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Le Lamentazioni di Geremia
Cinque canti funebri su Gerusalemme distrutta da Babilonia, che la Chiesa attribuisce al profeta Geremia e canta ogni anno nell'Ufficio delle Tenebre della Settimana Santa. Qui sotto trovate i cinque capitoli nel testo di mons. Martini con la Vulgata latina a fronte; la guida spiega chi ha scritto il libro, la sua forma alfabetica, il riassunto dei capitoli, il senso cristiano e il suo posto nella liturgia.
Leggere Lamentazioni: 5 capitoli
Le Lamentazioni sono uno dei libri più brevi dell'Antico Testamento: cinque capitoli e centocinquantaquattro versetti. Sono anche uno dei più lavorati. Quattro dei cinque canti sono acrostici alfabetici, e tutti tornano sulla stessa scena: Gerusalemme in rovina, il Tempio bruciato, il profeta seduto tra le macerie. Nella Bibbia cattolica il libro segue la profezia di Geremia e precede il libro di Baruc. La Vulgata lo intitola Threni, id est Lamentationes Jeremiae Prophetae: dal greco thrênoi, “canti di lutto”, viene il nome di Treni con cui i libri liturgici lo citano (e che i cruciverba chiedono sotto la voce “bibliche lamentazioni”). Con questo titolo la Chiesa lo canta ogni anno nelle tre notti sante che precedono la Pasqua.
Chi ha scritto le Lamentazioni?
La Chiesa ha ricevuto le Lamentazioni come opera del profeta Geremia, il “profeta del pianto” che aveva esclamato: «Chi darà acqua alla mia testa, e agli occhi miei una fontana di lagrime, e piangerò di, e notte gli uccisi della figlia del popol mio?» (Ger 9,1). La traduzione greca dei Settanta, e dopo di essa la Vulgata, pongono in capo al libro una breve prefazione: dopo che Israele fu condotto in schiavitù e Gerusalemme rimase deserta, sedit Jeremias propheta flens, il profeta Geremia sedette piangendo e fece questo lamento sopra la città. La prefazione resta fuori dalla numerazione dei versetti e dallo schema alfabetico, ma esprime la tradizione più antica, confermata dalla parafrasi aramaica e dal Talmud.
Le ragioni di questa tradizione
La Scrittura conosce già Geremia come autore di lamenti. Quando il re Giosia cadde a Mageddo, il II libro dei Paralipomeni (2 Cronache nelle Bibbie moderne) ricorda che Geremia compose su di lui dei canti funebri, e aggiunge: «Elle si trovano scritte tralle lamentazioni» (2 Cr 35,25).
I canti hanno l'accento di un testimone. La fame dell'assedio (Lam 4,10), i rimproveri ai falsi profeti (Lam 2,14), lo sguardo rivolto invano «ad una nazione, che non poteva salvarci» (Lam 4,17): tutto richiama l'uomo che aveva predicato per le strade di Gerusalemme per stornare il disastro che ora piange, e che aveva combattuto l'alleanza con l'Egitto.
I Padri lo uniscono a Geremia. Sant'Atanasio, nella trentanovesima lettera festale, conta in un solo libro Geremia con Baruc, le Lamentazioni e la Lettera; san Cirillo di Gerusalemme fa lo stesso nelle Catechesi. San Girolamo, scrivendo a Paolino, ricorda che Geremia percorse quattro volte l'alfabeto nelle sue Lamentazioni.
Molti autori moderni dubitano della paternità di Geremia e attribuiscono i canti a uno o più poeti anonimi della stessa epoca. Lo si può segnalare, ma nessun argomento decisivo ha scosso la tradizione.
Le Lamentazioni non sono di Davide
Chi cerca le “lamentazioni di Davide” trova un altro testo: il canto funebre di Davide sopra Saul e Gionata, «come son eglino morti questi campioni?» (2 Sam 1,19), nel II libro dei Re (2 Samuele). È un lamento biblico celebre, ma non appartiene a questo libro, che piange la Gerusalemme di quattro secoli più tardi.
Quando sono state scritte le Lamentazioni?
Il libro è stato scritto all'indomani della presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, re di Babilonia, nel 587 o 586 avanti Cristo secondo i computi. Il racconto si legge nell'ultimo capitolo del IV libro dei Re (2 Re 25) e nel capitolo 52 di Geremia: la città affamata da un assedio di diciotto mesi, la breccia nelle mura, il re Sedecia accecato e deportato, il Tempio e la reggia dati alle fiamme. I canti sembrano risalire ai primi anni successivi, scritti per il piccolo resto rimasto tra le rovine e per gli esuli, e fatti per essere cantati.
Che cosa sono Aleph, Beth, Ghimel?
I capitoli 1, 2 e 4 contano ventidue versetti ciascuno, e ogni versetto comincia con la lettera successiva dell'alfabeto ebraico. Il Martini, come la Vulgata, conserva il nome della lettera in testa al versetto: Aleph, Beth, Ghimel, Daleth… Il capitolo 3 conta sessantasei versetti, perché ogni lettera ne apre tre di seguito. Il capitolo 5 ha ancora ventidue versetti, ma senza acrostico, e porta un titolo proprio: «Orazione di Geremia profeta» (Lam 5,1). La stessa forma si ritrova nel salmo 118 della Vulgata, 119 dell'ebraico, dove ogni lettera governa otto versetti. L'alfabeto dà un ordine al dolore: lo conduce dalla prima all'ultima lettera, come per dire che si è pianto tutto, da aleph a thau.
Di cosa parla il libro delle Lamentazioni? Riassunto
Il libro si compone di cinque canti, che vanno dalla desolazione nuda alla confessione e alla preghiera.
La città rimasta vedova (capitolo 1)
Il primo canto si apre con il versetto più celebre del libro: «Come mai siede solitaria la città già piena di popolo, la signora delle nazioni è come vedova» (Lam 1,1). Nei versetti 1-11 il poeta descrive Sion: «le sue lagrime bagnano le sue guance» (Lam 1,2), gli amici sono diventati nemici, i pagani sono entrati nel santuario, e tutto questo «per le molte sue iniquità» (Lam 1,5). Nei versetti 12-22 parla Gerusalemme stessa: «O voi tutti, che passate per questa strada, ponete mente, e vedete, se v' ha dolor simile al mio dolore» (Lam 1,12). E riconosce che la sua rovina è giusta: «Giusto è il Signore, perchè io violando la sua parola lo esacerbai» (Lam 1,18).
L'ira del Signore (capitolo 2)
Il secondo canto guarda alla causa del disastro: «Come mai il Signore nel furor suo ha coperta di caligine la figliuola di Sion?» (Lam 2,1). «Il Signore è diventato come nemico» (Lam 2,5); «Il Signore ha rigettato il suo altare, ha maledetto il suo santuario» (Lam 2,7). Il poeta cerca un paragone per una tale rovina e non lo trova: «Grande qual mare è la tua afflizione: chi appresterà a te medicina?» (Lam 2,13). I falsi profeti ne portano la colpa, perché non svelavano l'iniquità del popolo «per muoverti a penitenza» (Lam 2,14). E la città è invitata a pregare nella notte: «spandi com' acqua il cuor tuo al cospetto del Signore» (Lam 2,19).
L'uomo del dolore e le misericordie del Signore (capitolo 3)
Il terzo canto è il cuore del libro. Vi parla un uomo solo: «Uom son io, che conosco la mia miseria sotto la verga dell'ira di lui» (Lam 3,1). È stato condotto nelle tenebre, murato, abbeverato di amarezza: «Mi ha ripieno di amarezza, mi ha inebriato di assenzio» (Lam 3,15). Poi, al versetto 21, si volge alla speranza: «Queste cose riandando in cuor mio, per questo io spererò» (Lam 3,21).
Segue la grande confessione della misericordia: «Misericordia del Signore ell'è, che noi non siamo consunti: perchè non son mai venute meno le sue misericordie» (Lam 3,22), e l'appello a tutto il popolo: «Disaminiamo, e facciam ricerca de' nostri andamenti, e torniamo al Signore» (Lam 3,40). Dal fondo della fossa egli invoca il nome di Dio e riceve risposta: «dicesti: Non temere» (Lam 3,57).
L'oro oscurato (capitolo 4)
Il quarto canto torna all'assedio: «Come mai si è oscurato l'oro, il suo bel colore si è cangiato» (Lam 4,1). «i fanciulli domandavan del pane, e non era chi lor lo spezzasse» (Lam 4,4); quelli «che erano stati allevati nella porpora, hanno brancicato lo sterco» (Lam 4,5). L'iniquità del popolo è stata «maggiore […] che il peccato di Sodoma» (Lam 4,6), e il poeta ne nomina la causa: «Pe' peccati, e pelle iniquità de' suoi profeti, e de' suoi sacerdoti» (Lam 4,13). Anche il re, l'unto del Signore, è stato preso (Lam 4,20). Il canto si chiude però su una promessa: «La tua iniquità ha un termine, o figlia di Sion: ei non ti farà più cangiar di paese» (Lam 4,22).
L'orazione di Geremia (capitolo 5)
L'ultimo capitolo è una preghiera di tutto il popolo: «Ricorditi, o Signore, di quel, che è a noi avvenuto: mira, e considera la nostra ignominia» (Lam 5,1). Elenca le perdite: «La nostra eredità è andata in mano a' forestieri» (Lam 5,2), gli orfani, le vedove, l'acqua comprata a prezzo di denaro. Confessa: «guai a noi, che abbiamo peccato» (Lam 5,16), e si innalza fino alla fede: «Ma tu, o Signore, sarai in eterno, il tuo trono per tutte quante le generazioni» (Lam 5,19). La sua ultima domanda è passata nella preghiera della Chiesa: «Convertici a te, o Signore, e noi ci convertiremo, rinnovella tu i nostri giorni, come da principio» (Lam 5,21); in latino, Converte nos, Domine, ad te, et convertemur.
Significato delle Lamentazioni: temi e lettura cattolica
Il peccato è la causa della rovina, e Dio è giusto. Il libro non accusa mai Dio di ingiustizia. Nomina di continuo la causa: «Peccato grande fu il peccato di Gerusalemme» (Lam 1,8). È una scuola di contrizione, che insegna all'anima a dire: «Perchè mai uomo vivente querelavasi dell'effetto de' suoi peccati?» (Lam 3,39).
Il dolore non è l'ultima parola di Dio. «Perocché non per sempre rigetterà da se il Signore. […] Perocché se egli ci ha rigettati, avrà anche pietà secondo le molte sue misericordie» (Lam 3,31-32). Gli stessi versetti insegnano la pazienza: «Buona cosa è l'aspettare in silenzio la salute di Dio» (Lam 3,26).
Il pianto di Gerusalemme annunzia la Passione. I Padri e la liturgia hanno letto questo libro di Cristo, vero Tempio distrutto dai peccati del popolo: Nostro Signore infatti «parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,21), e la Chiesa ha cantato sulla sua morte i lamenti che piangevano le rovine del Tempio. L'uomo del capitolo 3, che «Porgerà la guancia a chi lo percuote: sarà satollato d'ignominie» (Lam 3,30), è il Cristo della Passione, il Servo di Isaia che dice: «Ho dato il corpo mio a que', che mi percuotevano, e le mie guancie a quei che mi strappavan la barba» (Is 50,6).
Il versetto 20 del capitolo 4, detto alla lettera del re di Giuda, suona nel Martini così: «Il Cristo, il Signore, spirito di nostra bocca è stato preso pe' nostri peccati» (Lam 4,20); la Vulgata legge Christus Dominus, e la tradizione vi ha letto il Cristo preso per i nostri peccati. Gesù stesso, avvicinandosi alla città, «rimirandola pianse sopra di lei» (Lc 19,41).
La Madonna Addolorata. La pietà cristiana ha posto da secoli l'«O voi tutti, che passate» sulle labbra della Madre ritta ai piedi della Croce, la cui anima fu trafitta dalla spada. La liturgia stessa lo fa, come vedremo, nella festa dei Sette Dolori; il nostro articolo sulla Madonna Addolorata ne racconta la devozione.
Versetti celebri delle Lamentazioni
- Lamentazioni 1,1: «Come mai siede solitaria la città già piena di popolo». La prima parola ebraica, Ekha, “come mai!”, dà il nome al libro nella Bibbia ebraica.
- Lamentazioni 1,12: «O voi tutti, che passate per questa strada, ponete mente, e vedete, se v' ha dolor simile al mio dolore». In latino O vos omnes qui transitis per viam, messo in musica da molti compositori per la Settimana Santa.
- Lamentazioni 3,22-24: «Delle nuove ne sono ogni mattina: grandemente fedele se' tu. […] Mia porzione è il Signore, disse l'anima mia: per questo io lo aspetterò».
- Lamentazioni 3,41: «Alziamo al cielo insiem colle mani i cuori nostri al Signore», in cui molti hanno sentito un'eco del Sursum corda della Messa.
- Lamentazioni 3,55: «Invocai il nome tuo o Signore, dalla fossa profonda», che fa eco al De profundis.
- Lamentazioni 5,21: «Convertici a te, o Signore, e noi ci convertiremo».
Le Lamentazioni nel canone e nella liturgia
Le Lamentazioni sono un libro protocanonico, ricevuto dagli Ebrei come dai cristiani. La Settanta e la Vulgata le pongono tra i profeti, subito dopo Geremia; la Bibbia ebraica più tarda le colloca tra gli “Scritti”, come uno dei cinque rotoli, e gli Ebrei le leggono nel digiuno del 9 di Av, che piange la distruzione del Tempio. Il Concilio di Trento (sessione IV, 1546) non le nomina a parte: sono comprese sotto il nome di Geremia, come negli elenchi antichi.
Le Tenebre della Settimana Santa
Il grande posto del libro nella preghiera della Chiesa è l'Ufficio delle Tenebre, cioè il Mattutino e le Lodi del Triduo sacro. Nel Breviario romano del 1962 le tre lezioni del primo notturno sono prese ogni giorno dalle Lamentazioni e cantate con le loro lettere ebraiche:
- il Giovedì Santo cominciano con Incipit Lamentatio Jeremiae Prophetae e percorrono il capitolo 1, versetti 1-14, fino al «giogo di mie iniquità» (Lam 1,14);
- il Venerdì Santo prendono Lam 2,8-15 (il versetto 8 apre la prima lezione) e poi Lam 3,1-9;
- il Sabato Santo prendono Lam 3,22-30 e Lam 4,1-6, e si chiudono con Incipit Oratio Jeremiae Prophetae, Lam 5,1-11 (il versetto 11 termina l'ultima lezione).
Ogni lezione si conclude con lo stesso grido, che non è nel libro ma appartiene alla Chiesa: Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum, Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti al Signore Dio tuo. L'O vos omnes ritorna nel responsorio della quinta lezione e nell'ultima antifona delle Lodi del Sabato Santo. La nostra pagina sulla Settimana Santa descrive questi riti, e il Breviario del giorno dà l'ufficio intero.
Altri usi nel Messale e nel Breviario del 1962
Nella festa dei Sette Dolori della Beata Vergine (15 settembre) il capitolo delle Lodi è Lam 2,13, «Grande qual mare è la tua afflizione», e l'O vos omnes vi forma il responsorio breve di Terza. L'introito di san Girolamo Emiliani (20 luglio), padre degli orfani, è preso da Lam 2,11, i bambini che venivano meno per le piazze. E l'Alleluia della Messa di san Filippo Neri (26 maggio) canta Lam 1,13, De excelso misit ignem in ossibus meis, «Dall'alto mandò un fuoco nelle mie ossa»: la Chiesa vi legge il fuoco d'amore che bruciava nel petto del santo; vedete il nostro articolo su san Filippo Neri.
Come leggere le Lamentazioni
Leggete prima l'ultimo capitolo di Geremia, per i fatti dell'assedio. Poi leggete i cinque capitoli lentamente, uno al giorno, a voce alta se potete: sono canti, e la ripetizione fa parte della loro forza. Tenete il capitolo 3 per il giorno in cui ne avrete più bisogno, e pregate i versetti 22-26 come un atto di speranza. Nella Settimana Santa leggete le lezioni delle Tenebre con il latino a fronte, e poi il salmo 136 della Vulgata, 137 dell'ebraico, «Sulle rive de' fiumi di Babilonia»: il Martini lo intitola, con la Vulgata, «Salmo di David, a Geremia». Infine rileggete il libro con il Vangelo della Passione aperto accanto: capirete perché la Chiesa ha voluto ascoltare questi lamenti vicino al sepolcro di Cristo.
Domande Frequenti
Chi ha scritto il libro delle Lamentazioni?
La Chiesa l'ha ricevuto come opera del profeta Geremia, e la Vulgata lo intitola Lamentationes Jeremiae Prophetae. La prefazione dei Settanta e della Vulgata racconta che Geremia sedette piangendo su Gerusalemme distrutta, e i Padri contavano il libro con la sua profezia. Molti moderni pensano ad autori anonimi, ma la tradizione poggia sui testimoni più antichi.
Di cosa parlano le Lamentazioni?
Sono cinque canti di lutto su Gerusalemme, dopo che i Babilonesi distrussero la città e il Tempio nel 587 avanti Cristo. Descrivono l'assedio, la fame e l'esilio, confessano che i peccati del popolo ne sono la causa, e si volgono alla speranza nella misericordia di Dio. La Chiesa vi legge anche la Passione di Cristo.
Quanti capitoli hanno le Lamentazioni?
Cinque capitoli e centocinquantaquattro versetti. I capitoli 1, 2, 4 e 5 hanno ventidue versetti, tanti quante le lettere dell'alfabeto ebraico; il capitolo 3 ne ha sessantasei. I primi quattro capitoli sono acrostici alfabetici.
Perché nel testo ci sono le parole Aleph, Beth, Ghimel?
Perché nell'originale ebraico ogni versetto dei primi quattro canti comincia con una lettera dell'alfabeto, in ordine. La traduzione non può conservare l'acrostico; la Vulgata e il Martini mantengono allora il nome della lettera in testa al versetto, e la Chiesa lo canta alle Tenebre come parte del testo.
Che cos'è l'“O vos omnes”?
È l'inizio latino di Lamentazioni 1,12: «O voi tutti, che passate per questa strada, ponete mente, e vedete, se v' ha dolor simile al mio dolore». La Chiesa lo applica a Cristo nella Passione e alla Vergine Addolorata, e lo canta nella Settimana Santa e nella festa dei Sette Dolori.
Chi è il profeta dei lamenti?
È Geremia, chiamato così per il pianto che attraversa tutta la sua profezia e perché la tradizione gli attribuisce le Lamentazioni. Visse la caduta di Gerusalemme del 587 avanti Cristo, dopo averla annunziata per quarant'anni senza essere ascoltato.
Che cosa significa “Treni”?
È il nome greco del libro, Thrênoi, “lamenti funebri”, conservato dalla Vulgata nel titolo Threni. I libri liturgici citano le Lamentazioni con l'abbreviazione Thren., e “Treni” è anche la risposta abituale dei cruciverba alla definizione “bibliche lamentazioni”.
Leggete le Lamentazioni versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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