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Il libro di Baruc
Il libro di Baruc, segretario del profeta Geremia, fu scritto per gli esuli di Babilonia: una confessione dei peccati, un inno alla Sapienza, la consolazione di Gerusalemme e, al capitolo 6, la Lettera di Geremia contro gli idoli. Qui sotto trovate i sei capitoli nel testo di mons. Martini con la Vulgata a fronte; la guida spiega chi era Baruc, quando scrisse, il riassunto del libro e il suo posto nel canone cattolico.
Leggere Baruc: 6 capitoli
Baruc è uno dei libri profetici più brevi: sei capitoli in tutto. Sta subito dopo Geremia e le Lamentazioni, e prima di Ezechiele, perché appartiene a loro: il suo autore era il segretario di Geremia, e la Chiesa antica lo leggeva come una parte del libro del suo maestro. Assente dalla Bibbia ebraica e dalle Bibbie protestanti, fa parte dei libri deuterocanonici che la Chiesa ha sempre ricevuto. Il Martini, che scrive Baruch alla latina, lo traduce dalla Vulgata; il nome italiano corrente è Baruc. Ecco chi era l'autore, quando scrisse, che cosa contiene il libro e perché la Chiesa lo canta in Avvento.
Chi era Baruc?
La Chiesa ha ricevuto questo libro come opera di Baruc, figlio di Neria, discepolo e segretario del profeta Geremia. Il primo versetto lo presenta con la sua genealogia: «E queste son le parole del libro scritto da Baruch figliuolo di Neria, figliuolo di Maasia, figliuolo di Sedecia, figliuolo di Sedei, figliuolo di Helcia in Babilonia» (Bar 1,1). Il nome, in ebraico Baruk, significa “benedetto”.
Baruc nel libro di Geremia
Conosciamo bene Baruc dalla profezia di Geremia. Fu testimone dell'acquisto del campo di Anatot, e il profeta gli affidò il contratto: «E diedi questo contratto di compra a Baruch figliuolo di Neri» (Ger 32,12). Nel quarto anno del re Ioakim, «Baruch scrisse nel libro sotto la dettatura di Geremia tutte le parole dette a lui dal Signore» (Ger 36,4), e le lesse al popolo nella casa del Signore.
Quando il re ebbe bruciato il rotolo, Baruc lo riscrisse, «e vi furono aggiunti molti ragionamenti di più, che non v'erano per l'avanti» (Ger 36,32). Un breve capitolo intero, il 45 di Geremia, è la parola del Signore rivolta a lui: «E tu cerchi grandi cose per te? non cercarle» (Ger 45,5), ma la sua vita sarà salva ovunque andrà. Dopo la caduta di Gerusalemme, i capi del popolo lo portarono in Egitto insieme al suo maestro (Ger 43,6).
Chi ha scritto il libro di Baruc?
La tradizione lo attribuisce a Baruc stesso, come dice il titolo. I Padri lo hanno spesso citato sotto il nome di Geremia: sant'Ireneo, nel libro V del Contro le eresie, riporta la fine del capitolo 4 e il capitolo 5 come profezia di Geremia. Sant'Agostino, nella Città di Dio (libro XVIII, capitolo 33), cita i versetti del capitolo 3 su Dio «veduto sopra la terra» tra le profezie di Geremia su Cristo, osservando che alcuni li attribuiscono al suo segretario Baruc, ma che l'attribuzione a Geremia è la più comune.
Il sesto capitolo ha un titolo proprio nella Vulgata: è la copia della lettera che Geremia mandò a coloro che stavano per essere condotti prigionieri a Babilonia. La tradizione lo considera opera di Geremia; nella Vulgata e nel Martini forma l'ultimo capitolo di Baruc.
Molti autori moderni pensano che il libro sia stato composto più tardi riunendo diversi brani, e che il capitolo 6 sia stato scritto direttamente in greco. Sono ipotesi che non toccano l'essenziale: anche se un redattore ispirato avesse unito le parti, il carattere sacro del libro, definito dalla Chiesa, resterebbe intero.
Quando è stato scritto il libro di Baruc?
Il libro si data da sé: fu scritto «L'anno quinto ai sette del mese dal tempo, che i Caldei preser Gerusalemme, e la incendiarono» (Bar 1,2). Siamo dunque a Babilonia, circa cinque anni dopo che Nabucodonosor ebbe distrutto Gerusalemme e il Tempio, all'inizio del VI secolo avanti Cristo. Baruc legge il libro davanti al re esule Ieconia e agli esuli, «presso al fiume Sodi» (Bar 1,4); ed essi «in ascoltando piangevano, e digiunavano, e facean orazione nel cospetto del Signore» (Bar 1,5). Poi mandano il libro a Gerusalemme, con il denaro per i sacrifici.
In che lingua è stato scritto?
L'opinione tradizionale è che Baruc scrivesse in ebraico. Ci è giunto solo il greco dei Settanta, che ha tutta l'aria di una traduzione, con le antiche versioni fatte su di esso. Il libro chiede del resto di essere letto «nel tempio del Signore in giorno solenne» (Bar 1,14), il che suppone un testo destinato all'assemblea d'Israele. San Girolamo, nella prefazione a Geremia, spiega di non averlo tradotto perché gli Ebrei del suo tempo non lo leggevano né lo conservavano; la Vulgata conserva perciò per Baruc l'antica versione latina fatta sul greco, ed è su di essa che lavora il Martini.
Di cosa parla il libro di Baruc? Riassunto
Il libro ha cinque parti. Va dalla penitenza alla sapienza, dalla sapienza alla speranza, e termina con un avvertimento contro l'idolatria.
Il libro mandato a Gerusalemme (1,1-14)
Al capitolo 1 gli esuli ascoltano la lettura, piangono, digiunano e pregano. Mandano denaro al sacerdote Ioakim per gli olocausti (Bar 1,10) e chiedono che si preghi per Nabucodonosor e per loro: «E per noi pure pregate il Signore Dio nostro; perché noi abbiamo peccato contro il Signore Dio nostro» (Bar 1,13). Pregare per il re che li ha deportati: è già la lezione che san Paolo darà a Timoteo sulla preghiera per i sovrani.
La confessione dei peccati (1,15–3,8)
La parte più lunga è una confessione liturgica, fatta per essere detta ad alta voce: «Al Signore Dio nostro la giustizia, e a noi la confusione del nostro volto» (Bar 1,15). Israele riconosce di non aver ascoltato il Signore dall'uscita dall'Egitto, e che le maledizioni annunziate da Mosè si sono compiute. Il capitolo 2 continua: «Noi abbiam peccato, abbiamo operato empiamente, iniquamente ci siamo diportati» (Bar 2,12).
Ricorda la promessa di Dio: il popolo «rientrerà in se nella terra, dove sarà schiavo» (Bar 2,30), e Dio farà con lui «un'altra alleanza sempiterna» (Bar 2,35). La preghiera si chiude all'inizio del capitolo 3: «Ascolta, o Signore, ed abbi pietà, perché tu se' Dio di misericordia» (Bar 3,2). È vicinissima alla preghiera di Daniele: «A te, o Signore, la giustizia, ma a noi il rossore del volto» (Dn 9,7).
L'elogio della Sapienza (3,9–4,4)
Il tono cambia: «Ascolta, o Israele, i comandamenti di vita: porgi le orecchie ad imparare prudenza» (Bar 3,9). Se Israele è in esilio, è perché «Tu abbandonasti la fonte della sapienza» (Bar 3,12). Né i principi delle nazioni, né i mercanti, né i giganti di un tempo l'hanno trovata: «Non iscelse questi il Signore, nè questi trovarono la via della disciplina; per questo perirono» (Bar 3,27). Dio solo la conosce, lui che chiama le stelle: «Chiamate, dissero, eccoci: e con gioia risplenderon per lui, che le creò» (Bar 3,35). Il poema si conclude identificando la Sapienza con la Legge: «La sapienza è il libro de' comandamenti di Dio, e la legge, che dura in eterno» (Bar 4,1), lo stesso pensiero del capitolo 24 del Siracide.
Gerusalemme consola i suoi figli (4,5–5,9)
Una voce ritorna continuamente: «Fatti animo, popol di Dio» (Bar 4,5); «Fatevi animo, o figliuoli» (Bar 4,21); «Sta di buon animo, Gerusalemme» (Bar 4,30). Gerusalemme parla come una madre vedova che ha visto partire i figli piangendo e ne attende il ritorno: «con lagrime, e con sospiri vi licenziai, ma ricondurravvi a me il Signore con gaudio, e letizia sempiterna» (Bar 4,23). Poi: «Mira, o Gerusalemme, all'Oriente, e vedi la allegrezza, che da Dio viene a te» (Bar 4,36).
Il capitolo 5 le comanda di spogliarsi «della veste di duolo» (Bar 5,1), di stare in alto e guardare a oriente i figli radunati. Dio ha stabilito «di abbassar tutti gli alti monti, e le rupi eterne, e di colmare le valli» (Bar 5,7) per il loro ritorno: è l'immagine stessa del capitolo 40 di Isaia, che san Giovanni Battista riprenderà.
La Lettera di Geremia (capitolo 6)
L'ultimo capitolo è una predica contro gli idoli. A Babilonia gli esuli vedranno «dei d'oro, e d'argento, e di pietra, e di legno portarsi sopra le spalle» (Bar 6,3). Questi dei arrugginiscono, si coprono di polvere, non sanno difendersi né dai ladri né dal fuoco; sono come «in un cocomeraio uno spauracchio» (Bar 6,69). Ogni sviluppo si chiude con lo stesso ritornello: non sono dei, «non abbiate adunque di essi timore» (Bar 6,22). La schiavitù durerà «fino a sette generazioni» (Bar 6,2), che i commentatori accostano ai settant'anni annunziati da Geremia. La lettera termina così: «Migliore è l'uomo giusto, che non ha idoli: perocché egli sarà lungi dall'ignominia» (Bar 6,72).
Significato del libro di Baruc: temi e lettura cattolica
La penitenza precede la restaurazione. Il libro insegna agli esuli ad accusare se stessi, e non Dio, della loro sventura. La sua confessione ha la forma di ogni vero atto di contrizione: Dio è giusto, e i nostri peccati sono la causa delle nostre pene. Non i morti, ma «l'anima che è afflitta per la grandezza de' mali, e curva, e languente cammina» rende gloria a Dio (Bar 2,18). È lo spirito dell'atto di dolore.
La Sapienza è discesa tra gli uomini. I versetti più celebri del libro chiudono l'inno alla Sapienza: «Questi è il nostro Dio, e nissun altro sarà messo in paragone con lui. […] Dopo tali cose egli si è veduto sopra la terra, ed ha conversato cogli uomini» (Bar 3,36-38). Sant'Agostino e molti Padri li contano tra le profezie di Cristo: la Sapienza che Dio aveva dato a Giacobbe sotto forma di Legge è venuta in persona ad abitare con noi. I profeti parlano spesso al passato di ciò che deve venire, per segnarne la certezza. Il versetto conduce diritto al prologo di san Giovanni: «E il Verbo si è fatto carne, e abitò tra noi» (Gv 1,14).
La Legge è una luce per camminare. La sapienza non è un segreto riservato ai dotti, ma i comandamenti che Dio ha rivelato: «Beati siam noi, o Israele, perché manifesto è a noi quello, che piace a Dio» (Bar 4,4).
Gerusalemme attende i suoi figli. La madre vedova che aspetta i figli dispersi guarda oltre il ritorno da Babilonia. Sant'Ireneo ha letto questi capitoli come una promessa del Regno, e la Chiesa li canta in Avvento, applicandoli alla venuta del suo Signore e al raduno dei suoi figli.
Gli idoli non sono nulla. La Lettera di Geremia è una satira continua dell'idolatria, un commento vivo del primo comandamento. L'esule vi riceve una preghiera da dire dentro di sé quando la folla si prostra davanti alle statue: «Te fa d'uopo di adorare, o Signore» (Bar 6,5).
Versetti celebri di Baruc
- Baruc 3,9: «Ascolta, o Israele, i comandamenti di vita», l'apertura dell'inno alla Sapienza; in latino Audi, Israel, mandata vitae.
- Baruc 3,26: «Ivi furono que' giganti famosi, che furon da principio, di statura grande, maestri di guerra»; Dio non li scelse, e per mancanza di sapienza perirono.
- Baruc 3,38: «Dopo tali cose egli si è veduto sopra la terra, ed ha conversato cogli uomini», la profezia dell'Incarnazione.
- Baruc 5,5: «Sorgi Gerusalemme, e sta in alto, e gira gli occhi all'Oriente», il grido dell'Avvento.
- Baruc 6,72: «Migliore è l'uomo giusto, che non ha idoli», la conclusione della Lettera di Geremia.
Baruc nel canone e nella liturgia
Nella Bibbia cattolica Baruc sta tra i profeti, dopo Geremia e le Lamentazioni e prima di Ezechiele. Quest'ordine segue i Settanta, dove Baruc è accanto a Geremia. San Cirillo di Gerusalemme, nelle Catechesi, conta un solo libro di Geremia, comprendente Baruc, le Lamentazioni e la Lettera. Il Concilio di Firenze, nel decreto per i Giacobiti (1442), nomina Baruc tra i libri ispirati. L'8 aprile 1546 il Concilio di Trento, nella sessione IV, ha definito il canone nominando Jeremias cum Baruch, Geremia con Baruc, tra i libri santi, e colpendo di anatema chi non riceve questi libri interi, con tutte le loro parti, come sacri e canonici.
Perché Baruc non c'è nelle Bibbie protestanti?
Baruc è uno dei sette libri deuterocanonici, con Tobia, Giuditta, la Sapienza, il Siracide e i due libri dei Maccabei, a cui si aggiungono parti di Ester e di Daniele. I Riformatori hanno accolto soltanto i libri del canone ebraico più ristretto, che non comprende Baruc, e hanno chiamato gli altri “apocrifi”. Per questo alcuni cercano ancora un “libro apocrifo di Baruc”: per la Chiesa cattolica il libro di Baruc è Scrittura canonica, non un apocrifo. Sulla scelta di una traduzione completa, vedete la nostra guida su quale Bibbia cattolica leggere.
Esistono un secondo e un terzo libro di Baruc?
Esistono scritti antichi che hanno preso in prestito il suo nome, come l'Apocalisse siriaca di Baruc, talvolta chiamata secondo Baruc, o l'Apocalisse greca, detta terzo Baruc. Nessuno di essi appartiene alla Sacra Scrittura: il libro canonico di Baruc è uno solo, quello dei sei capitoli che leggete qui.
Baruc nella liturgia del 1962
Nel Messale romano del 1962 il communio della II domenica di Avvento è preso da Baruc: Jerusalem, surge, et sta in excelso, et vide jucunditatem, quae veniet tibi a Deo tuo (Bar 5,5 e 4,36). Si canta mentre la Chiesa attende il suo Signore; vedete la nostra pagina sull'Avvento e il calendario liturgico.
Prima della riforma della Settimana Santa del 1955, la grande profezia Audi, Israel, mandata vitae (Bar 3,9-38) si cantava anche tra le dodici profezie del Sabato Santo e nella vigilia di Pentecoste, per coloro che stavano per essere battezzati. La riforma del 1955 ha ridotto a quattro le profezie della Veglia pasquale e soppresso quelle della vigilia di Pentecoste: i libri del 1962 non leggono quindi più Baruc in queste celebrazioni.
Come leggere il libro di Baruc
Baruc si legge in una sola volta. Leggete prima i capitoli 36 e 45 di Geremia, per conoscere l'uomo. Pregate poi lentamente i primi tre capitoli, come un esame di coscienza fatto a nome di tutto un popolo: insegnano a riconoscere le proprie colpe senza disperare. Leggete i capitoli 4 e 5 come una meditazione d'Avvento. Tenete il capitolo 6 per i giorni in cui gli idoli del nostro tempo, il denaro, il prestigio o il potere, sembrano forti. Con la Vulgata a fronte seguirete le parole stesse che la Chiesa canta: Jerusalem, surge e Audi, Israel.
Domande Frequenti
Che cos'è il libro di Baruc?
È un breve libro profetico dell'Antico Testamento, in sei capitoli, attribuito a Baruc, segretario del profeta Geremia, e scritto per i Giudei esuli a Babilonia. Contiene una confessione dei peccati, un inno alla Sapienza, una promessa di ritorno e la Lettera di Geremia contro gli idoli. Nella Bibbia cattolica viene dopo le Lamentazioni.
Chi era Baruc nella Bibbia?
Baruc, figlio di Neria, era il fedele segretario di Geremia. Scrisse sotto dettatura gli oracoli del profeta e li lesse nel Tempio, poi li riscrisse dopo che il re Ioakim ebbe bruciato il rotolo. Ricevette una parola personale del Signore nel capitolo 45 di Geremia e scese con il suo maestro in Egitto dopo la caduta di Gerusalemme.
Quando è stato scritto il libro di Baruc?
Il libro dice di essere stato scritto a Babilonia, nel quinto anno dopo che i Caldei ebbero preso e incendiato Gerusalemme, cioè all'inizio del VI secolo avanti Cristo, durante la schiavitù. Molti autori moderni propongono una raccolta più tarda; la tradizione si attiene alla data data dal libro.
Perché il libro di Baruc non è nella Bibbia protestante?
I Riformatori hanno adottato il canone ebraico più breve, e Baruc ci è giunto solo in greco e nelle versioni fatte sul greco. Lo hanno quindi escluso insieme agli altri deuterocanonici. La Chiesa lo ha sempre letto come Sacra Scrittura, e il Concilio di Trento lo ha definito canonico nel 1546.
Che cos'è la Lettera di Geremia?
È il capitolo 6 del libro di Baruc nella Vulgata e nelle Bibbie cattoliche: una lettera attribuita a Geremia, rivolta ai Giudei sul punto di essere deportati, per metterli in guardia contro gli idoli di Babilonia. Mostra, con tono spesso ironico, che quelle statue non vedono, non odono e non salvano, e ripete: non temeteli.
Che cosa vuol dire “si è veduto sopra la terra”?
Il versetto 38 del capitolo 3 dice di Dio, o della sua Sapienza, che dopo aver dato la Legge a Israele si è fatto vedere sulla terra e ha conversato con gli uomini. I Padri vi hanno visto l'annunzio dell'Incarnazione, quando il Figlio di Dio, Sapienza eterna, si è fatto uomo ed è vissuto tra noi.
Leggete il libro di Baruc versetto per versetto, in italiano e in latino, nell'app Bibbia cattolica di Iter Fidei.
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