica, racconta un episodio in cui compare un profeta con lo stesso nome: «Or il profeta Habacuc stava nella Giudea, ed egli avea cotta una polenda, e fatte delle schiacciate in una teglia, e andava al campo per portarle ai mietitori» (Dn 14, 32).
L'angelo del Signore gli ordina di portare quel cibo a Daniele, chiuso nella fossa dei leoni a Babilonia; e poiché Abacuc risponde di non conoscere né Babilonia né la fossa, l'angelo «lo prese alla cima del suo capo, e pe' capelli della sua testa» e lo depose sopra la fossa (Dn 14, 35). È l'“Abacuc e l'angelo” che tanti pittori hanno rappresentato. La tradizione ha spesso identificato i due Abacuc; la cronologia fa difficoltà, perché Daniele è gettato ai leoni sotto Ciro, alcuni decenni dopo l'epoca probabile del nostro profeta, e la questione resta aperta.
Il Martirologio Romano ne fa memoria il 15 gennaio insieme al profeta Michea, e ricorda che i loro corpi furono ritrovati per divina rivelazione sotto Teodosio il Grande.
Il profeta Abacuc di Donatello e il “vecchio bacucco”
Chi cerca “profeta Abacuc” in Italia trova spesso Firenze. Fra le statue di profeti scolpite da Donatello per il campanile di Giotto, negli anni Venti e Trenta del Quattrocento, la tradizione identifica con Abacuc il celebre Zuccone, così chiamato per la testa calva; oggi è conservato, con il Geremia dello stesso autore, nel Museo dell'Opera del Duomo. Il Vasari racconta che Donatello, quando voleva essere creduto, giurava sulla fede che portava al suo Zuccone.
Anche l'espressione “vecchio bacucco”, secondo l'etimologia più comune, verrebbe dal nome del profeta, che l'arte raffigurava volentieri come un vegliardo. Il libro, invece, non dice nulla della sua età.
Quando è stato scritto il libro di Abacuc?
Il testo nomina lo strumento del castigo: «Perocché ecco che io farò muoversi i Caldei, gente cruda, e agile, che scorre tutta quanta la terra» (Ab 1, 6). I Caldei, cioè i Babilonesi, divennero la potenza dominante dell'Oriente dopo la caduta di Ninive (612) e soprattutto dopo la vittoria di Carchemis sull'Egitto (605). Dio annunzia la loro venuta come una cosa «la quale da nissuno sarà creduta, quando si annunzierà» (Ab 1, 5), ma il profeta li descrive già come conquistatori temuti.
Gli autori cattolici hanno proposto tre date: la fine del regno di Manasse, nel VII secolo, secondo un'antica cronaca giudaica; il regno di Giosia; oppure, più spesso, il regno di Ioakim, verso il 605-600 avanti Cristo, quando i Caldei erano insieme una minaccia imminente per Giuda e dei vincitori già famosi. Quest'ultima data fa di Abacuc un contemporaneo di Geremia, che visse la stessa invasione a Gerusalemme. La Chiesa non ha definito nulla su questo punto.
Di cosa parla il libro di Abacuc? Riassunto
Il libro conta tre capitoli e cinquantasei versetti, con la stessa divisione nella Vulgata e nelle Bibbie moderne.
Primo dialogo: perché l'ingiustizia? (capitolo 1, 1-11)
Il capitolo 1 si apre con un lamento: «Fino a quando, o Signore, griderò io, e tu non mi esaudirai?» (Ab 1, 2). Il profeta vede intorno a sé la violenza e la corruzione dei giudici: «è straziata la legge, e non arriva al suo fine il giudizio; perocché l'empio ne può più, che il giusto» (Ab 1, 4). Dio risponde che agirà, in modo inatteso: suscita i Caldei. Il loro ritratto è impressionante: «I suoi cavalli son più leggeri dei pardi, e più veloci, che i lupi sul far della notte» (Ab 1, 8). Ma la loro forza diventerà il loro peccato: «tale è la possanza di quel suo Dio» (Ab 1, 11), cioè la loro potenza è il loro dio.
Secondo dialogo: perché per mezzo degli empi? (capitolo 1, 12 - 2, 4)
La risposta aggrava la domanda. Come può il Dio santo servirsi di uomini peggiori di Giuda? «Gli occhi tuoi son mondi, né tu puoi vedere il male, e tu non potrai mirare in faccia l'iniquità. Perchè volgi tu lo sguardo a que', che fanno del male» (Ab 1, 13)? Il conquistatore tratta gli uomini «come de' pesci del mare» (Ab 1, 14), li prende con la rete, e poi «offerirà vittime alla sua sagena» (Ab 1, 16).
Il profeta si apposta allora come una sentinella: «Io starò vegliante a far la mia sentinella, pianterò il piede sul forte per vedere quello, che a me dirassi» (Ab 2, 1). Dio risponde: «Scrivi la visione, e stendila sopra le tavolette, affinchè chi la legge, la scorra agevolmente» (Ab 2, 2), perché la visione si compirà a suo tempo: «Se differirà, tu aspettalo; perocché il venturo verrà, e non tarderà» (Ab 2, 3). Ed ecco il cuore del libro: «Ma chi è incredulo, non ha in se un'anima giusta. Il giusto poi nella fede sua viverà» (Ab 2, 4).
I cinque “guai” (capitolo 2, 5-20)
Il resto del capitolo 2 è una satira in cinque “guai”, che i popoli oppressi canteranno contro il loro oppressore. Guai «a chi accumula roba non sua» (Ab 2, 6); a chi alza il suo nido con l'avarizia, perché «i sassi alzeran le voci dalla muraglia» (Ab 2, 11); «a chi edifica una città a forza di sangue sparso» (Ab 2, 12); a chi ubriaca il suo amico per vederlo nudo (Ab 2, 15); a chi «dice al legno: Svegliati» (Ab 2, 19).
In mezzo ai guai brilla una promessa universale: «la terra sarà inondata, come l'alveo del mare è coperto dalle acque, affinchè sia conosciuta la gloria del Signore» (Ab 2, 14), eco di Isaia: «la scienza del Signore riempie la terra, come le acque riempiono il mare» (Is 11, 9). Il capitolo si chiude nel silenzio dell'adorazione: «Ma il Signore è nel suo tempio santo. Dinanzi a lui si taccia la terra» (Ab 2, 20).
Il cantico di Abacuc (capitolo 3)
Il capitolo 3 è un salmo, l'orazione «per le ignoranze», cioè, secondo la Vulgata, per i peccati commessi per ignoranza. Comincia con il timore e la supplica: «Udii, o Signore, il tuo annunzio, e ne ebbi timore. Signore, a quell'opra tua dà esistenza nel mezzo degli anni» (Ab 3, 2).
Poi canta una teofania: «Iddio verrà dall'Austro, e il santo dal monte di Pharan» (Ab 3, 3); il suo splendore è come la luce (Ab 3, 4), «le vetuste montagne furono stritolate» (Ab 3, 6), «Il sole, e la luna si stettero ai loro posti» (Ab 3, 11). Tutta la storia dell'Esodo e della conquista è riletta come la marcia del Dio guerriero che salva il suo popolo: «Ti movesti per salvare il tuo popolo, per salvarlo tu col tuo Cristo» (Ab 3, 13).
Il finale, i versetti 17-19, è una delle più belle professioni di fede dell'Antico Testamento. Anche se tutto manca: «il fico non fiorirà, e la vigna non butterà. L'ulivo non manterrà fede col frutto» (Ab 3, 17), «Ma io mi rallegrerò nel Signore, ed esulterò in Dio, mio Gesù» (Ab 3, 18). E il profeta conclude: «Il Signore Dio, mia fortezza: ed egli mi darà piedi come di cervo» (Ab 3, 19).
Temi e lettura cattolica
Il giusto vivrà per la fede
San Paolo cita Abacuc 2, 4 tre volte. Nella lettera ai Romani ne fa la chiave del Vangelo: «la giustizia di Dio per esso si manifesta di fede in fede: conforme sta scritto: il giusto vive di fede» (Rm 1, 17). Lo riprende ai Galati: «il giusto vive per la fede» (Gal 3, 11), e la lettera agli Ebrei lo applica alla perseveranza nell'attesa del Signore: «ancora un tantino, e quegli, che dee venire, verrà, e non tarderà. Ma il mio giusto vive di fede» (Eb 10, 37-38).
In Abacuc la fede è la fedeltà fiduciosa di chi aspetta Dio quando Dio sembra tardare. La Chiesa cattolica legge questo versetto alla luce di tutta la Scrittura: il Concilio di Trento, nella sessione VI, insegna che la fede è il principio dell'umana salvezza, il fondamento e la radice di ogni giustificazione, ma una fede viva, che opera per mezzo della carità, e non la sola fiducia di essere giustificati. La Vulgata dice justus autem in fide sua vivet: il giusto vivrà nella sua fede.
Lo scandalo del male e la pazienza di Dio
Abacuc osa interrogare Dio, e Dio non lo rimprovera: gli insegna ad aspettare. Il libro è così il modello della preghiera degli afflitti: lamento franco, attesa vigilante sulla torre, adorazione silenziosa. San Paolo, ad Antiochia di Pisidia, cita ancora Abacuc 1, 5 per ammonire i suoi uditori a non disprezzare l'opera che Dio compie: «fo io un'opera ne' vostri giorni, opera, che voi non crederete, se alcuno ve la racconterà» (At 13, 41).
Cristo nel cantico
Sant'Agostino dedica un capitolo della Città di Dio (XVIII, 32) all'orazione di Abacuc e la legge tutta di Cristo, della sua venuta e della sua croce. Commenta l'antico testo del versetto 2, quello dei Settanta e della versione latina antica: in medio duorum animalium cognosceris, sarai conosciuto in mezzo a due animali, che egli intende di Cristo riconosciuto fra i due Testamenti, o fra i due ladroni, o fra Mosè ed Elia sul monte. La pietà cristiana ha accostato questo testo al bue e all'asino del presepio, insieme a quello di Isaia: «Il bue distingue il suo padrone, e l'asino la greppia del suo signore» (Is 1, 3). La Vulgata di san Girolamo, fatta sull'ebraico, dice altrimenti, in medio annorum vivifica illud, e il Martini traduce «nel mezzo degli anni».
La Vulgata nomina poi il Salvatore in due luoghi, e il Martini la segue alla lettera: «col tuo Cristo» al versetto 13 e «in Dio, mio Gesù» al versetto 18, dove Gesù vuol dire Salvatore. La parentela con il cantico della Vergine è evidente: «Ed esulta il mio spirito in Dio mio salvatore» (Lc 1, 47). Vedete la nostra pagina sul Magnificat.
Versetti celebri di Abacuc
- Abacuc 1, 2: «Fino a quando, o Signore, griderò io, e tu non mi esaudirai?»
- Abacuc 1, 13: «Gli occhi tuoi son mondi, né tu puoi vedere il male».
- Abacuc 2, 3: «Se differirà, tu aspettalo; perocché il venturo verrà, e non tarderà». La lettera agli Ebrei lo riferisce alla venuta di Cristo.
- Abacuc 2, 4: «Il giusto poi nella fede sua viverà».
- Abacuc 2, 14: «affinchè sia conosciuta la gloria del Signore».
- Abacuc 2, 20: «Ma il Signore è nel suo tempio santo. Dinanzi a lui si taccia la terra».
- Abacuc 3, 2: «quando ti sarai adirato, ti ricorderai della misericordia».
- Abacuc 3, 17-19: «Ma io mi rallegrerò nel Signore, ed esulterò in Dio, mio Gesù».
Abacuc nel canone e nella liturgia
Abacuc è un libro protocanonico, ricevuto dagli Ebrei e da tutti i cristiani; il Concilio di Trento, nella sessione IV (1546), lo nomina fra i dodici profeti minori. L'episodio di Abacuc e Daniele appartiene invece alle parti deuterocanoniche di Daniele, ricevute come Scrittura dallo stesso Concilio.
La Chiesa ha dato al cantico di Abacuc un posto d'onore:
- Il Venerdì santo. Nella liturgia del 1962, dopo la prima lettura, tratta da Osea (6, 1-6), si canta il responsorio Domine, audivi auditum tuum, et timui, preso dal capitolo 3 di Abacuc. Conserva l'antica versione latina, con i due animali: In medio duorum animalium innotesceris. La nostra pagina sul Venerdì santo descrive questa liturgia.
- Le Lodi del venerdì. Nel Breviario Romano il cantico intero è il quarto delle Lodi II del venerdì, quelle delle ferie dei tempi di penitenza, con l'antifona Cum iratus fueris, Domine, misericordiae recordaberis. Alle Lodi del Venerdì santo lo stesso cantico è preceduto dall'antifona Cum conturbata fuerit anima mea, Domine, misericordiae memor eris. Sulla preghiera delle Ore vedete la nostra pagina sulla Liturgia delle Ore; l'ufficio del giorno è nel Breviario.
- San Giovanni da Capestrano. L'introito della sua Messa, il 28 marzo, è preso da Abacuc 3, 18-19: Ego autem in Domino gaudebo: et exsultabo in Deo Jesu meo. Vedete la nostra pagina su san Giovanni da Capestrano.
- Il martedì della settimana di Passione, la lettura della Messa è il racconto di Daniele nella fossa dei leoni (Dn 14, 27-42), con Abacuc portato dall'angelo.
- Il Mattutino di novembre. Le tre lezioni del martedì dell'ultima settimana prima dell'Avvento, dopo Naum, ne leggono l'inizio (1, 1-10), quando l'ufficio è della feria.
Come leggere il libro di Abacuc
Leggete i primi due capitoli come un dialogo, distinguendo le voci: il profeta, poi Dio, poi di nuovo il profeta. Fermatevi a 2, 1-4 e rileggetelo con il capitolo 1 della lettera ai Romani. Pregate il capitolo 3 come un salmo, meglio ancora in una prova, terminando con i versetti 17-19, che insegnano la gioia quando tutto manca. Il latino a fronte permette di seguire le parole che la Chiesa canta: cum iratus fueris, misericordiae recordaberis.
Domande Frequenti
Chi era Abacuc nella Bibbia?
Un profeta di Giuda di cui il libro dà solo il nome e il titolo di profeta. Visse probabilmente alla fine del VII secolo avanti Cristo, quando si levavano i Caldei. La tradizione l'ha spesso identificato con l'Abacuc che, secondo Daniele 14, un angelo portò a Babilonia per nutrire Daniele nella fossa dei leoni.
Di cosa parla il libro di Abacuc?
È un dialogo fra il profeta e Dio sul male: perché regna l'ingiustizia, e perché Dio castiga Giuda per mezzo di un popolo ancora più empio? Dio risponde che la visione si compirà a suo tempo e che «Il giusto poi nella fede sua viverà». Il libro termina con un cantico di fiducia e di gioia in Dio.
Che cosa significa Abacuc 2, 3?
«Se differirà, tu aspettalo; perocché il venturo verrà, e non tarderà.» Dio chiede al profeta di attendere con fiducia il compimento della visione, anche se sembra lontano. La lettera agli Ebrei legge “il venturo” come una persona, Cristo che deve venire, e ne fa un invito alla perseveranza.
Che cosa significa “il giusto vivrà per la fede”?
In Abacuc è la promessa che chi resta fedele e fiducioso verso Dio nella prova avrà la vita. San Paolo cita il versetto ai Romani e ai Galati per mostrare che la giustificazione viene dalla fede in Cristo, e la lettera agli Ebrei per esortare alla perseveranza. La Chiesa insegna che la fede che giustifica è una fede viva, animata dalla carità.
Che cos'è il cantico di Abacuc?
È il capitolo 3 del libro, una preghiera in forma di salmo in cui il profeta canta la venuta di Dio per salvare il suo popolo e proclama la sua fiducia anche se tutto viene a mancare. Il Breviario Romano lo fa cantare alle Lodi del venerdì nei tempi di penitenza e il Venerdì santo, e un suo brano forma il responsorio dopo la lettura di Osea nella liturgia del Venerdì santo.
Da dove viene l'espressione “vecchio bacucco”?
Secondo l'etimologia più diffusa, dal nome del profeta Abacuc, rappresentato dagli artisti come un vecchio. È un uso popolare: la Scrittura non dice nulla della sua età.
Leggete il libro di Abacuc versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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